- Categoria: Dibattito a scuola
- Scritto da Manuele De Conti
Dibattito regolamentato e comunicazione non verbale
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Il dibattito regolamentato, essendo un’attività orale, richiede di saper gestire non solo la componente verbale della comunicazione, bensì anche quella paraverbale e non verbale. Per paraverbale si intendono gli aspetti non verbali del parlato quali il volume, il ritmo e l’intonazione. Per non verbale, invece, gli aspetti corporei della comunicazione quali la gestualità, la postura e lo sguardo. Per semplicità d’ora in avanti ci riferiremo a queste componenti con la generica espressione «non verbali». Inoltre il taglio dato a questa introduzione non sarà, come avviene in molte pubblicazioni, di carattere psicologico-analitico ma pratico-operativo. Le nozioni che verranno esposte, sebbene riferite ad un semplicistico modello di comunicazione caratterizzato da emittente e destinatario, non serviranno per interpretare l’interiorità dell’interlocutore, bensì per orientare il comportamento di chi, partecipando ad attività di dibattito regolamentato, necessita di linee guida per rendere la sua esposizione efficace.
Componenti della comunicazione non verbale
Quando si parla di comunicazione non verbale spesso pensiamo a qualcosa di fumoso, intangibile, addirittura ingannevole rispetto all’importanza dei contenuti sui quali sia chi parla sia chi ascolta dovrebbe concentrarsi. Tuttavia se è vero che è discutibile saper parlare bene ma non offrire validi contenuti o addirittura per dire il falso, è anche vero che le componenti non verbali della comunicazione possono intervenire nella determinazione del significato delle nostre parole e interferire nella trasmissione del messaggio.
Pertanto, affinché in un dibattito il messaggio trasmesso abbia ottime possibilità d’essere recepito nel modo in cui lo intendiamo, è fondamentale saper gestire appropriatamente alcune delle componenti non verbali della comunicazione.
Il volume al quale comunichiamo è un elemento importante. Esso infatti, se troppo basso, può impedire al nostro discorso d’essere udito oppure, se non sufficientemente alto, può compromettere la trasmissione del messaggio ai destinatari più lontani. È quindi opportuno che il volume sia modulato per rendere udibile l’intervento a tutte le parti coinvolte nel dibattito, anche al pubblico più lontano.
La gestione del volume non serve però solo per farsi comprendere. Essa, infatti, può permettere anche d’accentuare alcuni contenuti, attraendo e controllando l’attenzione del pubblico. Sussurrare, in certi momenti, può istituire complicità con l’uditorio, mentre marcare dei passaggi alzandone il volume può favorire l’attenzione su termini chiave del discorso e il loro ricordo.
Il ritmo dell’eloquio non ha valore informativo. Tuttavia, può interferire sulla comprensione del messaggio se troppo veloce, o tediare se lento. Inoltre, analogamente al volume, la modulazione del ritmo può attirare l’attenzione sfruttando pause o rallentamenti che permettono anche all’uditorio il tempo necessario per riflettere sulle informazioni fornite.
Nel contesto dibattimentale il ritmo può essere un valido alleato non solo per impreziosire il proprio discorso. Esso infatti può aiutare a rispettare i tempi imposti per ciascun intervento. Se il discorso è lungo, l’esposizione dovrà mantenere un ritmo sostenuto per evitare di sforare i tempi stabiliti dal protocollo; se breve, allora un ritmo calmo potrà favorire la copertura del tempo concesso. In ciascun caso però modularlo per rendere accattivante la presentazione è fondamentale.
L’intonazione si riferisce sia alla coloritura emotiva attribuita alle parole, sia all’espressione della funzione pragmatica degli enunciati. Nel primo caso il non verbale influsce sul significato di ciò che presentiamo. Per esemplificare, alla sillaba oh si può far assumere significati differenti semplicemente cambiando l’intonazione da deluso a sorpreso o arrabbiato. Lo stesso vale per le affermazioni o repliche che in contesto dibattimentale non devono essere esposte con intonazione aggressiva, bensì con intonazione gentile e sicura.
