- Categoria: Scuola e dintorni
- Scritto da Raffaela Capozucca
Mater in fabula: madri di nascita, matrigne, madri adottive
L’articolo affronta il tema dell’adozione nell’ambito della letteratura per l’infanzia. La rappresentazione della madre e della relazione tra madre e figlia in alcune delle fiabe classiche più conosciute mette in luce come la figura materna spesso venga scissa in due o più personaggi, in modo da mantenere inalterata l’immagine di perfetta bontà della madre e proiettare l’incuranza, la minaccia o la malvagità su una identità esterna alla diade affettiva, la matrigna. Questa complessità va gestita in caso di adozione, scegliendo le fiabe con cura educativa, anche integrando il curricolo di Italiano nella scuola con appositi percorsi narrativi.
La maternità nelle fiabe più note
La storia di Hänsel e Gretel mette in scena le primordiali paure umane, connesse al sostentamento, alla sopravvivenza, all’angoscia di separazione. La relazione tra madre e figli non ha alcuna traccia di affettività: è mancanza di amore materno nel momento dell’abbandono, è mancanza di amore filiale quando si apprende che ella è morta. Nella sua apparente crudeltà, la vicenda dice che si può sopravvivere anche oltre la madre, che il proprio corpo e la propria mente sono mezzi adeguati e validi per superare le prove e le crisi, per diventare adulti, come accaduto soprattutto in Gretel, che forzatamente lascia la casa di famiglia come bambina piagnucolosa e dipendente per tornarvi evoluta, con una sua personalità distinta, risoluta, capace. La crudele madre ha svolto il proprio ruolo promotore dell’emancipazione della figlia. La madre di Gretel è stata una buona madre.
Cappuccetto Rosso racconta di una bambina vivace e allegra che sta crescendo verso la pubertà e che si avventura con entusiasmo e sicurezza in un bosco dai contorni ben diversi da quelli della timorosa Gretel, non scenario di abbandono, smarrimento e ignoto, ma luogo ove poter vivere avventure e sperimentare se stessa e le proprie possibilità lontana dalla madre. La maternità narrata in Cappuccetto Rosso appare non adeguatamente vigilante: la madre, anche nel suo alter ego incarnato nella figura della nonna, espone la figlia, già nel dono del cappuccio di colore rosso - colore simbolo delle emozioni violente, comprese quelle sessuali- a una sessualità per la quale non è pronta e senza alcuna guida da parte sua. E nel bosco, la ragazzina resa ancora più attraente dal rosso del suo cappuccio, viene avvicinata dal Lupo, il Seduttore, in relazione al quale si trova presa in una sorta di ambiguità tra coscienza e inganno, desiderio e paura, attrazione e repulsione. Solo dopo essere rinate, come da un parto cesareo, la nonna/madre e la ragazzina- nella seconda versione dei fratelli Grimm- rinsaldano il loro legame in un patto di alleanza.
La maternità in Rapunzel si connota come immatura: la madre naturale non riesce ad anteporre il benessere della figlia ai suoi desideri; la maga, Goethel in lingua originale, ama la figlia ma in modo possessivo, egoistico, limitante, ostativo della sua autotomia e apertura al mondo. L’angoscia della separazione in questo caso è della madre che, non avendo espresso se stessa nella completezza della sua persona ma solo in funzione genitoriale, non permette alla figlia di realizzarsi oltre il ruolo filiale e di aprirsi al mondo e alle relazioni.
La fiaba di Biancaneve esplora la complessità del rapporto tra madre e figlia in ordine alla difficoltà del taglio ombelicale psicologico, all’ombra eclissante del genitore sul figlio o del figlio sul genitore. È una maternità narcisistica e competitiva che si incarna tanto nella madre naturale quanto nella matrigna: la prima mentalizza un’immagine della figlia ideale, dando voce così a una fantasia “centrata sul desiderio inconscio di rigestare un figlio - se stessa”; per la seconda, la giovane rappresenta una “rivale che depriva” come può accadere quando non si sia opportunamente elaborato il processo di separazione dovuto alla nascita, reale e psichica del figlio, venendosi in tal modo a innescare intense angosce di perdita, in primo luogo di se stesse. La parabola ascendente della bellezza e della giovinezza della ragazza rappresenta per la matrigna il corrispondente declino della propria. Biancaneve, Regina di un proprio regno e padrona della propria vita, segna la disperazione che si affaccia in chi percepisce che il tempo è troppo breve per ricominciare un’altra vita e per dirigersi verso un ordine e un significato derivanti dalla generazione di individui, idee o progetti, oltre l’Io individuale (Erikson, 1966). Se nella trama la matrigna è il persecutore esterno di Biancaneve, nella relazione Biancaneve è il persecutore interno della matrigna.
Nelle diverse versioni di Cenerentola, la madre naturale, defunta, continua a presentificarsi nella vita della figlia -sotto forma animale, vegetale o come feticcio- svolgendo così il suo ruolo di guida e sostegno fino a rendersi non più necessaria, fino a quando, cioè, non sia diventata voce interiore, madre interiorizzata. D’altro canto, la matrigna depriva la figlia acquisita del rango che le spetterebbe, la confina tra la cenere, a vantaggio delle proprie figlie biologiche, alle quali permette di perpetrare vessazioni e umiliazioni ai danni della protagonista. Costei perora la causa delle figlie attraverso la manipolazione e l’inganno, consiglia loro l’automutilazione in quanto, una volta regine, non avrebbero più avuto bisogno di andare a piedi. Sembra di leggere, come sottotesto, che pur di essere spose e regine si debba corrispondere a una misura, a un’immagine non propria, addirittura amputando una parte di sé e che, una volta sposate, non si abbia più bisogno (o diritto) di percorrere un proprio cammino. Se questa interpretazione è plausibile, la matrigna è stata cattiva madre proprio con le sue figlie di sangue. Infilando perfettamente il piede nella scarpina, Cenerentola dimostra chi è e che è in grado di vivere la sua vita e di percorrere il suo cammino. La giovane donna è arrivata a tale maturità certamente grazie all’aiuto della madre, ma soprattutto in ragione della maturata capacità di reagire alle difficoltà opposte dalla matrigna; alle nozze non viene citata presente né l’una in spirito né l’altra di persona, forse perché hanno compiuto entrambe la loro funzione.
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Autrice: Raffaela Capozucca, insegnante di scuola primaria, ha conseguito la Laurea Magistrale in Scienze Pedagogiche discutendo l’elaborato finale in Storia della Letteratura per l’Infanzia dal titolo “Mater in fabula: madri di nascita, matrigne, madri adottive. La narrazione della maternità nelle fiabe. Le fiabe per narrare l’adozione”, da cui è ricavato questo articolo.
copyright © Educare.it - Anno XXII, N. 4, Aprile 2022

