Stop the genocide poster

Rieducare il mostro

La tristissima vicenda criminale di cui è protagonista Angelo Izzo pone interrogativi inquietanti. Siamo di fronte a una storia, umana prima ancora che giudiziaria, che proprio nel suo carattere estremo diviene esemplare. Colpisce, infatti, un aspetto che stride con la comune concezione del vivere come sedimentarsi di esperienze che, proprio connettendosi le une alle altre, producono cambiamenti in chi le vive e nei contesti in cui accadono.
L’analogia tra due terribili delitti, eseguiti a trent’anni di distanza l’uno dall’altro, spiazza e mette in crisi la storia intesa come progressivo dispiegarsi di cambiamenti. Qui la Bildung esistenziale, il percorso formativo e perfino la semplice successione temporale sembrano entrare in corto circuito, così da riportare il lungo giro della vita al punto di azzeramento. Viaggio rettilineo che mostra improvvisamente il baratro che immette a ritroso, come se quegli anni intercorsi, e le migliaia di volti, pensieri e fatti che si sono annodati, non fossero che una patina inconsistente, pronta a scivolare via nei brevi momenti della verità. È questo che lascia attoniti davanti alla traiettoria boomerang di Izzo: il deja-vu che corona anni di comportamenti che da più parti sono stati ricondotti a lenti processi di macerazione interiore. Le relazioni degli esperti, certificando il mutamento, hanno avvallato proprio la nostra, diffusa convinzione del tempo come di una ineluttabile progressione in avanti. Certo, e va detto in via preliminare, è possibile fingere. Il briccone, come nella classica commedia napoletana, può simulare un’improvvisa pazzia per sottrarsi alla punizione; il reo può ostentare pentimento per usufruire di vantaggi e perfino per autoingannarsi o per risarcire in qualche modo parenti e comunità; il disperato può inventarsi l’escamotage in grado di allontanare le conseguenze delle sue azioni. Nella nostra cultura il ladrone può, giustamente, redimersi sulla croce e recuperare in extremis un valore osteggiato per tutta la vita. Siamo pronti a credere a questa possibilità, perché senza di essa dovremmo mettere in dubbio quella che comunemente si chiama educazione, cioè la costruzione graduale e profonda di cambiamenti che avvicinino quanto più possibile ciascuno a tenere consapevolmente le redini della propria vita, o quantomeno portino gli anni a tradursi in conoscenze e responsabilità.

La reiterazione del delitto
Il delitto reiterato mette in crisi alcuni principi fondamentali del mondo laico e illuministico, e in particolare quella funzione rieducativa della pena che è la base del moderno ordinamento giudiziario.
Esemplare, agli occhi di quella categoria equivoca che è l’opinione pubblica, il significato ultimo della vicenda, che può essere riassunto nella arcaica convinzione secondo cui “ognuno è come è, il mostro è mostro e non serve null’altro che difendersi da esso”. Insomma, la vicenda fornisce un buon servigio alla melma reazionaria, che non ha neanche molta necessità di sottolineare quanto appare immediatamente percepibile dal cittadino medio: anni di rieducazioni, diagnosi e resoconti di esperti titolati, un intero sistema giudiziario ma, prima ancora, culturale, che affida al lavoro pedagogico la possibilità di trattare un feroce criminale restituendo un cittadino, cascano come ingenue credenze davanti alla inossidabilità del male. Di qui, argomenti di sicura presa per reclamare giri di vite, durezze carcerarie e riabilitazioni delle gerarchie lombrosiane [1].

Eppure, a quanto riferiscono testimoni che, nel tempo, hanno avuto contatti col detenuto, “ormai parlava come uno di sinistra…”, ed “era sinceramente pentito del male fatto”. La vicenda sembra suggerire, a letture poco attente ma maggioritarie, asserzioni che, pur parzialmente fondate, sostengono un discorso generale di stampo regressivo. Eccole:

  1. gli esperti intervenuti a certificare cambiamenti e pentimenti del reo hanno agito con superficialità, incompetenza o, peggio, compiacenza;
  2. ne consegue che il sistema di recupero dei condannati, anziché tutelare la collettività, la espone a ulteriori rischi;
  3. ciascuno sarebbe dotato di una naturale propensione al male o al bene, per cui l’esperienza rieducativa della detenzione è inefficace di fronte a questo limite invalicabile;
  4. il male, quindi, nasce e alligna dentro determinati soggetti, che ne sono titolari per via di tare profonde che nulla hanno a che fare con il corpo sano della società.

