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L'educazione scientifica nella scuola dell'infanzia

I fanciulli non dovrebbero venir educati conformemente allo stato presente della specie umana, ma per uno stato migliore possibile nell’avvenire secondo l’idea dell’umanità e della sua destinazione (Kant, La pedagogia). 

Uno degli elementi più importanti della civiltà occidentale è la cosiddetta tradizione razionalistica ereditata dai greci: è la tradizione della discussione critica non fine a se stessa ma volta alla ricerca della verità.
In questo ambito la scienza assume un ruolo fondamentale per la sua capacità di liberare la nostra mente dalle antiche credenze, dai pregiudizi, dalle certezze immutabili, offrendoci nuove ipotesi.

La scienza dovrebbe essere apprezzata per la sua influenza liberatrice, come una delle maggiori forze che operano in favore della libertà umana, che sottraggono l’uomo al pregiudizio ed alla dipendenza cognitiva. Attraverso il metodo che le è proprio, la scienza procede incessantemente per raggiungere una conoscenza della realtà più oggettiva, affidabile e condivisibile.

Nella scuola dell’infanzia, lavorare sul pensiero scientifico significa partire dal presupposto che le caratteristiche di tale metodo (ciclo conoscitivo-induttivo, ipotetico-deduttivo, trasversalità, creatività, curiosità, problematizzazione, senso critico) non è esclusivo di alcune aree disciplinari. Spesso l’insegnamento scientifico, anche nella scuola di base, è impostato in modo opposto, in consonanza con una concezione dogmatica della scienza e preoccupata di impartire la conoscenza enciclopedica delle verità scientifiche.

Ciò che qui preme evidenziare è l'opportunità di sviluppare fin dalla prima parte dell'esistenza un atteggiamento scientifico, inteso come modo di vivere e conoscere la realtà: l’educazione scientifica dovrebbe fornire supporto al bambino nella conquista dell’autonomia, nella costruzione ed nell’esplorazione del reale, in cui è egli stesso a farsi protagonista del proprio percorso di apprendimento, pronto ad elaborare, riflettere, ipotizzare interrogarsi e interrogare se stesso e gli altri. A tal scopo sono necessari itinerari didattici che diano spazio alla curiosità e creatività, che stimolino il ragionamento, che non deprimano l’intuizione, che offrano spazio ad un "lavoro sperimentale" in cui viene valorizzata la progettualità individuale e di gruppo in un clima positivo di esplorazione e ricerca. Riflettere insieme ed autonomamente sui fenomeni naturali, favorisce, oltre alla conoscenza, la formazione di soggetti in relazione con il proprio ambiente e sensibili ai cambiamenti: osservare un insetto, andare a caccia di lombrichi; porsi domande cercando di immaginare come si era da piccoli, prima di nascere; vedere cadere le foglie di un albero per poi osservarne la fioritura; accorgersi che lo stesso animale che prima era un gerino ora è una ranocchia; relazionarsi con il l’ambiente e imparare a viverci, interrogarsi sulla Luna e il Sole e le loro fasi … sono tante le occasioni per sostenere la “curiosità scientifica” dei bambini. È quindi fondamentale che il bambino possa fare il più a lungo possibile e liberamente il maggior numero di esperienze che gli permettono di osservare, sperimentare, interrogarsi, manipolare vari tipi di materiali, sia individualmente e in piccoli gruppi.


Fare le domande, attendere le risposte

Una buona educazione, sottolinea Loris Malaguzzi, non si basa sulla dipendenza e la passività percettiva, ma tende alla formazione di un pensiero nobile e produttivo, razionale e immaginativo, sorretto da una feconda sensibilità sentimentale ed emozionale.

Una delle incertezze principali degli insegnanti della scuola dell’infanzia è relativa alle domande che i bambini pongono: bisogna rispondere subito esaustivamente o lasciare in loro il seme della curiosità, che li spinge alla ricerca individuale e di gruppo per arrivare infine alla soluzione (forse) di tale interrogativo?
Risulta importante che i giovani interlocutori mantengano tutto il piacere dell’interrogare sé e gli altri, senza la fretta di pervenire a delle risposte.
La ragione tende a trovare sempre delle conclusioni definitive, a risolvere le parzialità. Le approssimazioni e le ambiguità potrebbero far vivere con disagio l’essere sollecitati a porre in discussione le certezze che fanno da sfondo al nostro agire.
Questo ricorrente bisogno di risposte certe e definitive, però, più che corrispondere all’essenza della ragione, è un certo modo di impostare l’educazione intellettuale, che non sa insegnare a stare anche nell’incertezza e a non lasciarsi prendere dall’ansia, che spinge a fare proprie idee e teorie senza che siano ancora maturate tutte le premesse affinché possano essere condivise.
La possibilità di raggiungere questo obiettivo si basa principalmente su un clima educativo orientato allo sviluppo di un positivo atteggiamento esistenziale.
Lo sviluppo della disponibilità a saper stare nell’incertezza, senza affrettare i tempi della ricerca di una risposta che soddisfi gli interrogativi emersi, richiede all’educatore la capacità di elaborare uno stile comunicativo rassicurante, atto a stimolare quell’entusiasmo che dispone il soggetto all’apertura e al cambiamento.

Il pensare è un rischio, ma un rischio che va comunque percorso e sostenuto positivamente.
Il suscitare perplessità, l’alimentare la discussione, è un fondamento dell’educazione che fino adesso si è profilata, in un contesto umano nel quale viene sviluppata l’azione maieutica.
È necessario che il bambino possa sentirsi libero di esprimersi, una libertà verbale, d’azione, di pensiero e di elaborazione e rielaborazione grafico-pittorica e gestuale.

Scopo dell’educazione scientifica, in definitiva, è promuovere lo sviluppo della curiosità, dell’indagine, in un processo in cui non venga penalizzato l’errore, che, anzi, può esser un momento di riflessione e crescita individuale e collettiva.
In questo contesto l’insegnamento dovrebbe avere un impatto "fresco" e diretto e non dare l’impressione che si tratti di qualcosa di risaputo e preconfezionato: deve essere ricavato dall’esperienza del bambino e non essere una versione dell’esperienza dell’adulto.
Tale insegnamento dovrebbe produrre lo “scontro” di idee e menti, dove vi sia l’incontro delle menti dei bambini con il mondo mai esaurito della conoscenza. Sul piano didattico, il bambino deve poter rielaborare, attraverso il ragionamento, le ipotesi iniziali, e giungere ad un risultato autonomamente, senza dipendere mentalmente da nessuno.
Tutto questo sempre partendo dall’esperienza, da ciò che è vicino, ben sapendo che occorre sviluppare l’osservazione ed attrezzare la riflessione.
Si può cominciare a parlare di scienza anche partendo dalle piccole cose, da ciò che capita sotto gli occhi dei bambini nella vita quotidiana: da qui si possono costruire percorsi di attività che aiutano il bambino ad interrogarsi ed a scoprire il meraviglioso mondo che lo circonda.

 


Bibliografia

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Autore: Sara Amici, laureata nel corso specialistico di Pedagogia e Scienze dell'Educazione e la Formazione presso l'Università "La Sapienza" di Roma.


copyright © Educare.it - Anno XII, N. 5, aprile 2012