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Saperi e competenze nel tempo della complessità

Nel tempo della complessità e dei saperi, si è cittadini in senso pieno solo se si posseggono tutti gli strumenti cognitivi: la qualità dell’istruzione è dunque garanzia di democrazia. E’ questa la tesi portante dell’ultimo lavoro di Franco Cambi, docente di Filosofia dell’educazione e Storia della pedagogia nell’Università di Firenze [1].

La riforma della scuola deve tendere a migliorare la qualità dell’istruzione

 Cambi, esaminando gli ultimi tentativi di riforma fatti da Berlinguer e dalla Moratti, salva due punti importanti: il principio dell’autonomia funzionale riconosciuto alle scuole e una didattica in cui il lavoro individuale abbia uno spazio e un riconoscimento, come è avvenuto con i curricoli e come avviene con i “piani di studio personalizzati” [2].
L’autonomia ha comportato il passaggio dalla scuola del programma – prescrittivo a livello nazionale, valido per tutti, calato dall’alto - alla scuola del curricolo, cioè alla definizione degli obiettivi che si devono adeguare alla situazione dell’alunno e di quella scuola situata in un determinato contesto economico-sociale. Il P.O.F. che costruisce l’identità di ciascuna scuola, esprime la progettazione curricolare (ed extracurricolare) della scuola.
“La scuola si faceva (con il POF) un’agenzia di formazione, capace di legare insieme tempo scolastico e tempo libero, offrendo spazi organizzati di attività, laboratori, occasioni di socializzazione. La scuola nel suo complesso, cambiava volto: diveniva irriconoscibile rispetto alla tradizione ottocentesca e burocratica. Perdeva il suo volto di ‘apparato ideologico di Stato’ per farsi ‘agenzia formativa’ appunto” [3] .

Gli obiettivi del curricolo, secondo Cambi, mettendo in “situazione” ciascuna scuola, vanno integrati su tre fronti: quello delle conoscenze, quello delle competenze e quello della riflessività.
Le conoscenze sono i vari saperi (le discipline) che devono essere appresi, tenendo conto delle indicazioni nazionali.
Le competenze sono conoscenze applicate e trasferibili, consistono in sostanza nel fare ricerca in quei saperi.
La riflessività è la capacità di rilettura di quei saperi, la loro interpretazione anche in senso transdisciplinare.
Il passaggio dalle conoscenze alle competenze e alla riflessività è ascendente, ma circolare.
C’è poi il problema della verifica della qualità che si articola su due piani: attraverso test o prove; e attraverso discussioni interne al gruppo docente sui metodi impiegati. Quest’ultimo aspetto è applicazione della riflessività, è lavoro metacognitivo.
Esso non deve essere confuso con la verifica - monitoraggio che adotta specifiche tecniche di controllo e di valutazione, qual è l’autoanalisi d’Istituto.
La nozione di competenza, in particolare, segna per l’autore il passaggio al nostro tempo storico, che si può definire con Lyotard postmoderno.
“Nella congiuntura storico-sociale odierna le competenze sono costantemente in itinere, vengono rinnovate e ristrutturate, anche radicalmente. Quindi tali competenze vengono definite nel presente e nel futuro, e in un futuro contrassegnato dall’innovazione e dalla trasformazione (che non sono nozioni sinonime).” [4]
Competenza vuol dire non solo conoscere, ma anche “saper fare”. Per esempio nell’apprendere la storia, l’alunno deve imparare anche a fare un po’ lo storico, sia pure a livello elementare: saper utilizzare i suoi metodi, saper interpretare i documenti. Quindi la competenza è la dimensione tecnica del sapere.
Il secondo tratto caratterizzante la competenza è che essa è conoscenza/abilità capace di essere trasferita in situazione per risolvere un problema, è cioè applicabile. Ma poiché, come si diceva, le competenze mutano rispetto ai bisogni della società, la competenza generale che bisogna apprendere, come insegnano vari studiosi da Lyotard a Morin, è la capacità di “apprendere ad apprendere”, che ci fa avere quella conoscenza flessibile in grado di rispondere volta per volta alle necessità sociali.
Ciò significa anche avere una conoscenza il più possibile personalizzata, “una testa ben fatta” come sostiene Morin.
I saperi nella società complessa si stanno sempre più specializzando, sono diventati iperspecializzazioni, ma questo per Cambi non è un effetto negativo. C’è, è vero, il rischio di una loro entropizzazione, di una loro dispersione, ma va riconosciuto che la crescita dei saperi è anche accompagnata da una forte riflessione epistemologica, metodologica e categoriale, che spinge a riflettere sulla loro transdisciplinarità.
I manuali scolastici fissano le conoscenze che si sono raggiunte fino a quel momento e ne fanno un sistema, una dottrina chiusa, ciò è inevitabile, ma la scuola deve aprirsi anche alle nuove frontiere della conoscenza, al suo carattere di incertezza, e lo può fare solo assumendo la dimensione della “ricerca” La riflessività metacritica ci fa contestualizzare i saperi a livello storico-sociale e non ci fa perdere la loro complessità e la loro connessione.

Come si vede, il richiamo a Morin, indirettamente o direttamente, è da parte di Cambi costante nell’analisi dei contenuti della conoscenza nella società contemporanea.
“Si pensi soltanto all’opera sofisticata e interpretativamente sagace ed efficace svolta da Morin con i suoi volumi che sono tornati e ritornati su questi nuovi statuti della conoscenza e sul bisogno di imparare a pensarla in forma nuova, pluralistico-dialettica. interpretativa, metacogntiva, evolutiva anche. Persino gli ultimi testi, rivolti a un obiettivo di formazione degli uomini ‘planetari’ del presente – quali “La testa ben fatta” o “I sette saperi necessari all’educazione del futuro” -, mettono in luce i nuovi aspetti della conoscenza che vanno ormai interiorizzati da ogni ‘cittadino del mondo’, partendo dal suo statuto fallibile per arrivare a quello che la incardina sulla ‘condizione umana’ e sulla ‘identità terrestre’, affrontando incertezze, favorendo la comprensione, innestandosi su un’ ‘etica del genere umano’, in modo che ogni conoscenza risulti contestualizzata, e dentro i saperi e fuori di essi, nella medesima vita sociale” [5].