- Categoria: Genitorialità
- Scritto da Rita Bimbatti
Educare il bambino all’autostima
Article Index
Cosa significa "autostima"? Nell’accezione più comune vuol dire avere un buon rapporto con se stessi, accettarsi. Il che comporta non farsi condizionare dai giudizi altrui, non essere alla costante ricerca di consenso, avere la sicurezza necessaria per muoversi secondo le proprie inclinazioni, saper fronteggiare un fallimento e poter così ripartire.
Il bombardamento di modelli culturali finalizzati alla perfezione, oltre a stressare gli adulti, inquina anche la vita dei più giovani: le statistiche denunciano un’incidenza in crescita di bambini già ossessionati dal voto a scuola, dalla loro immagine fisica, dall’ansia di prestazione in uno sport; nello stesso senso si parla con maggior frequenza di bambini depressi, demotivati, afflitti da emicranie o disturbi che tendono a cronicizzarsi.
E’ fondamentale che i genitori imparino a promuovere l’autostima dei figli fin da quando sono piccoli. Promuovere, non insegnare. Perché il seme radicato nel terreno psichico di ogni bambino non ha bisogno di suggerimenti per germogliare, lo sa da sé. A un genitore sta però il grande compito di vigilare su di esso, innaffiare il terreno, nutrirlo in modo adeguato, per aiutarlo a diventare, senza interferire, la "pianta" che è.
Ogni bambino, a prescindere dai suoi eventuali limiti fisici, intellettuali o emotivi, ha il diritto di sentirsi accettato, amato, valorizzato. Quando i genitori, gli altri adulti e i coetanei che frequenta gli trasmettono messaggi che vanno in questa direzione, il bambino si trova nelle condizioni ottimali per sviluppare un corretto senso di autostima. Un bambino dotato di questo sentimento fondamentale sarà più incline ad accettarsi così com’è, a non fare i paragoni con altri bambini, a non desiderare di essere diverso da quello che è, o addirittura di essere un altro bambino.
Capirà che nessuno è perfetto, e che la cosa migliore è cercare di essere semplicemente se stessi, nel modo più autentico e genuino possibile.
Un bambino con scarsa autostima non prova invece questi sentimenti, sviluppa un senso di incertezza sul proprio valore e un costante timore di essere criticato che può diventare davvero paralizzante. Facilmente può sentirsi inadeguato e non soltanto a causa di certe sue caratteristiche che il bullo di turno avrà sottolineato.
Il bambino nella società
L’apprendimento delle regole di comportamento socialmente condivise, la capacità di vivere nel mondo in rapporto con gli altri sono frutti di un lungo processo di maturazione che impegna il bambino e chi lo deve educare.
Nell’età prescolare, il terreno su cui si realizza il processo di socializzazione è rappresentato essenzialmente dal gioco e dalla ricerca del soddisfacimento di un fondamentale bisogno del bambino: quello di stabilire rapporti di amicizia con i propri simili. In quegli anni l’amicizia diventa lo spazio psicoaffettivo in cui il bambino ricerca e condivide la sua vita interiore (pensieri, sentimenti, emozioni) e in cui mette alla prova la reale possibilità di essere amato, di essere considerato, anche al di fuori della famiglia, e proprio su tale considerazione costruire e/o rafforzare la propria autostima.
Questa età ha una forte connotazione “altruistica” e pertanto costituisce un cruciale passaggio di emancipazione del bambino dall’egocentrismo della prima infanzia, maturandolo verso la capacità di comprendere gli altri e quindi di vivere nel mondo. E’ questo anche il periodo in cui maggiormente le figure genitoriali dovrebbero impegnarsi nel favorire il processo di socializzazione del bambino, sia ampliando le sue possibilità di frequentare compagni della sua età anche al di fuori dell’asilo nido e della scuola dell’infanzia sia consentendogli di partecipare alla vita degli adulti non familiari, in modo da abituarlo a riconoscere concretamente l’esistenza di una realtà al i fuori degli abituali rapporti con i genitori e fratelli. Infatti “è nella famiglia, nel rapporto con i genitori, che il bambino costruisce quella base sicura da cui scaturisce la stima di sé e la fiducia nelle proprie capacità. Ma è nel confronto con i coetanei che questa fiducia trova una vera conferma sociale”.
Gli ambiti dell’autostima
L’autostima è una convinzione di base, di quelle che possono dirigere la nostra vita in un modo o nell’altro. Non è banale o magico affermare che la qualità della nostra vita dipende dai pensieri che riusciamo a mettere in campo e dal corredo emotivo che abbiamo ma mano acquistato.