L’intonazione, sempre mediante la variazione dell’altezza del suono delle sillabe, permette di precisare la funzione pragmatica degli enunciati. L’intonazione ascendente caratterizza le frasi interrogative; quella piana le frasi assertive. Questo aspetto dell’eloquio è molto importante. Infatti, domande retoriche espresse con l’intonazione delle asserzioni non inducono all’istintivo assenso del pubblico o della giuria, mentre conclusioni di ragionamenti presentate con l’intonazione delle premesse fanno perdere d’incisività l’intero ragionamento.
Un’ulteriore componente della comunicazione non verbale è la gestualità. Molteplici sono le categorie in cui si possono suddividere i gesti: i gesti simbolici, come il saluto oppure i rinforzi verso l’azione, fatti col pollice in alto, sostituiscono o ripetono il contenuto verbale; i gesti regolatori, quali fermare l’eloquio dell’interlocutore o annuire con il capo per stimolare a continuare con l’eloquio, sono impiegati per regolare la discussione. Il tipo di gesti che interessano maggiormente lo scambio dibattimentale, essendo già regolamentato, sono invece gli illustratori il cui impiego è illustrare, accentuare o rinforzare il contenuto delle parole.
Rientrano in questa categoria, ad esempio, la rappresentazione delle dicotomie concettuali – natura-cultura, teoria-pratica, etc. – alzando una mano all’introduzione del primo termine della dicotomia, e l’altra al secondo termine; l’illustrazione di vari significati con gesti esemplificatori; l’espressione della certezza del parlante nelle proprie affermazioni, agitando braccio e l’indice in segno di convinzione.
Tali esempi sono solamente alcune delle infinite possibilità d’illustrare il messaggio a cui i dibattenti potranno attingere. Tuttavia alcune limitazioni devono essere considerate.
La prima riguarda la frequenza dei gesti. Maggiore è il numero dei gesti impiegati, minore è l’effetto di ciascuno sull’uditorio. Pertanto è opportuno misurare la gestualità, evitando di confondere i destinatari del messaggio o di distoglierli dai contenuti a causa di un’eccessiva gesticolazione. La seconda limitazione riguarda la gestualità espressiva, ossia quella che espone, o tradisce, l’emotività del parlante. In un dibattito conta anche la gestione della propria emotività e pertanto agitare nervosamente la penna, manipolare costantemente i capelli, intrecciare sistematicamente le dita delle mani o tenere sempre le mani in tasca sono azioni da evitare. Questo non solo perché in questo contesto l’espressione della propria agitazione distoglie dai contenuti, ma anche perché questi gesti impediscono di sfruttare efficacemente il canale gestuale della comunicazione.
Più sintetiche da presentare sono le componenti dello sguardo e della postura. Come per la voce, anche il controllo dello sguardo e della postura hanno una duplice funzione: indirizzare il messaggio verso i destinatari prestabiliti e chiarirne il significato. Infatti, a volte, uno stesso messaggio può assumere un significato diverso a seconda del destinatario a cui lo si indirizza.
Molteplici sono gli attori di un dibattito di cui si deve carpire l’attenzione: le squadre partecipanti, i giudici e l’uditorio. Pertanto sguardo e corpo dovranno orientarsi verso ciascuno di essi a seconda che ci si rivolga all’uno o agli altri. Ad esempio, è consigliabile orientarsi verso la controparte quando si rivolgono ad essa obiezioni o quando si richiamano parole da loro dette. Risulta coerente invece orientarsi verso la propria squadra quando si rammentano porzioni di discorso esposte in precedenza da suoi componenti. È inoltre fondamentale rivolgersi ai giudici per la maggior parte dell’intervento poiché saranno loro a dover valutare l’intero dibattito, senza tuttavia dimenticare il pubblico al quale potranno essere rivolti appelli mediante le domande retoriche.
