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I correlati comportamentali del soggetto dislessico - L'aggressività

L'Aggressività

Comunemente si dice che una società violenta come la nostra, non può che partorire generazioni altrettanto aggressive. L'aggressività in effetti, permea di sé una parte cospicua dei nostri rapporti interpersonali e del tessuto sociale, sul quale sono fondate le nostre organizzazioni.
La scuola a causa degli scontri fra alunni, manipolazioni nel rapporto didattico, aggressività fra studenti e fra docenti, pregiudizi nei rapporti con i presidi e le istituzioni non sfugge a tale regola.

Definizione del disturbo

La prima naturale domanda da porsi è: "Cos'è l'aggressività?".
La risposta, come spesso accade in questi contesti, appare semplice eppure ricca d'incognite.
L'aggressività è una serie di comportamenti (se per comportamenti si indica tutto ciò che la parte fa o dice, l'insieme delle sue parole e delle sue azioni) intenzionalmente diretti a produrre un danno a persone e strutture, ecc.(Meazzini, 1986)
Quindi, chi è il bambino aggressivo, cosa possiede di diverso rispetto agli altri bambini per meritarsi l'etichetta di aggressivo?
Patterson e Gullian (1968), hanno condotto numerose ricerche, mirate proprio ad elaborare una specie di identikit del bambino aggressivo.
Da tali ricerche si può dedurre che il bambino definito aggressivo, manifesta con una frequenza due, tre o quattro volte, superiore alla norma, determinati comportamenti quali:

  • Esprimere pareri con tono negativo;
  • Infastidire gli altri;
  • Essere sempre in movimento;
  • Dar vita ad azioni fisiche negative;
  • Dar vita ad atti distruttivi;
  • Umiliare gli altri;
  • Comandare ricorrendo a minacce.

Esistono varie interpretazioni teoriche del fenomeno:

a) L'approccio di stampo innatistico
Il contributo della scuola psicoanalitica: all'interno della psicoanalisi esistono delle differenze di fondo che riguardano la funzione dell'aggressività nell'uomo e la sua genesi.
In una prima concezione Freud, considerò l'aggressività come una variante dell'energia libidica che sta alla base dell'agire umano e che spinge l'individuo alla ricerca dell'appagamento (principio del piacere). Successivamente egli considerò l'aggressività come superamento della frustrazione, considerata da Freud come stato di sofferenza e di disagio che l'uomo sperimenta quando un ostacolo si frappone al raggiungimento del piacere. Infine è stata considerata espressione di un autonomo istinto di morte il Thanatos.
Il comportamento aggressivo è considerato quindi, la manifestazione di un preciso moto pulsionale che ha come fine ultimo la distruzione, sia essa rivolta verso se stessi che verso l'esterno, nella distruzione della realtà fisica e sociale che ci circonda. 
Secondo Melanie Klein, i primi sentimenti che animano il bambino sono quelli aggressivi verso la propria madre; questi si rifletterebbero su di lui sotto forma di angoscia e di immagini terrificanti. La Klein vede dunque l'aggressività, come una pulsione fondamentale a carattere distruttivo, in un mondo fantasmatico, dominato da conflitti di amore e odio, dove aggressività e amore si alternano.
Tuttavia, non tutti i seguaci di Freud percepiscono l'aggressività come un istinto distruttivo.
Alfred Adler ad esempio, sostiene che l'aggressività simbolizzi l'aspirazione alla supremazia. E' la condizione per un'attività e un intervento sulla realtà.
Così pure Storr, secondo il quale l'aggressività rappresenta una forza necessaria per conseguire una sufficiente autonomia personale, in particolare dalle figure genitoriali (Bonino, Saglione, 1978).
A questa visione innatistica fa riferimento anche l'interpretazione etologica (1). Lorenz (1981), difatti, fa riferimento al concetto di istinto primario. Tale istinto è predisposto filogeneticamente ed alimentato da una fonte energetica sempre presente.
In condizioni normali della vita animale, l'aggressività è posta al servizio della conservazione della specie, è dunque una forza di vita e non di morte. Quello che Lorenz vuole sottolineare è la spontaneità dell'istinto aggressivo, in grado di generare autonomamente energia, indipendentemente dalle stimolazioni esterne.
In particolari situazioni però, accade che il comportamento aggressivo diventi fine a se stesso, perda il suo carattere di conservazione della specie e si trasformi in cieca distruttività intraspecifica.

b) L'approccio basato sul concetto di frustrazione:
Già dal 1939, studiosi quali Dollard, Miller et al., in opposizione alla teoria di matrice freudiana dell'aggressività come istinto primario, avevano sostenuto un rapporto di causa-effetto tra frustrazione e aggressività.
I comportamenti aggressivi che possono derivarne, possono variare per intensità e tipo: aggressione fisica o verbale, indirizzarsi verso la fonte della frustrazione o essere diretti verso oggetti sostitutivi meno pericolosi; possono essere autodiretti o essere utilizzati per fini socialmente accettabili. 
Secondo l'elaborazione di questa teoria ad opera di Berkowitz (1962-1969), successivamente ampliata da numerosi lavori empirici (Da Gloria, 1985), l'evento frustrante produce nel soggetto una sorta di aggressività potenziale che per tradursi in atto, necessita della presenza di specifiche situazioni stimolanti. 
In bambini di età scolare, risulta già ampiamente sviluppata la capacità che espone il soggetto al rischio di vedere frustrate le proprie aspettative di successo e/o efficacia personale in un dato compito. Ciò, sul piano emotivo, comporta il rischio di una ridefinizione in termini negativi dell'immagine di sé e della propria autostima.
Importante è per Berkowitz, il ruolo delle esperienze precedenti: esistono, infatti, delle abitudini aggressive apprese e pronte a manifestarsi alla presenza di stimoli adatti, non necessariamente frustranti. Per questo motivo, egli afferma che la frustrazione non è l'unica possibile spiegazione dell'aggressività.
L'approccio multidimensionale che prevede l'incontro fra componenti biologiche e ambientali, è stato utilizzato da Di Maria e Di Nuovo (1984), per contestualizzare i fenomeni di aggressività, all'interno di epifenomeni e di eventi che appartengono ai "climi ambientali", ma anche e soprattutto alle modalità di relazione e comunicazione.

c) L'approccio cognitivo-comportamentale:

il quale amplia e modifica l'approccio basato sul concetto di frustrazione, sostenendo che, non sempre è necessaria una situazione aversiva per innescare un comportamento aggressivo. Viceversa, non sempre una tensione derivante da una situazione aversiva, innesca una risposta aggressiva.
I fattori che mediano fra stimolo-risposta sono l'autocontrollo e l'apprendimento passato dell'individuo.
In un'ottica rigorosamente comportamentistica si muove la figura di Arnold H. Buss. Egli distingue innanzitutto, l'aggressione dalla rabbia e dall'ostilità. Definendo:
- Aggressione: la produzione di uno stimolo nocivo, volto a recare danno ad un altro individuo;
- Rabbia: la reazione emotiva;
- Ostilità: l'atteggiamento negativo nei confronti di un'altra persona.
Ragione ultima dell'agire aggressivo, è l'acquisizione di specifici vantaggi.
A riguardo dell'ipotesi frustrazione-aggressione, Buss afferma che la frustrazione induce all'aggressione solo quando questa può permettere il superamento dell'ostacolo.
Egli dunque, si allontana dalle ipotesi della scuola di Yale (2), soprattutto perché l'aggressione è vista dallo studioso, come strumento atto al superamento dello stimolo nocivo e all'acquisizione di benefici.