- Categoria: Intercultura e scuola
La posizione della scuola nei confronti dei migranti - Ruolo degli insegnanti nel processo migratorio
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Ruolo degli insegnanti nel processo migratorio
Nell’ambito scolastico il rapporto fra compagni è fortemente influenzato, in maniera più o meno consapevole, dal parere degli insegnanti: per il fatto di essere degli adulti e per il ruolo che essi rivestono, rappresentano agli occhi dei bambini l’autorità e, in un certo senso, la “verità” (inconfutabile) riguardo a questioni, comportamenti, assunti di natura culturale. I modelli di rappresentazione della realtà degli insegnanti fungono da griglie interpretative per gli studenti, specialmente giovani e giovanissimi. Emergono quindi, con chiarezza, da un lato la forte responsabilità degli insegnanti nei confronti della questione “stranieri” in generale, dall’altro la necessità di evitare posizioni aprioristiche e di creare spazi per la rielaborazione personale da parte degli studenti.
Se prendiamo in considerazione il caso di Elena e Said (Grilli, 2000), vediamo che gli insegnanti si pongono con difficoltà e, potremmo dire, poca consapevolezza nei confronti dell’esperienza della “diversità” sui banchi di scuola. Dall’analisi delle loro parole sembra emergere una concezione del diverso, negato (Elena) o esaltato (Said), come esclusiva prerogativa dell’insegnante, di carattere rigidamente monoculturale e che porta all’elaborazione di un percorso di tipo assimilazionista. I bambini invece non hanno possibilità di esprimersi in merito e di formarsi una propria opinione.
Da parte loro, i compagni non notano nei suoi [di Elena] confronti una qualche ‘diversità’ su cui indagare: questa non è, infatti, percepibile nell’aspetto fisico, nei comportamenti, né nella lingua usata per parlare. Sanno che Elena è russa ma, diciamo, che questa appartenenza non ha riscontri pratici nel quotidiano, all’infuori delle numerose assenze che fa durante l’anno:
“Elena è andata in Russia (i bambini rispondono ad una mia domanda: Elena non viene a scuola da un po’ di giorni): ogni tanto torna nel suo paese, per questo non viene a scuola”.
Nessuno le chiede mai di parlare del suo paese e lei si guarda bene dal farlo. In generale, l’atteggiamento che i compagni assumono nei suoi confronti influisce sul suo modo di essere in relazione con loro e la costruzione dell’immagine di sé comincia a partire da questa relazione. […] In questo processo, il passato non sembra recuperabile in funzione del presente ma mira, piuttosto, ad essere dimenticato.
In generale gli insegnanti sembrano valutare la presenza degli studenti stranieri solo sotto il profilo del rendimento e prendere in considerazione la “diversità” solo laddove essa sia legata ad un quadro di insufficiente rendimento scolastico. Gli insegnanti, in molti casi, accettano lo svantaggio scolastico degli studenti stranieri, sembra che lo considerino addirittura una loro prerogativa, liberandosi così, almeno in parte dall’assunzione di responsabilità del problema.
Gli insegnanti della classe di Elena e Said affermano infatti:
Insegnante: “Elena è russa ma non dà problemi”.
Insegnante: “Proporre una riflessione sulla diversità è sconsigliabile se l’esigenza non nasce dai bambini stessi”.
Insegnante: “Elena non sembra straniera, il suo positivo inserimento sottintende che non si senta diversa dagli altri”.
Per questi insegnanti “integrazione” significa adattamento, capacità del bambino di conformarsi ai comportamenti degli altri, di mimetizzarsi fra i suoi coetanei. Sembra quindi che la diversità sia considerata al pari di una malattia da cui curare lo studente, non un tratto saliente dell’identità da tutelare e sistematizzare in una personalità complessa. Secondo gli insegnanti il punto di arrivo dovrebbe essere una “guarigione completa” dalla diversità per arrivare alla produzione di comportamenti sociali omogenei e compatibili con le aspettative più diffuse e accettate, in sostanza un processo di omologazione ai modelli dominanti.
Si perde di vista, in questo modo, la ricchezza che potrebbe derivare per l’intera società dal confronto con modelli comportamentali altri, sia per quanto riguarda la sfera scolastica, sia l’ambito più ampio della genitorialità e dell’interazione sociale. Ponendo un unico modello come riferimento valido e accreditato (quello italiano) si perde l’opportunità di mettere (finalmente) in discussione un sistema che non è sicuramente né il solo né il migliore.