Convalidare queste affermazioni, e i corollari che ne derivano, sarebbe un grave smacco per la pedagogia. Rinunciare all’educabilità di qualsiasi soggetto, infatti, vuol dire consegnare i pezzi malriusciti nelle mani del medico, dell’agente di sorveglianza e, al limite, del boia. Non è un caso che i delitti efferati, come questo, provochino una richiesta, anonima ma immediata, di rigori, steccati e panacee. Esaminiamo allora il caso Izzo, al di là dello specifico giudiziario che è ancora da venire, come canovaccio in grado di porre, anche alla riflessione pedagogica, interrogativi rilevanti. Ci troviamo di fronte, essenzialmente, a due problemi:

  1. la possibilità che l’esperienza e il vivere si traducano nel tempo in processo di formazione;
  2. la misurabilità scientifica degli eventuali cambiamenti;


Vivere, cioè crescere e cambiare

Il primo punto è, con evidenza, un tipico dilemma della modernità. Siamo in tempi in cui l’accelerazione delle dinamiche sociali, il passaggio dal destino al progetto, il moltiplicarsi e il frammentarsi di identità, ruoli e tradizioni, consegnano un soggetto fluttuante, che risulta allo stesso tempo ricco e povero di esperienze.
È opportuno ricordare che, secondo Walter Benjamin, questa atrofia dell’esperienza come qualcosa in grado di generare sedimentazioni di sapere è il fardello vuoto dei soldati che tornano dal fronte al termine del primo conflitto mondiale. Questi uomini, strappati alla quotidianità dei campi e ai ritmi ciclici della società tradizionale, e gettati davanti a ferocie prima inimmaginabili, si ritrovano incapaci di elaborare e di narrare l’esperienza. Scrive a proposito Jedlowski: “In mancanza di un’elaborazione dei vissuti all’interno di quadri collettivi capaci di dare voce e senso a ciò che il singolo ha sperimentato, i vissuti tendono a scomparire nell’oblio, o, come è nel caso dei vissuti traumatici della guerra, a permanere come fissazione di uno choc” [2]. Dunque l’esperienza, drammatica come nel caso dell’omicida o routinaria come per le esistenze comuni, diviene humus formativo solo se è comunicabile e comunicata; altrimenti cade nel buco nero dell’oblio o in quello, altrettanto oscuro, della reiterazione compulsiva. Ma l’occultamento della memoria non garantisce certo la sparizione dello choc. Come il magma a lungo compresso nelle cavità vulcaniche, il materiale rimosso può tornare in superficie con fragore improvviso. Ciò che dorme al fondo dell’esperienza non elaborata è, insomma, un’opportunità formativa andata perduta, così che può riproporre a distanza di tempo lo stesso trauma attraverso un’esplosione apparentemente illogica che lascia sbigottiti quanti non conoscono la particolare coesistenza temporale che governa l’inconscio.

Il criminale Izzo, reiterando il delitto a distanza di trent’anni, ha posto, e certo in modo atroce, il problema irrisolto di quel primo assassinio, ha dissotterrato il marchio scostando repentinamente la nuova pelle che lo copriva, ha messo in scena lo psicodramma di un uomo, e di una società, che ha fallito nel fare i conti con la propria storia. Ecco che il delitto si mostra chiaramente come qualcosa che non va letto attraverso le ottiche comuni: non si tratta di stabilire se il criminale abbia mentito o meno, se sia portatore di una natura irrimediabilmente volta al male o se abbia saputo incunearsi nelle disfunzioni del sistema giudiziario.

Tutte queste cose, assieme, ma nessuna di essa singolarmente, tratteggiano una radice complessa, come è sempre nelle vicende umane. Perciò è errato interpretarle col metro unidimensionale: il reo è pentito oppure simula? E come ha potuto simulare per tanti anni, ingannando esperti, familiari, giudici e occasionali frequentatori?
Proprio l’ottica pedagogica suggerisce che i processi di formazione hanno struttura dialettica, sono coacervi conflittuali che, se ben direzionati, conducono verso un incremento di senso, ma presentano in ogni modo la coesistenza di opposti, la simultaneità di tempi, tragitti e forze. Abbandonando il canone delle spiegazioni a portata di mano, si deve ipotizzare che, in questo caso che qui serve da esempio, siamo davanti a un soggetto che si è pentito, certamente, ma non si è liberato del fardello al punto da reiterarlo proprio sulla soglia della riacquisita libertà. Non ha simulato ma allo stesso tempo lo ha fatto, ingannando non tanto gli esperti ma se stesso, per una insufficiente elaborazione della propria storia di vita.


