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Il rischio nell'età adolescenziale: percezione e comportamento - <div class=

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Il concetto di rischio

A questo punto occorre una definizione precisa del concetto di rischio.
Il termine rischio viene usato spesso dagli studiosi di scienze sociali in maniera ampia per intendere vari aspetti. Recentemente ci si avvale della definizione classica usata in economia che considera il rischio quale “incertezza associata alle conseguenze di una scelta”, per cui connesso alle problematiche scaturite dal prendere decisioni (Gullotta, 1995).
In questi ultimi tempi il concetto di rischio è stato evidenziato in quanto ci si è reso conto della sua rilevanza scientifica interna, nello spiegare i processi sottostanti alle scelte e alla formazione dei giudizi, in situazioni di pericolo.
Mentre in economia è possibile parlare di rischio oggettivo come definizione contenente i concetti di probabilità, di perdita, d’interazione tra probabilità ed entità della perdita, in psicologia si parla di rischio soggettivo invece per ciò che concerne l’attività rischiosa, che non obbedisce a regole matematiche e di probabilità (Zani, 2004).
Attualmente le ricerche più convincenti sono state quelle rivolte all’ambito soggettivo (da cui scaturiscono le teorie sull’accettazione del rischio) e alla analisi delle variabili che influiscono sulla percezione e di quelle che compongono la valutazione del rischio. Alcuni hanno comunque criticato l’eccessiva insistenza sui processi cognitivi individuali , tralasciando gli aspetti sociali e culturali, in quanto la percezione e la probabilità di subire danni unitamente al concetto di responsabilità sono dipendenti da un preciso contesto. Basti pensare che quasi un secolo fa lo stesso Freud (1927), nel suo Disagio della civiltà, ha contestualizzato certe patologie individuate nei soggetti in un ambito culturale del disagio e di una civiltà a rischio.
Un’altra importante precisazione va fatta per quanto riguarda la distinzione tra percezione del rischio e assunzione del rischio, che avvengono in due momenti distinti. Mentre per ciò che riguarda la propensione al rischio bisogna specificare come questo sia sempre stato considerato un tratto della personalità capace di determinare sia la percezione che il comportamento (Zani, 2004).
Per comprendere ancor meglio il concetto di rischio, ci soffermiamo su altre definizioni che ricorrono in letteratura:

  • rischio inteso come possibilità di subire una perdita
  • rischio come grandezza della perdita possibile
  • rischio inteso come il prodotto della grandezza della perdita e della probabilità di subirla
  • rischio come varianza della distribuzione di probabilità di tutte le conseguenze possibili di un corso di azione rischioso (Vlek, Stallen, 1981).

Queste le definizioni più attinenti all’approccio psicofisico, nel cui ambito esistono almeno due tipi di interpretazione. La prima assegna al termine rischio il significato di “probabilità di un evento indesiderato”, e quindi s’intende indipendente dal fattore di conoscenza della persona di quello che sta rischiando. La seconda interpretazione si basa di più sulla rappresentazione mentale del rischio, secondo cui è definibile come “un prospetto di perdita”. Un altro versante di ricerche riguardanti il rischio è focalizzato sui giudizi basati sulla percezione soggettiva del “rischio soggettivo” (D’Alessio e altri, 1995). 

In molti anni di indagine sui processi cognitivi sono state individuate da Tversky e Kahneman nel 1981, una serie di regole generali dette euristiche che stanno alla base dei processi mentali coinvolti nel giudizio. Secondo l’euristica della disponibilità le persone sono propense a tener conto delle informazioni e delle esperienze che ricordano meglio quando giudicano la probabilità con cui un evento può verificarsi; in questo modo la valutazione privilegia e sopravaluta la frequenza di eventi memorabili ma forse più rari.
Con l’euristica della rappresentatività i giudizi delle persone vengono influenzati dalle informazioni che sono già in loro possesso quando devono indovinare o ipotizzare se un soggetto rientri in una categoria o in un’altra.
Infine secondo l’euristica del giudizio le persone cercano il rischio in determinate situazioni e lo evitano in altre, mentre dovrebbero essere in qualsiasi caso tendenzialmente contrari a correre rischi. Non si può non ricordare, in questi casi, quanto la spericolata pratica di “passare col rosso” come sfida o come gara di “coraggio”, rappresenti entrambi i versanti della percezione del rischio: per certi versi è euristica in quanto il giovane sa a cosa va in contro, per altri motivi è mancante di consapevolezza in quanto l’euforia dell’impresa oscura l’aspetto euristico.
Associata a queste tendenze è la convinzione circa la controllabilità delle situazioni. Quando si prova una sensazione di perdita di controllo si ha una percezione del rischio molto più alta di quando si presume di possedere il controllo. Questo tipo d’interpretazione è utile per spiegare alcune azioni umane basate su una errata percezione del pericolo e un sproporzionata fiducia in sé o nell’ambiente circostante (Gullotta, 1995).

Vi è inoltre una teoria economica, detta dell’utilità attesa, secondo la quale sembra che una persone accetti il rischio se ad esso si associa una ricompensa o un beneficio. In realtà nella società vi sono molte manifestazioni in cui si osserva quanto le persone possano rischiare semplicemente per il gusto di farlo. Esempio lampante sono alcuni comportamenti giovanili, sia individuali che di gruppo, che ignorano le più basilare regole di salvaguardia per la propria sicurezza.
L’intera esplorazione fatta sulla definizione del rischio rimarrebbe incompleta se si riferisse puramente all’ambito dell’età giovanile, sia come problematica evolutiva sia come fenomeno patologico. Occorre invece rileggere le interpretazioni sopra elencate nell’ambito di una cultura del rischio, affrontata nel paragrafo precedente. Così facendo anche la percezione euristica, o quella inconsapevole, oppure quella labile, assume una connotazione assai diversa, più ampia, più aderente a uno stile di vita che investe l’intero sociale.
E’ vero dunque che ci sono giovani “a rischio” per loro conformazione psicofisica, per la loro età o per la loro immaturità, ma è chiaro che la condizione del rischio viene inevitabilmente trasmessa da modelli culturali che veicolano gli stili di vita della nostra convivenza sociale.