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Un libro stregato - Terza parte

«Come fai a saperlo?», chiesi io, incuriosita dalla precisione della spiegazione. «Sai, ho vissuto qui così a lungo da essere venuto a conoscenza di quasi tutti i segreti del luogo, un po’ per caso, un po’ perché sono stato aiutato anche io da qualche fatina buona, che ancora non incorreva alla cattura». Le sue parole mi incantarono e sarei rimasta ad ascoltare ancora a lungo qualche altro particolare del mondo così misterioso in cui ero capitata, ma la coscienza e il desiderio di tornare a casa mi diedero la forza di cominciare a cercare quel passaggio nascosto. Eppure, nonostante la buona volontà e una lunga ed attenta ricerca, non c’era nulla che potesse aiutarci ad individuarlo. Così, stanchi e sfiniti, io e il signor Pimpirulì decidemmo di riposare ai piedi di un grande albero, il più grande che avessi visto dall’inizio di quell’avventura. Poco dopo ci addormentammo.

Feci un sogno stranissimo: vagavo senza meta ed avevo intorno a me mille e più ombre scure da cui provenivano rumori spaventosi, che diventavano sempre più assordanti. Mi svegliai di soprassalto quando il rumore si fece così vicino da sembrare reale, e, imperlata di sudore freddo per la paura, mi accorsi che in realtà il suono proveniva dal rantolare soffocato di un bellissimo gatto bianco e nero. «Cosa ci fa qui un gatto?», mi chiesi ancora frastornata dal sogno. Ma non ebbi il tempo di pensarci: quel gatto sembrava soffrire molto, così svegliai Pimpirulì e insieme decidemmo di poterci fidare (non si sa mai in un mondo stregato cosa può capitare, anche solo avvicinandosi a qualcosa che può sembrare innocuo). Ci avvicinammo al micetto e ci accorgemmo che aveva qualcosa in bocca che gli impediva di respirare normalmente. «Ma … ma … sono le pagine mancanti del libro quelle cose giallastre che gli spuntano fuori dai dentini!» esclamò sorpreso Pimpirulì. Le estraemmo al volo e, pensando che una volta ricostruito il libro quello ci avrebbe dato qualche indizio su come trovare il passaggio verso il castello, cominciammo ad esaminare le pagine. Ma ad un tratto, il gatto cominciò a correre e noi, spinti da una forza tanto involontaria quanto inspiegabile, cominciammo a rincorrerlo. Non mi resi più conto né di dove ci trovavamo né del perché stavamo correndo. L’unica cosa di cui ero più che certa è che non dovevamo perdere di vista il gatto.

Ci inoltrammo per una via che non mi sembrava di aver mai percorso, anche se non potevo esserne davvero sicura, perché quella foresta non aveva punti di riferimento, e continuammo a correre finché non mi accorsi che gli alberi si stavano diradando e un cielo nero come la pece stava prendendo luogo al posto di quella fastidiosa foschia di cui eravamo immersi. Una svolta e poi … eccolo lì, finalmente, un castello tanto imponente quanto tetro. Era circondato da un prato cosparso di erbacce. Ci fermammo, consapevoli che stavamo per entrare nella tana del lupo, senza sapere come o cosa fare per uscirne vivi e per trovare un passaggio verso la realtà. Guardavo Pimpirulì, era silenzioso e pensieroso. Io invece ero concentrata sul gatto. Sembrava essersi calmato e scrutava il prato in cerca di qualcosa. All’improvviso mi accorsi di un guizzo nel suoi occhi. Il gatto fece un balzò e di corsa cominciò a percorrere il sentiero che si inoltrava nel prato. Una miriade di serpenti sgusciò fuori dal prato e si lanciò all’inseguimento della creatura. «Ci sta spianando la strada! Dobbiamo sbrigarci prima che sia troppo tardi!» urlai, afferrando Pimpirulì per un braccio e trascinandolo con me nel sentiero. La razionalità scomparve dalla mia testa, l’istinto di sopravvivenza mi stava suggerendo di uscire da quel prato maledetto il più presto possibile, prima che i serpenti, ingannati dal gatto, si accorgessero della nostra presenza. Ma una volta raggiunto il grande portone d’ingresso, spalancato verso il buio più nero che proveniva dall’interno, mi resi conto di non sapere proprio cosa fare per vincere il male che si trovava all’interno del castello e tornare a casa.

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