 

Commettere gli stessi errori

È un fenomeno che succede continuamente, al di fuori di queste espressioni drammatiche, pressoché a chiunque. Quante volte ci si scopre ad aver commesso lo stesso errore, riproposto gli stessi passi di un passato più o meno lontano, nonostante che ci si sia detti mille volte che mai più lo si sarebbe fatto? Eppure, è difficile sostenere che quelle macerazioni interiori siano delle false toppe e, al di là del facile giudizio di chi si erge a apologeta della logica rettilinea, solo chi vive il dramma di riscoprire in sé parti che credeva rimosse può farsi carico dello smarrimento che ne deriva. Del resto, siamo in tempi che ripropongono, dopo il ‘mai più’ seguito ad Auschwitz e Hiroshima, la guerra preventiva e permanente come modello per esportare lo sviluppo democratico. Anche qui, il deja-vu è di un bagliore colossale, per quanto risulti percepibile solo distraendo lo sguardo dai bagliori anestetizzanti dei teleschermi.
Allora, la vicenda criminale, questa piccola per quanto ignobile storia di un uomo feroce, è il dettaglio micrologico di una grande storia che coinvolge tutti; è l’ingrandimento, improvviso come un lampo, di ciò che abbiamo continuamente sotto gli occhi, senza saperlo. Proust finiva la sua Recherche, tremila e cinquecento pagine scritte in quattordici anni di sospensione dalla vita reale, chiuso nella sua stanza da letto senza più uscirvi, scrivendo ancora la prima parola del racconto appena terminato. La fine coincide con l’inizio, in una circolarità che è quella, ermeneutica, della ricerca del senso. Una ricerca che non può essere comprensibile usando le logiche dicotomiche: si o no, giusto o sbagliato, passato o presente sono attrezzi inservibili al percorso di formazione, che è inquietudine, apertura della memoria, arresto del piccolo interesse immediato in favore di una progettualità altra.
Così questa concomitanza perturbante, la coincidenza della fine con l’esordio, smentisce la storia come progressione rettilinea di fatti e pretende un tipo di conoscenza che sia all’altezza del dirupo, avvezza a frequentare alte vette e improvvise cadute, lampi accecanti e neri fondali. Una conoscenza di questo tipo, cioè un sapere della crisi [3], necessita che si sappia parlare della scissione del soggetto, riconoscendone cascami, incisioni e ferite, così da fare i conti davvero con il conflitto irrisolto che origina poi spasmi che, legati o meno a una logica immediatamente comprensibile, rimettono sulla scena la sofferenza repressa.