In generale, è possibile considerare l’autostima dei bambini in quattro ambienti specifici:
- L’ambito sociale (o interpersonale) comprende i sentimenti del bambino riguardo a se stesso come amico di altri. Gli altri bambini lo trovano simpatico, apprezzano le sue idee, lo fanno partecipare alle attività? Si sente soddisfatto delle sue interazioni e del rapporto con i pari? Un bambino che sia riuscito a soddisfare i suoi bisogni di socialità si sentirà a proprio agio con questo aspetto di se stesso;
- L’ambito scolastico riguarda il valore che il bambino attribuisce a se stesso come studente. Questa autostima non è semplicemente una valutazione delle capacità e dei successi scolastici, è invece la misura in cui il bambino percepisce che è bravo quanto basta. Se riesce a raggiungere i suoi standard di successo scolastico (e naturalmente questi standard sono modellati dalla famiglia, dai compagni e dalle insegnanti) allora la sua autostima scolastica sarà positiva;
- L’autostima familiare riveste i vissuti che il bambino prova come membro della sua famiglia, Un bambino che sente di essere un membro apprezzato della sua famiglia, che si sente certo dell’amore dei suoi genitori e dei suoi fratelli avrà un’autostima altamente positiva in questo ambito;
- L’autostima corporea è una combinazione di aspetto fisico e di capacità. Essa consiste nella soddisfazione che il bambino prova rispetto al modo in cui il suo corpo appare alle prestazioni che riesce ad ottenere.
Stili educativi e ruolo dell’autostima
Ogni genitore affina un proprio stile educativo che ha delle chiare connotazioni in relazione a ciò che egli vuole per il figlio, a ciò che ritiene più opportuno o è convinto di dover fare. Certamente la definizione del proprio stile risente della continuità o della rottura o della rivisitazione dello stile genitoriale adottato dai nostri genitori con noi.
Alcune ricerche (Maccoby e Martin, 1983) hanno evidenziato gli effetti che un determinato stile educativo può avere sulla personalità dei figli, prendendo come variabili psicologiche che si intersecano l’affetto, l’ostilità, il controllo, l’autonomia, l’autostima.
E’ evidente che nella relazione educativa quotidiana un genitore possa trovarsi ad adottare comportamenti che non rientrano esclusivamente in uno degli stili che sotto sintetizzeremo. Per esempio, un genitore che educa utilizzando prevalentemente il binomio affetto-autostima, è un adulto autorevole, che nette in campo fiducia, rassicurazioni, cooperazione, a volte può diventare esigente ma ciò non lo rende un adulto autoritario. Lo schema seguente permette di visualizzare sinteticamente ciò che può accadere a seconda delle modalità che abitualmente utilizziamo con i nostri figli e favorisce una riflessione: i comportamenti e le risposte dei nostri figli sono strettamente correlate con lo stile che noi utilizziamo. Quindi, tutte quelle volte che diciamo «non sappiamo come fargli cambiare quel suo comportamento!», riferendoci a nostro figlio, dobbiamo sapere che abbiamo una strada da percorrere che può dare maggiore successo: cambiamo il nostro gioco, il nostro stile, il nostro modo di rapportarci a lui. Tutto questo non sta a significare che «è colpa nostra se lui è così» ma ad assumerci la responsabilità di condurre il nostro ruolo genitoriale in altro modo.
| Variabili psicologiche che si intersecano |
Stile educativo | Comportamento dei figli |
| AFFETTO-CONTROLLO | IPERPROTETTIVO (protezione, indulgenza) |
Sottomissione, mancanza di creatività, dipendenza, buone maniere, scarsa aggressività, obbedienza, nessuna amicizia, conformismo, rispetto delle regole senza discussione |
| AFFETTO-AUTOSTIMA | AUTOREVOLE (fiducia, rassicurazione, cooperazione) | Attività, creatività, indipendenza, buon adattamento sociale, aggressività moderata e funzionale alla propria realizzazione, nessuna costrizione alle regole, numerose amicizie,nessuna ostilità proiettiva, maturità, crescita autostima |
| OSTILITA’-CONTROLLO | AUTORITARIO-RESTRITTIVO (esigenza, antagonismo, critica, conferma) | Problemi nevrotici, numerose dispute con i pari, timidezza, rinuncia all’interazione sociale, incapacità ad assumere un ruolo adulto, autoaggressione, bassa autostima |
| OSTILITA’-AUTONOMIA | SEVERO-ARBITRARIO (negligenza, trascuratezza, indifferenza) | Delinquenza, anticonformismo, massima aggressività, bassa autostima |
Gli stili educativi (fonte Maccoby e Martin, 1983)
Come renderlo più sicuro di se ed accrescere la sua autostima
Un bambino non è un adulto in miniatura. A parole ne siamo più o meno persuasi, ma di fatto è più difficile di quanto si creda conciliare l’esigenza di impartirgli regole e insegnamenti col rispetto del suo modo di essere, del suo carattere, già ben delineati fin dalla più tenera età.
Nella fanciullezza il bambino prende le distanze dai suoi sentimenti più infantili e lavora a un canovaccio più complesso: si fa degli amici, comincia ad avere una propria opinione sulle cose e sui sentimenti che prova, risolve a suo modo i conflitti con l’ambiente, impara cose nuove, sperimenta capacità e le attua, sviluppa le prime autonomie dai genitori. Per tutto questo, sentendosi anche un individuo distinto da mamma e papà, dovrebbe trovare in loro degli alleati per credere in se stesso e sapere che, così com’è, ha le risorse che gli servono per rapportarsi felicemente a se stesso e agli altri.
