- Categoria: Riforme della scuola
Riforme, opzioni e intelligenze multiple. La lezione pedagogica di Claparède
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Ciò è stato sempre vero, ma da quando c’è il sistema elettorale maggioritario in Italia, a cambiamenti di governo e di ministri dell’istruzione corrispondono cambiamenti di riforme.
Così la legge n. 30 del 2000 del ministro Berlinguer, oggetto di polemiche per la prevista soppressione della scuola media per costituire una scuola di base unica con la scuola elementare, è stata abrogata e le è succeduta la legge n. 53 del 2003 del ministro Moratti, oggetto di nuove polemiche. Se alle prossime elezioni vincerà il centrosinistra, sarà abrogata quest’ultima legge e ci sarà una nuova riforma della riforma?
La scuola è al centro di questi valzer politici perché l’educazione delle giovani generazioni è un fatto eminentemente politico (si tratta di formare i futuri elettori) e fa rimpiangere l’immobilismo che regnava, salvo piccoli aggiustamenti, al tempo della Democrazia Cristiana.
Da questi continui cambiamenti la scuola, infatti, riceve anziché modificazioni positive e costruttive, adeguamento passivo da parte degli insegnanti e delle famiglie (perché in entrambi i casi le riforme sono state imposte dall’alto, nonostante la parvenza di consultazioni popolari).
I docenti, che poi scrivono il P.O.F., cercano gattopardescamente di trasformare apparentemente (perché lo impone la legge!) senza cambiare nulla nella sostanza, aspettando il prossimo giro di ballo.
Eppure la scuola, costituzionalmente parlando, dovrebbe essere un’istituzione al di sopra delle parti e la sua riforma, con gli opportuni compromessi, dovrebbe essere proposta da entrambi gli schieramenti, cercando di salvare quanto di positivo c’era nell’una o nell’altra riforma, senza gettare a mare tutto quello che hanno fatto i predecessori.
La pedagogia e la riflessione pedagogica dovrebbero avere una loro autonomia dalla politica.
Per esempio, era sbagliato sopprimere la scuola media e fonderla con la scuola elementare che funzionava in un’unica scuola di base, senza tener conto, come insegna Piaget, delle diverse età evolutive. Bene ha fatto la Moratti a riproporre la distinzione tra la scuola elementare e scuola media, pur comprendendole in un unico ciclo di continuità.
Sarebbe servito più coraggio a eliminare un anno delle superiori, troppo lunghe, come aveva proposto in un primo momento Bertagna, per far diplomare i nostri giovani a 18 anni come avviene nella maggior parte dei paesi europei e non a 19 anni, uniformando così l’uscita dei licei a quella della formazione professionale, prevista dopo quattro anni.
Ma ci si scontra contro le tendenze corporative dei docenti che a volte sono giuste e a volte sbagliate, specie se si oppongono a qualsiasi cambiamento.
Proporre, per esempio, come strumento valutativo il portfolio mi sembra sbagliato, perché è uno strumento che si usa negli Stati Uniti dove non vale il titolo legale di studio. Proporlo in Italia, dove invece vige ancora, non ha senso, sempre che il disegno politico nascosto non sia alla lunga abolire il valore legale dei diplomi.
E’ stato un errore ignorare tutta la riflessione berlingueriana sui nuclei essenziali di apprendimento, così come sarebbe un errore buttare via l’impostazione di Bertagna sulle opzioni scelte dalle famiglie oltre un orario curricolare minimo.
Se ci si riflette, tra i due aspetti c’è una connessione e non una contrapposizione. Stabilire un orario minimo del curricolo, vuol dire stabilire quali sono gli insegnamenti necessari per tutti.
Sulle opzioni facoltative, che poi diventano obbligatorie una volta scelte, c’è polemica perché i docenti, in base alle scelte delle famiglie, si vedono ridurre le cattedre e quindi fanno resistenza.
Ma le opzioni sono un grande e rivoluzionario principio pedagogico che viene, come vedremo da lontano, e non andrebbe abbandonato in una futura riforma, salvo rispondere alle legittime preoccupazioni dei docenti. Si dovrebbe ritornare a parlare di organici funzionali che non muterebbero in base alle scelte delle opzioni, ma consentirebbero un uso flessibile dei docenti in vari progetti.
Diciamoci la verità: oggi come oggi la scelta delle opzioni offerte dalle scuole è limitata ed è pensata in funzione della conservazione degli organici.
Senza questo timore, ci sarebbe un’offerta più variegata e più stimolante, rispondente al principio di valorizzazione dei diversi talenti.
E qui finisce la riflessione politica, per addentrarci in una riflessione di taglio più pedagogico.
Sulla politica ritorneremo in conclusione.