La reiterazione nel Mostro

Nella biografia del Mostro accanto all’oblio c’è una seconda modalità, a indicare la fissazione di uno choc: la reiterazione. Negli anni giovanili è un sintomo compulsivo, che porta ad accumulare stupri e violenze in serie. Come nel nevrotico, la ripetizione del gesto assume automatismi riflessi, inanellandosi in rituali che fanno somigliare le azioni ai cicli ritmici della catena di montaggio. Che ci sia un rapporto tra produzione industriale e comportamenti nella sfera sessuale è sintomatico della riduzione dell’uomo a prodotto: in entrambi i casi trionfa il quantitativo, l’esperienza non è frutto di progettualità personali bensì l’esito previsto di congegni tarati a dovere. La modalità dell’esperire, dentro questi apparati che reiterano il gesto riducendolo a sequenza impersonale, ha i tratti dell’alienante e del feticistico. A ricalco dell’uomo industriale, il Mostro ha rapporti con una merce; si aliena, e aliena il proprio conflitto irrisolto spostandolo ancora nel fondo oscuro della propria psiche, attraverso il consumo compulsivo della merce sessuale, privata di tutte le caratteristiche intime che ne farebbero una via privilegiata alla conoscenza di sé e del mondo e ridotta invece a fagocitazione del corpo altrui.
Evidente l’analogia con lo sprono consumistico, e lo stesso Izzo dichiara, negli anni della detenzione, il significato di quell’adolescenza da stupratore. Interessava il dominio sul corpo della vittima, spogliato di qualsiasi attributo umano e ridotto a sarcofago vuoto attraverso costrizioni violente che sono le stesse adoperate nei lager. Il piacere sadico dello stuparatore è, quindi, nel disporre di oggetti inanimati, a cui è negata ogni parvenza dell’umano. Niente a che vedere col sesso, ma molto in comune con le derive feticistiche proprie dei tempi [4]. C’è un rapporto strettissimo tra il dominio sulle coscienze e il feticismo come modalità, non solo patologica ma ordinaria, di rapporto col mondo. E questo rapporto tende all’inanimato, ripetendo la stessa spoliazione del soggetto privato dei tratti dell’umano, così che le relazioni non si danno più come intersoggettive, cioè come scambio tra diverse intenzionalità, dotate ciascuna di sapere e mistero, desiderio e storia, corpo e anima, bensì come inerti ritagli di mondo. “Alla fecondità erotica il feticismo non ha il coraggio di opporre lo sguardo meduseo della morte, ma solo una sua parodia: un feticcio, appunto, nel quale si vorrebbe domare l’enigmatica affinità tra eros e thanatos” [5]. Di conseguenza il Mostro è costretto alla serialità: il consumo ripetuto non scaturisce tanto dalla furba simulazione di falsi pentimenti, ma è l’ossessione che abbatte il confine tra organico ed inorganico, giungendo necessariamente a quell’appeal del cadavere che, nel moderno, è la negazione della storia, il disconoscimento dell’origine e quindi l’annichilimento di qualsiasi esperienza. La riduzione dell’umano a merce non conosce il confine tra vita e morte, e perciò passa attraverso l’omicidio come si transita entro un limite insensato, ove l’assassino non può scorgere significati e non può, di conseguenza, elaborare successivi pentimenti in quanto il dispositivo feticistico ha alienato, insieme all’oggetto, la coscienza. Izzo ha messo in scena, da ignaro esecutore, automatismi riconosciuti da Baudelaire, Benjamin, Kafka, Artaud: banali narcisismi in cui “il corpo perde ogni aura sacrificale e si predispone come corpo-macchina, tassello di una circolazione tesa a nullificare gli affetti” [6].
La vicenda, allora, consegna ancora una volta un’emergenza pedagogica: se l’esperienza si rivela un inerte ritaglio senza memoria, così che non sedimenta in sapere e non produce relazioni, discorsi, storie da scambiarsi attraverso il dialogo con altri umani, è evidente che i processi di formazione in atto nella comunità sono tarati da meccanismi perversi, logiche di dominio che tendono a produrre, come hanno evidenziato Foucault e Adorno, corpi docili e menti amministrate.


E' cambiato: ma quanto?

Un secondo aspetto della vicenda richiama l’attendibilità dello sguardo diagnostico. Qui, i molti anni di carcerazione, le perizie e le rieducazioni non hanno potuto che impattare davanti alla reiterazione del delitto; l’assassino, si è detto, è stato così diabolico da ingannare giudici, esperti, scienze e metodologie comprovate. Occasione propizia, fuori dal caso singolo ma dentro modelli potentemente in atto nella società, per ridiscutere il rapporto tra scienza e conoscenza, tra oggetto e soggetto. Scrive Nietzsche: “Nella misura in cui il mondo si dimostra numerabile e misurabile, esso acquista dignità ai nostri occhi. Una volta era il mondo imprevedibile (quello degli spiriti, dello spirito) ad avere dignità, esso suscitava maggior timore” [7]. Oggi, nonostante le evidenti sconfessioni, si è ancora convinti che la realtà sia oggettivamente conoscibile attraverso schemi, categorie, esami che non sono griglie idealtipiche per ridurre il complesso al più semplice, ma finiscono per comprimere il mutevole entro il prevedibile. Come per il feticismo, dove una parte prende il posto del tutto e ne soverchia la struttura dialettica, così l’attrezzo scientifico è figlio funzionale di una società basata sul primato della merce. Applicata alle vicende umane, la misurabilità mostra i suoi caratteri di idolo d’argilla, e ha bisogno, come nel caso di Izzo, di tirare fuori dal cilindro categorie come l’infermità mentale o, viceversa ma in continuità con lo stesso modello, una lucidità criminale spiegata con la tautologia.
Follia o disegno delittuoso: estremi di un’attribuzione causale che necessitano, in ogni caso, una netta separazione tra le categorie del vero e del falso, e in definitiva una conoscenza che si pone come certa, fondata, depurata dal tarlo del dubbio. Come sottolinea Nietzsche, la quantificazione dell’umano ha il benefico effetto, ai più, di occultare l’imprevedibile e di sostituire il timore verso un ignoto orami desacralizzato con la sottomissione alla norma. Per questo la fallacia di esperti e scienziati lascia attoniti e apre a quel perturbante che tutti noi proviamo nello scoprire che qualcosa era già davanti a noi, da tempo, senza che ce ne fossimo accorti.
C’è una correlazione evidente tra i due modelli richiamati in questa sede: la concezione lineare della storia va a braccetto con la misurabilità del reale. Graduare, misurare, allineare tempi e ragioni è una modalità di conoscenza tipica della cultura economica. Modalità che si avvale di modelli pedagogici proni da un lato alla storia cumulativa e dall’altro alla logica aristotelica. Il percorso rieducativo del detenuto diviene così un affare consegnato a relazioni, diagnosi, perizie: strumenti rispettabili e sorretti da formalismi e burocrazie che ne garantirebbero l’aderenza al vero, almeno fino a che l’imprevisto ritorno dell’ululato criminale non ne disveli l’azzardo.
Ovvio che qui non si discutono fondatezza e attendibilità delle scienze: piuttosto si vuole evidenziare che accanto alle ragioni, esiste “un’altra ragione, che mostra i lati più oscuri e misterici della condizione umana, svolge una funzione importantissima perché consente di cogliere le infinite possibilità della condition humaine, le infinite forme e modalità dell’umano essere-al-mondo” [8].