Mantenere coinvolte le parti presenti al dibattito mediante lo sguardo e la postura è indice di competenza comunicativa. Per raggiungere questo obiettivo è però fondamentale evitare: di leggere l’intervento, la qual cosa renderebbe incapaci di distogliere gli occhi dal foglio per indirizzarli verso i destinatari del discorso; di dimenticare di rivolgersi a giudici, controparte, pubblico e propria squadra, compromettendo in tal modo lo sfruttamento di importanti canali di comunicazione; di tenere le gambe incrociate, che impedirebbe il movimento armonico di busto e gambe verso i specifici attori del dibattito; di oscillare ripetutamente col corpo o di camminare inconsapevolmente durante l’esposizione, per scongiurare d’ostacolare l’attenzione di giudici, pubblico e controparte ai propri contenuti.
Conclusione
Il fine del dibattito regolamentato non è di creare attori, bensì oratori preparati e capaci d’affrontare un contraddittorio nel rispetto delle regole della ragione e della ragionevolezza. Da questa prospettiva, sebbene il ruolo del non verbale non sia predominante, sarebbe tuttavia sbagliato considerarlo marginale o insignificante. Infatti, poiché la comunicazione non verbale è funzionale alla determinazione del significato, alla sua efficace trasmissione e alla sua corretta ricezione, saper gestire queste componenti è essenziale per saper discutere in modo competente.
Ciononostante i giudici devono dotarsi di opportune procedure per garantire che l’abilità non verbale faccia pendere l’ago della bilancia giudiziale verso una squadra solo quando vi è la parità sugli aspetti contenutistici e argomentativi del dibattito. In caso contrario o gli strumenti e le procedure di valutazione dovranno essere affinate, o sarebbe preferibile rivolgersi ad attività differenti dal dibattito, come quelle espressive, per non svilire l’impegno mentale profuso e causare scetticismo nelle possibilità dei contenuti e delle ragioni di surclassare la forma e l’apparenza.
Esercizi
- Prendete un breve testo e fatelo leggere liberamente ad uno studente. Dopo diverse righe interrompetelo, chiedete ad alcuni studenti di porsi in fondo alla sala, e fate riprendere la lettura con la consegna di alzare il volume per far sentire quanto letto anche al pubblico più lontano.
- Prendete un breve testo e trasportatelo su formato elettronico. Dopo averlo letto con attenzione aggiungete degli spazi lì dove sentite debba esserci una pausa, sottolineature per le porzioni di testo da leggere a volume basso, e grassetto per quelle parti da leggere a volume più alto. Questo l’esempio applicato all’introduzione del Saggio sulla libertà del filosofo John Stuart Mill:
«All'amata e compianta memoria di colei che fu l'ispiratrice, e in parte l'autrice, di tutto il meglio della mia opera – all'amica e moglie il cui altissimo senso della verità e della giustizia era il mio stimolo più grande, e la cui approvazione era la massima ricompensa – dedico questo volume»
Successivamente, in classe, fate leggere il testo originale e poi, la versione modificata, cercando di rendere consapevoli gli studenti che possono interpretare i testi da loro preparati per il dibattito modulando i fattori paraverbali.
- Decidete un argomento da dibattere e chiamate uno studente per tenere un discorso improvvisato su quella questione, di tre minuti. Mentre parla permettete ai compagni di lanciargli delle palline di carta accartocciata qualora esprima nervosismo mediante le mani o le gambe. Al termine del discorso fate riprendere fiato, e fate ripetere il discorso incoraggiando a controllare gestualità e postura per evitare il lancio delle carte accartocciate. Proseguite così con gli altri componenti della squadra.
Bibliografia
- Bonaiuto M., Maricchiolo F., La comunicazione non verbale, Carocci, Roma, 2009.
- Cozzolino M., La comunicazione invisibile. Gli aspetti non verbali della comunicazione, Carlo Amore, Roma, 2007.
- Quinn S., Debating in the World School Style: A guide, IDEBATE press, New York, 2009.
copyright © Educare.it - Anno XIV, N. 12, dicembre 2014

