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I correlati comportamentali del soggetto dislessico - L'Iperattività o ADHD
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L'iperattività o ADHD
Qualunque insegnante abbia avuto in classe un bambino iperattivo, non ha certamente potuto definirlo semplicemente "molto vivace". Questi alunni, hanno uno scarso livello di attenzione e quando iniziano a distrarsi, manifestano un comportamento di disturbo. Non riescono a stare fermi, né a lavorare proficuamente, si stancano subito di tutto, sono sempre disattenti. Dato che non riescono quasi mai a concludere un'attività iniziata, il loro rendimento scolastico ne risente, ma gli insegnanti sostengono che l'aspetto più grave è che essi "impediscono di insegnare" al resto della classe. Nelle loro scelte è evidente una marcata impulsività, che si manifesta non solo nell'ambito dell'apprendimento, ma anche in campo ludico. Spesso, il bambino iperattivo non sa spiegare perché si è comportato male, oppure produrrà motivi diversi di volta in volta. Altrettanto frequentemente, si difenderà sostenendo che la colpa di quanto è successo è di qualcun altro, o ancora, si avrà l'impressione che il suo comportamento vada al di la delle sue intenzioni.
Definizione del disturbo
L'iperattività è un disturbo evolutivo relativamente comune e ben identificato.
Ancor oggi tuttavia, non esistono metodi oggettivi per diagnosticarla.
Nel DSM-III (Diagnostic and Statistic Manual, prodotto nel 1980), l'associazione degli psichiatri nordamericani, ha messo in rilievo le seguenti caratteristiche fondamentali del disturbo:
- L'eccessiva generale attività o irrequietezza;
-
Problemi nel mantenimento dell'attenzione rivolta ad un compito o presenza di un approccio disorganizzato al lavoro;
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Comportamento impulsivo e scarso autocontrollo.
Caratteristiche queste, che devono essere comparse nella storia evolutiva del soggetto, prima dei sette anni e durare da almeno sei mesi.
Il disturbo ha così trovato la nuova denominazione di Attention Deficit Disorder with Hyperactivity (ADDH), che in lingua italiana possiamo tradurre Disturbo da deficit di attenzione con iperattività (DDAI) così come dal DSM-III-R del 1987, o Sindrome da deficit attentivo con iperattività.
Il numero di bambini americani affetti da questo disturbo, è pari a circa il 5% della popolazione in età scolare (la stessa percentuale interessa anche l'Italia).
In generale, la prevalenza del disturbo è stimata dal 3% al 5% nei bambini in età scolare.
Per meglio quantificare l'incidenza mondiale del problema, si può dare come punto di riferimento, una media di un caso per classe.
Il disturbo appare più frequente nei maschi che nelle femmine, il rapporto varia da 4:1 a 9:1 a seconda dell'ambiente sociale.
Le caratteristiche associate variano secondo l'età e il livello di sviluppo e possono includere:
- Impulsività;
- Attività senza sosta;
- Distraibilità;
- Mancanza di attenzione;
- Difficoltà di concentrazione;
- Scarsa tolleranza per le frustrazioni;
- Mancanza di autocontrollo;
- Comportamento disinibito;
- Scarse relazioni con i compagni;
- Ipereccitabilità;
- Comportamento immaturo.
L'iperattività è definita un disturbo dello sviluppo, poiché insorge nelle prime fasi evolutive e mostra mutamenti con la crescita.
E' particolarmente difficile stabilire questa diagnosi, nei bambini con meno di 4 o 5 anni di età, perché il loro comportamento caratteristico, è molto più variabile di quello di bambini più grandi. Inoltre, a questi bambini di rado viene richiesta un'attenzione prolungata e ciò fa si che, spesso, non siano prontamente osservati.
Nella tarda fanciullezza e nella prima adolescenza, i segni di attività motoria eccessiva e grossolana, invece, sono meno comuni e i sintomi di iperattività si riducono a irrequietezza od a un sentimento interiore di nervosismo e di inquietudine.
O'Leary (1985), riferendosi alle cause dell'iperattività, sottolineava come ad alcuni fattori organici, quali microdanno cerebrale, anomalie biochimiche, complicanze neonatali, fattori genetici, effetti di diete e di sostanze particolari, si associno fattori familiari ed educativi di varia natura.
Fra questi egli indicava in particolare, la ricompensa esplicita ed implicita data al bambino, per i suoi comportamenti aggressivi; l'offerta di esempi di comportamenti aggressivi; il fatto di apprendere che i comportamenti aggressivi aiutano a risolvere situazioni spiacevoli; la frustrazione subita dal soggetto; l'attenzione scorrettamente posta dall'insegnante su comportamenti problematici; e vari altri.
Il DSM-IV, del 1996, pur avendo sostanzialmente confermato le indicazioni del DSM-III, suggerisce che, sebbene la maggior parte dei soggetti abbia sintomi sia di disattenzione, che di iperattività-impulsività, si possono comunque distinguere casi in cui prevale l'aspetto della disattenzione e casi in cui è più evidente l'aspetto dell'iperattività.