L’origine del male

Nel caso Izzo, per quanto è reso noto dalla cronaca, vi sono aspetti inquietanti che sovrappongono ciò che nella percezione comune deve rimanere ben separato. Il criminale collabora con la giustizia: a più riprese dichiara, millanta, si conquista un ruolo discutibile ma certo diverso rispetto a quello dell’irrecuperabile. Sembra preso dall’ansia di compiacere i desideri sotterranei dell’ordinamento giudiziario: stragi di Stato o di mafia meritano una rivelazione, una confidenza carpita in carcere, un sapere che l’ex ragazzo dei Parioli non può tacere, a mostrare che la detenzione, come spesso succede ai condannati a lunghe pene, ha consentito a mondi separati di avvicinarsi fino a parlare la stessa lingua, a usare i medesimi codici. L’ergastolano spesso fornisce pareri legali ai compagni di cella, mostra di aver percorso un iter formativo che lo pone in posizione sbilenca, a metà tra la norma criminale e quella penale. Addirittura, fuori dal carcere, veste i panni dell’educatore, si occupa di miserie sociali e difficoltà familiari, tende una mano alle donne del popolo, quelle che una volta disprezzava apertamente come sinonimo di nullità. Qui le letture unilineari, le combinazioni di scienza e burocrazia, mostrano la corda: i magistrati devono certificare la cessata pericolosità sociale del condannato, ma dispongono di uno sguardo che pretende di essere esterno pur essendo dentro la situazione, un panopticon miope che postula conoscenze e saperi non sorretti dal tarlo del dubbio. Scrive Foucault, a conclusione del suo Sorvegliare e punire: “Le nozioni di istituzione, di repressione, di rigetto, di esclusione, di emarginazione, non sono in grado di descrivere la formazione, nel cuore stesso della città carceraria, di insidiose dolcezze, di cattiverie poco confessabili, di piccole astuzie, di processi calcolati, di tecniche, di ‘scienze’ in fin dei conti, che permettono la fabbricazione dell’individuo disciplinare” [9]. La natura malvagia del delinquente è, insomma, il braghettone idoneo a nascondere il prodotto di un processo formativo in cui convivono regole e trasgressioni piegate a forgiare l’umano entro una docilità che non esclude il crimine, ma anzi ne utilizza a pieno la spendibilità come mezzo di controllo sociale.
Produrre il criminale o produrre il buon cittadino sono facce della stessa medaglia: in entrambi i casi si tratta di impedire la ribellione, indirizzarla verso esiti utili al potere, disciplinare e normalizzare gli individui assegnando a ciascuno il posto che compete. Come nelle scuole, anche nel sistema carcerario esiste una forbice di tolleranza che è costituita da quelle piccole astuzie di cui il singolo può servirsi per contrattare con il potere la sua permanenza all’interno del sistema. Lo studente può copiare, compiacere gli insegnanti, simulare il ruolo, e così per il detenuto: educazioni e rieducazioni si stringono la mano nel comune intento di indirizzare le resistenze e disporle dentro apposite griglie di classificazione. Così, il Mostro che infrange ancora la legge è protagonista di una trasgressione apparente: il crimine in realtà produce subito un ulteriore incremento della norma, la rafforza, la ribadisce così da utilizzare funzionalmente un richiamo reciproco tra struttura che produce e corpo prodotto. La ribellione alla legge è, in definitiva, al posto di un’altra ribellione, mancata, omessa, soffocata perché, questa si, pericolosa per l’ordine sociale. Il delinquente, proprio nel momento in cui infrange la legge, le obbedisce profondamente, riconsegna le spinte di rivolta nelle mani del sapere disciplinare e si dispone, perciò, quale oggetto di nuovi trattamenti rieducativi.

