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Rieducare il mostro - Vivere, cioè crescere e cambiare
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Vivere, cioè crescere e cambiare
Il primo punto è, con evidenza, un tipico dilemma della modernità. Siamo in tempi in cui l’accelerazione delle dinamiche sociali, il passaggio dal destino al progetto, il moltiplicarsi e il frammentarsi di identità, ruoli e tradizioni, consegnano un soggetto fluttuante, che risulta allo stesso tempo ricco e povero di esperienze.
È opportuno ricordare che, secondo Walter Benjamin, questa atrofia dell’esperienza come qualcosa in grado di generare sedimentazioni di sapere è il fardello vuoto dei soldati che tornano dal fronte al termine del primo conflitto mondiale. Questi uomini, strappati alla quotidianità dei campi e ai ritmi ciclici della società tradizionale, e gettati davanti a ferocie prima inimmaginabili, si ritrovano incapaci di elaborare e di narrare l’esperienza. Scrive a proposito Jedlowski: “In mancanza di un’elaborazione dei vissuti all’interno di quadri collettivi capaci di dare voce e senso a ciò che il singolo ha sperimentato, i vissuti tendono a scomparire nell’oblio, o, come è nel caso dei vissuti traumatici della guerra, a permanere come fissazione di uno choc” [2]. Dunque l’esperienza, drammatica come nel caso dell’omicida o routinaria come per le esistenze comuni, diviene humus formativo solo se è comunicabile e comunicata; altrimenti cade nel buco nero dell’oblio o in quello, altrettanto oscuro, della reiterazione compulsiva. Ma l’occultamento della memoria non garantisce certo la sparizione dello choc. Come il magma a lungo compresso nelle cavità vulcaniche, il materiale rimosso può tornare in superficie con fragore improvviso. Ciò che dorme al fondo dell’esperienza non elaborata è, insomma, un’opportunità formativa andata perduta, così che può riproporre a distanza di tempo lo stesso trauma attraverso un’esplosione apparentemente illogica che lascia sbigottiti quanti non conoscono la particolare coesistenza temporale che governa l’inconscio.
Il criminale Izzo, reiterando il delitto a distanza di trent’anni, ha posto, e certo in modo atroce, il problema irrisolto di quel primo assassinio, ha dissotterrato il marchio scostando repentinamente la nuova pelle che lo copriva, ha messo in scena lo psicodramma di un uomo, e di una società, che ha fallito nel fare i conti con la propria storia. Ecco che il delitto si mostra chiaramente come qualcosa che non va letto attraverso le ottiche comuni: non si tratta di stabilire se il criminale abbia mentito o meno, se sia portatore di una natura irrimediabilmente volta al male o se abbia saputo incunearsi nelle disfunzioni del sistema giudiziario.
Tutte queste cose, assieme, ma nessuna di essa singolarmente, tratteggiano una radice complessa, come è sempre nelle vicende umane. Perciò è errato interpretarle col metro unidimensionale: il reo è pentito oppure simula? E come ha potuto simulare per tanti anni, ingannando esperti, familiari, giudici e occasionali frequentatori?
Proprio l’ottica pedagogica suggerisce che i processi di formazione hanno struttura dialettica, sono coacervi conflittuali che, se ben direzionati, conducono verso un incremento di senso, ma presentano in ogni modo la coesistenza di opposti, la simultaneità di tempi, tragitti e forze. Abbandonando il canone delle spiegazioni a portata di mano, si deve ipotizzare che, in questo caso che qui serve da esempio, siamo davanti a un soggetto che si è pentito, certamente, ma non si è liberato del fardello al punto da reiterarlo proprio sulla soglia della riacquisita libertà. Non ha simulato ma allo stesso tempo lo ha fatto, ingannando non tanto gli esperti ma se stesso, per una insufficiente elaborazione della propria storia di vita.