Il sottotipo appropriato dovrebbe essere indicato sulla base della caratteristica sintomatologica predominante negli ultimi sei mesi.
| Schema 1 | ||
|
Sottotipi |
Disattenzione |
Iperattività/ Impulsività |
| Tipo combinato | 6 (o più) sintomi | 6 (o più) sintomi |
| Tipo con disattenzione predominante | 6 (o più) sintomi | Meno di 6 sintomi |
| Tipo con iperattività/impulsività predominanti | Meno di 6 sintomi | 6 (o più) sintomi |
| Schema n°1- Sottotipi del disturbo da deficit dell'attenzione con iperattività | ||
Tali sintomi possono presentarsi tutti insieme, o singolarmente, e con vari gradi di intensità; possono persistere per tutto il giorno, o manifestarsi solo al mattino, alla sera o dopo i pasti. Le manifestazioni comportamentali compaiono di solito in diversi contesti, che comprendono casa, scuola, lavoro e situazioni sociali. Per fare una disgnosi, occorre una certa compromissione in almeno due di tali contesti. E' molto raro che il soggetto manifesti lo stesso livello di malfunzionamento in tutti i contesti o, sempre uguali nello stesso. I sintomi peggiorano in attività che richiedono attenzione o sforzo mentale protratti o che mancano di attrattiva o di novità. Al contrario possono essere minimi, quando il soggetto è in un ambiente nuovo, quando è sotto stretto controllo, in una situazione a due, quando è impegnato in attività particolarmente interessanti, o quando è ben ricompensato se si comporta in modo appropriato. E' più probabile che i sintomi si manifestino in una situazione di gruppo. A livello scolastico si nota spesso un ritardo nell'apprendimento di vari prerequisiti fondamentali.
Sono frequenti difatti:
a) Difficoltà a riconoscere schemi e simboli visivi;
b) Difficoltà visuo-motorie nella produzione grafica di simboli o schemi;
c) Difficoltà uditive nel riconoscimento dei suoni;
d) Difficoltà uditivo-motorie nella riproduzione di suoni uditi.
e) Abbastanza comuni sono anche le anomalie nel linguaggio.
Tutto ciò, ha conseguenze negative sul rendimento scolastico, infatti, il 50-75% di questi bambini, pur avendo capacità intellettive normali, presenta un ritardo nell'apprendimento scolastico equivalente ad un anno. Nelle sue forme più gravi, il disturbo è molto limitante e compromette l'adattamento sociale, familiare e scolastico. In soggetti con disturbo da deficit d'attenzione con iperattività, può esservi una maggiore prevalenza di disturbi dell'umore, d'ansia, della comunicazione, dell'apprendimento. Se sia il comportamento iperattivo a portare ai disturbi dell'apprendimento o sia vero il contrario, non è stato ancora dimostrato, ma la netta relazione fra i due disturbi, resta un dato indiscutibile. Esiste anche una sostanziosa sovrapposizione, fra iperattività e disturbo della condotta o comportamento antisociale, con molti sintomi comuni e simili implicazioni nell'adolescenza e nell'età adulta. Questo specialmente quando è il comportamento aggressivo l'elemento caratterizzante il quadro. Si è ipotizzato che il bambino con ADHD, riconosca le strategie e operazioni mentali richieste, ma manchi delle abilità di pianificazione e controllo per una loro adeguata applicazione. Per questo motivo, l'aspetto più studiato in ambito riabilitativo negli ultimi anni, è proprio la metacognizione.
Con questo termine si vuole indicare l'insieme delle attività mentali che presiedono al funzionamento cognitivo, dunque le valutazioni, conoscenze e decisioni che portano il soggetto ad effettuare il proceso cognitivo, in un modo piuttosto che nell'altro. Ciò che occorre, per instaurare un autentico rapporto di collaborazione con un bambino che presenta disturbi dell'attenzione con iperattività, è possedere una profonda competenza in ambito educativo, ed una notevole creatività. In tal modo, il soggetto potrà apprendere le abilità di autocontrollo, autoregolazione, autoconsapevolezza, cioè di quella che abbiamo definito metacognizione.
In modo particolare, il processo metacognitivo deve rivolgersi ad enfatizzare il controllo dell'esito delle proprie azioni, rispetto agli obiettivi inizialmente definiti (Ashman e Conway, 1991).
La necessità di uno studio più approfondito e multidisciplinare è utile anche perché troppo spesso i bambini iperattivi, vengono trattati con farmaci che di frequente, sono solo una soluzione di ripiego. Tanto più, che non di rado le cause dell'iperattività non sono di ordine medico, ma psichiatrico o ambientale (Walker III, 1975).
E' il caso questo, di bambini che iperstimolati o frustrati negli studi, manifestino comportamenti incontrollati, di eccitazione, con scarse capacità di concentrazione o eccessi di collera.
E' evidente che il problema spesso si ripercuota nei sistemi in cui il bambino è inserito.
Walker III, citava come esempio il caso di un bambino che oltre ai problemi di comportamento, aveva anche difficoltà nella lettura. La dislessia del soggetto, ne determinò, secondo l'autore, dei problemi di comportamento.