Crimine e immaginario sociale

Uno dei tratti distintivi della modernità è, si dice talvolta banalmente, la comunicazione. Le informazioni si diffondono, veloci e capillari, in un flusso incessante di eventi. Fatti prevedibili accanto a episodi inattesi: se i primi rassicurano, e provocano nel buon uomo della maggioranza silenziosa un moto di tronfio distacco, i secondi spiazzano, incrinano le certezze. Il delitto insensato appartiene a questa seconda categoria, tanto che il fascino della cronaca nera e della letteratura riconducibile al giallo e al poliziesco risiede proprio nel fornire un quadro di interpretazione in cui confinare il delitto. Ispettori e investigatori svolgono attraverso gli schermi televisivi una funzione pedagogica: rappresentano ancora, nella società senza padri, la Legge paterna, quell’insegnamento che sottrae l’uomo ai territori materni, troppo vicini all’istintività animale, e lo consegna a un ordine sociale e simbolico. L’accesso al Nome del Padre è, nella visione di Jacques Lacan, la chiusura del processo edipico [10]: una battaglia che avviene attorno al potere dettato dal Fallo, e non è un caso che il delitto insensato sia spesso a sfondo sessuale, così da riportare sulla scena del presente un discorso rimasto aperto. Se il soggetto si costituisce, lacanianamente, attraverso la scissione tra l’unità originaria e la maschera sociale, l’interdetto continua a ribollire sotto la coltre. L’accettazione della Legge non è mai né indolore né completa, e offre continue cadute all’indietro, imbuti pulsionali che rivelano l’inadeguatezza dei modelli scientifici e di quella razionalità occidentale che ha voluto ergersi a solo metro costitutivo e regolativo del mondo. Il criminale che addossa su di sé e incarna le crepe dell’ordine simbolico è così un figuro che consegna a tutti un messaggio che proviene dall’infanzia dell’umanità: di qui il fascino, morboso o zeppo di distinguo, suscettibile di esorcismi o punizioni esemplari, del mostro che agisce senza una logica e, facendolo, incrina la generale identificazione in un ordine condiviso. Tra tutti i delitti, quello senza movente logico è il più imbarazzante, e per contenerlo si deve ricorrere alle griglie discutibili della malattia o del raptus, postulare una speciale natura malvagia che è sopravvissuta, come nel caso che qui si discute, a poderosi trattamenti rieducativi.
Ma rieducare senza comprendere genera sarcofaghi vuoti e procedure ripiegate su se stesse. Occorre ampliare lo sguardo, e fare i conti, davvero, con l’insensatezza del delitto. La letteratura, nelle sue forme più alte, ha dato a tutti noi delle chiavi interpretative: qui basti ricordare l’omicidio compiuto dal protagonista de Lo straniero, il romanzo in cui Albert Camus disegna un’umanità colpita da anestesia affettiva, dove nulla, dal gesto più comune alla stessa vita umana, ha senso. Il signor Mersault, a cui mancano legami e radici, uccide un arabo: delitto senza ragione, compiuto con la stessa indifferenza con cui sono narcotizzati i normali eventi dell’esistenza. Al processo, l’imputato dice che è stato il sole ad illuminare la lama del coltello dell’arabo e a fargli, premere, per riflesso, il grilletto. “Dentro questa correlazione tra la luce-la verità-il potere-l’uccisione dell’altro, si costituisce tutto un percorso della cultura occidentale” [11] in cui la sottomissione all’autorità genera soggetti senza volto, disponibili a qualsiasi crimine nella più assoluta indifferenza.
Riprendendo il linguaggio freudiano, si può dire che la mancata uccisione del padre, ossia l’insufficiente rottura del legame con il potere, conduce a una sorta di omicidio-suicidio: omicidio che si direziona verso gli inermi o le donne, accomunati dallo stesso disprezzo, e suicidio che si traduce nell’annichilimento delle facoltà soggettive, così da consegnare ai rituali dell’autorità esecutori anonimi e irresponsabili. Il secolo scorso, con le adunate oceaniche e gli stermini di massa, ha posto tragicamente la questione del rapporto tra l’autoritarismo e il crimine: basti qui citare le opere fondamentali di Bettelheim, Arendt e Adorno [12].