Condizionati da una cultura che ci vuole tutti speciali per emergere, finiamo col confondere la parola “autostima” con “tendenza a primeggiare”, come se chi non ama farsi notare dovesse per forza essere un "perdente". C’è chi è nato per fare il leader, l’attore o il comunicatore e chi per fare il ricercatore, l’artista, il letterato. Intelligenza, sensibilità, capacità di raggiungere i propri obiettivi sono doti comuni a tutti i bambini.
In chiave educativa, proviamo a riflettere su alcuni atteggiamenti:
- Non giudichiamolo. Ricordiamo che forse lo stiamo osservando con uno sguardo statico che non tiene conto della “mutevolezza” intrinseca della gioventù.
- Non guardiamo nostro figlio con gli occhi del passato. Ogni bambino è diverso dall’altro. Crescerlo secondo schemi prestabiliti e universali significa ostacolare la crescita del suo “seme”.
- Smettiamo di ripetere sempre le stessi frasi. “Sii più coraggioso”, “Datti da fare”, “Non avere paura…”: così lo rendiamo solo più titubante.
- Evitiamo esempi che lo umilino. “Tuo fratello non è così…”, “Se ci fosse il tuo amico al tuo posto…”.
- Osserviamo i suoi comportamenti dalla giusta distanza. Così ci accorgeremo che nostro figlio con le sue indecisioni cresce costruendo “mondi” tutti suoi.
Possiamo poi identificare alcuni indicatori sul livello dell'autostima; sarà più "alta" se nostro figlio si fa amici facilmente, gli piace fare conoscenze; mostra entusiasmo nei confronti di nuove attività; è collaborativo e segue le regole se sono giuste; gli piace essere creativo e ha le sue idee personali.
Viceversa sono indicatori di bassa autostima quando il nostro bambino ha scarsa considerazione di sé ("non so fare le cose bene come gli altri");
non rischia ("non voglio provarci, tanto so che non ci riuscirò"); fugge da eventuali fallimenti; di solito idealizza gli altri ("il mio amico, lui si che è bravo!").
Essere bambini non vuol dire essere incompleti, piccoli adulti imperfetti. Non c’è nulla da correggere nell’essere bambini. Se consideriamo l’infanzia solo una fase di allenamento per la vita adulta, se ci adoperiamo solo per pianificare attività rivolte al futuro rischiamo di soffocare nei nostri figli le caratteristiche specifiche del pensiero infantile: spontaneità, assenza di filtri morali, curiosità, attenzione alla dimensione “magica” e intuitiva. Se non si coltivano queste qualità, i bambini diventano solo brutte copie degli adulti e delle loro frustrazioni, delle loro ansie, di tutti i luoghi comuni che gli adulti hanno in testa. E soprattutto, diventano bambini spenti e tristi: il peggior delitto che si possa compiere. La "ricetta", se vogliamo, è semplicissima: meno impegni “utili”, più gioco, più creatività.
I bambini non ci chiedono di vivere per loro, ma di essere d’esempio “vivendo per noi stessi”, ossia di far fruttare prima di tutto i nostri talenti, esprimendo al meglio la nostra gioia di vivere, un bene che non si esaurisce con l’uso, ma al contrario si moltiplica. Viceversa metterli su un piedistallo, al centro di tutto, li carica di doveri, vivranno nella paura di deluderci. Coltiviamo allora i nostri interessi, le nostre passioni, ovunque esse ci portino. Meglio un genitore che dedica una sera in meno ai figli ma che ha una buona autostima e quindi rappresenta un buon modello di vita, che una mamma o un papà frustato che riversa inutili e ossessive attenzioni sui figli.
Bibliografia
- Airone, n.344 dicembre 2009, Editoriale G. Mondatori, Milano
- Farmacia Salute, anno XII n. 1-2009, Editore UNIFARM S.p.A., Ravina di Trento
- Figli Felici, n. 07 settembre 2009, Edizioni Riza S.p.A. , Milano
- Figli Felici, n. 09 novembre 2009, Edizioni Riza S.p.A., Milano
- Genitori si diventa, di M. Rosci, marzo 2007, Edizioni Giunti Demetra, Firenze
- Il libro per i genitori sul bullismo, di W. Voors, febbraio 2009, Universale Economica Feltrinelli, Milano
- Psicologia Oggi, gennaio/ febbraio 2010, Editoriale Riziero Bellocci, Milano
Autore: Rita Bimbatti, infermiera professionale, laureata in Scienze dell’Educazione, laureanda in Sociologia e Politiche per la Salute presso Università Ruffilli di Forlì
copyright © Educare.it - Anno XI, N. 5, Aprile 2011