Una conclusione pedagogica

Dal punto di vista pedagogico rifiutare la misurabilità dei cambiamenti non significa postulare una sorta di cecità davanti ai processi di formazione; tutt’altro, si tratta di pretendere che si faccia chiarezza sul tipo di metro adoperato, sul modello di conoscenza sotteso e sui risvolti oscuri della relazione educativa. Davanti al dramma di vite votate alla violenza, occorre una razionalità capace di forzare se stessa, superando la tradizionale scissione tra conoscere ed esistere, quel confine che, attraverso il discorso, separa detto e non detto, pensabile e impensabile. Senza il transito entro questa soglia si ha una conoscenza incompleta, che esclude il coesistere, nell’umano, di spinte opposte. Il sapere, quindi, non può che pensarsi avvinghiato al non-sapere, aperto al suo rovescio nel modo indicato da Georges Bataille: “Se è vero che, legata indissolubilmente alla violenza-animalità, la coscienza non ha autonomia, e di conseguenza un mondo umanamente costituito non si dà in questa modalità di adesione senza scarto alla violenza, è altrettanto vero che una coscienza totalmente autonoma ed escludente il campo animale salta il dato di fatto dell’esistenza concreta, ovvero il coesistere di violenza e ragione come cifra dell’umano” [13].
Legare il problema della violenza a quello della conoscenza significa spostare l’attenzione dal versante del giudicare a quello del comprendere. Nel primo caso si espelle dall’orizzonte tutto ciò che non può essere ridotto all’univoco; nel secondo, invece, ci si apre all’inatteso, si cammina in bilico sul dirupo sotto il quale scorrono, simultaneamente, le parole che nascondono e quelle che rivelano. “Benchè le parole si approprino in noi di quasi tutta la vita - scrive Bataille - (…) sussiste in noi una parte muta, nascosta, inafferrabile. Nella regione del discorso questa parte è ignorata. Di solito sfugge anche a noi. Solo a certe condizioni possiamo raggiungerla e disporne. Sono moti interiori, vaghi, che non dipendono da alcun oggetto e non hanno intenzione” [14].
Afferrare questi vaghi moti interiori è compito arduo per rieducatori forniti di metodologie tarate al millimetro: per lo più sfuggono, si perdono tra le certezze, le procedure e le conformità. Legare la rieducazione dei detenuti all’ambito dell’utile (dai permessi premio fino alla liberazione anticipata) è un tentativo senz’altro coerente con i principi ordinatori del diritto moderno, ma presta il fianco esattamente a manipolazioni, interessi e condizionamenti. Come a scuola il bravo discente troverà, solo a condizione di divaricarsi dalla categoria dell’utile, il coraggio di contestare il proprio maestro, così per il detenuto un programma rieducativo a rimorchio dei canoni di buona condotta rischia di viziare un percorso di riflessione che, per molti aspetti, non può che avvenire o nella penombra del dialogo interiore o all’interno di una salda alleanza terapeutica o formativa. Proprio la possibilità di realizzare un sincero e bilanciato patto formativo tra soggetti diversi per conoscenze, condizioni e ruoli è l’esordio necessario di un percorso che voglia puntare sulla formazione più che sulla gestione di un problema.

Occorre dunque, sul piano epistemologico, superare definitivamente l’unidirezionalità dei modelli che, mutuando dal paradigma delle scienze naturali, postulano l’oggettività dello sguardo diagnostico in luogo della relazione intersoggettiva, e si cacciano nel vicolo cieco che, spacciando il laboratorio per la vita, finiscono per falsare il primo e trascurare la seconda. La pedagogia non può limitarsi a considerare il male come mancanza, colpa o infrazione: non può aderire alla Norma senza vedere le connessioni tra questa e il negativo, il gioco dialettico che sostiene reciprocamente l’ordine dominante e la violazione, la persona e l’ombra, l’adesione e il rifiuto. Al suo livello più intimo, il lavoro pedagogico è chiamato a dare un senso proprio a quei conflitti che, lasciati a sé, esplodono nel delitto. Si tratta di farsi carico della disobbedienza alla legge, quell’andare contra naturam che è il nucleo fondativo del sapere. Pedagogia e disobbedienza: un bel tema, se è vero che “ogni acquisizione di conoscenza, ogni pratica di libertà devono necessariamente omportare il tradimento di un assetto, di un ordine familiare, sociale e anche di un determinato assetto interno” [15].

 

 


Note:
[1] Esemplare la dichiarazione del Ministro della Giustizia: “La maggior parte degli operatori, degli psicologi e degli assistenti sociali che lavorano nei penitenziari sono tutti amici di Caino” (La Repubblica, 6 maggio 2005, p. 14). Dichiarazioni come queste, pur se provenienti da soggetti avvezzi a spararla grossa, rendono bene l’idea sul tipo di messaggio che poi, attraverso la comunicazione annacquata delle tv, giunge a un pubblico allo stesso tempo impaurito e addomesticato.

 

[2] Jedlowski P., Memoria, Esperienza e modernità, Franco Angeli, Milano, 2002, p. 73.

[3] Come rileva Franco Rella, il sapere della crisi, reso necessario dal frantumarsi dell’ordine tradizionale, necessita di una ‘logica sdrucciolevole’, capace di ricomporre simbolo e significato, fisico e psichico, volo e caduta (Cfr Rella F., Miti e figure del moderno, nuova ed., Feltrinelli, Milano, 2003).

[4] “L’individuo non si produce più entro e mediante una forma di società, ma entro e mediante la forma di merce” (Formenti C., La fine del valore d’uso, Feltrinelli, Milano, 1980, p. 9).

[5] Mistura S., Figure del feticismo, Einaudi, Torino, 2001, p. 185.

[6] Villani T, Una scrittura di carne e sangue, in “Millepiani”, n.11, 1997, p. 69. E’ da sottolineare che l’immagine di cui si innamora Narciso è un duplicato di sé stesso da cui sono sottratti carne e sangue, un simulacro vuoto che conosce solo le logiche del dominio e della distruzione, tanto è vero che Narciso, nel tentativo di afferrare l’immagine riflessa, cade in acqua e muore. Sulla quotidiana e cinica banalità di questo male che segna la sottrazione dei codici umani dalla carne delle vittime, si rimanda al classico lavoro di Hannah Arendt: La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme; tr. it., Feltrinelli, Milano, 1992.

[7] Nietzsche F., L’innocenza del divenire; tr. it., Rusconi, Milano, p. 202.

[8] Fadda R., La cura, la forma, il rischio, Unicopli, Milano, 1997, p. 111.

[9] Foucault M., Sorvegliare e punire; tr. it., Einaudi, Torino, 1976, p. 340.

[10] “E’ nel Nome del Padre che dobbiamo riconoscere il supporto della funzione simbolica, che dal sorgere dei tempi identifica la propria persona con la figura della Legge” (Lacan J.,Scritti, tr. it.; Einaudi, Torino, 1974, p. 271).

[11] Solimini M., L’estraneità che accomuna, Ed. dal Sud, Bari, 1005, p. 37.

[12] Evidente la declinazione pedagogica del corposo studio dedicato a un prodotto antropologico, preda e protagonista dei fascismi del Novecento: Adorno T.W., AA.VV., La personalità autoritaria, tr. it., Ed. di Comunità, Milano, 1982. Dal punto di vista educativo è da segnalare: Mantegazza R., L’odore del fumo. Auschwitz e la pedagogia dell’annientamento, Città Aperta, Enna, 2001.

[13] Papparo C. F., Incanto e misura. Per una lettura di Georges Bataille, Esi, Napoli, 1997, pp. 30-31.

[14] Ivi, p. 58.

[15] Carotenuto A., Le lacrime del male, Bompiani, Bologna, 2001, p. 31.

 


copyright © Educare.it - Anno V, Numero 9, Agosto 2005