- Categoria: Intercultura e scuola
Accogliere a scuola un bambino straniero adottato
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Il momento in cui un bambino straniero entra a far parte di una scuola nel Paese di origine dei genitori adottivi segna un momento importante e delicato nel suo processo di formazione.
L'inserimento scolastico rappresenta per ogni minore un incontro con i coetanei e con adulti differenti da quelli che compongono il suo nucleo familiare. Grazie alla scuola, egli potrà rapportarsi, confrontarsi e crescere in un ambiente-classe dove, comunemente, non si veicolano solo informazioni e conoscenze, necessarie all'attività ed al progresso scolastico, ma anche quei valori e quelle competenze sociali che permettono di sentirsi parte di una società.
Nel caso del bambino adottato internazionalmente, l'inserimento a scuola si complica di numerosi aspetti particolarmente delicati. Esso è preceduto dall'inserimento in un altro microsistema: la famiglia. Il rapporto con i genitori rappresenta per il bambino adottato un ambito relazionale nuovo, che comporta reazioni, emozioni e sensazioni complesse, difficilmente razionalizzabili, che lo sconvolgono nel suo intimo.
Molto spesso l'ingresso in questi due microsistemi, a causa dell'età del bambino o delle esigenze genitoriali, avviene quasi contemporaneamente, creando un doppio binario di difficoltà. Egli dovrà non solo ripensarsi come soggetto degno di amore, un amore esclusivo, unico e speciale solo per lui, diverso dai gelidi rapporti indifferenziati degli istituti, ma dovrà anche aprirsi e lentamente curare e farsi curare le ferite più nascoste del suo animo. Dovrà abbandonare progeressivamente le difese più rigide e aiutare gli altri a comprenderlo: capire, razionalmente ed emotivamente, il suo vissuto precedente, le sue sofferenze, i suoi ricordi.
I bambini che hanno subito gravi traumi nei primi anni di vita, allontanati prematuramente dalla loro madre biologica, sviluppano modelli di attaccamento differenti, reazioni emotive complesse, comportamenti da decodificare, saper controllare e comprendere all'origine.
Il rapporto con i genitori adottivi richiede un ritmo più veloce e contemporaneamente più lento, un'attenzione più profonda, una tensione emotiva più attenta e capace.
In molti casi, quando questa costruzione è ancora fragile, il bambino deve anche gestire se stesso all'interno di un nuovo ambito, quello scolastico, molto più dispersivo e articolato. Nel caso di un primo inserimento a scuola, i bambini che hanno vissuto in un istituto, possono associare la scuola alla struttura che li ha accolti precedentemente, instaurando così sentimenti di paura, sensi di abbandono e, conseguentemente, bassa autostima. Nel caso di bambini adottati in età scolare, invece, l'ingresso a scuola è già avvenuto nel Paese d'origine e il rapporto con i coetanei e con gli insegnanti è già stato formulato; il bambino può aver appreso regole, abitudini, usi differenti e, cosa più importante, codici linguistici altri, che hanno formato parte del suo sapere e della sua personalità.
Il vissuto precedente, inoltre, fatto di lutti, separazioni, privazioni fisiche e mentali, abusi, violenze, è un labirinto emotivo complesso che va compreso e deve poter essere affrontato abilmente sia dai genitori che da qualunque figura adulta che si relaziona con il bambino che, nella scuola è rappresentata dagli insegnanti. Sono ferite profonde che possono richiedere molto tempo solo per poterle rimarginare e definire e, altrettanto, per poterle affrontare e cercare di risolvere.
L'ambito scolastico può, d'altronde, essere rivestito dai genitori di significati altri, che lo vedono come ambito di prova per la legittimazione o meno del nuovo nucleo familiare e della normalità, comparata ai coetanei, del bambino.
Quest'ultimo aspetto, insieme ad un ingresso prematuro nel contesto scuola, la mancanza di una relazione solida fra genitori e bambini e la complessità emotiva del minore straniero adottato, risulta fra le cause delle difficoltà di apprendimento, riscontrate in soggetti adottati, da ricerche nazionali ed internazionali.
L'obiettivo di coloro che si rapportano a questa problematica è quello di comprendere le cause di tali difficoltà e le modalità di aiuto, riconoscendo l'importanza di distinguere fra difficoltà di apprendimento, connesse a problematiche comportamentali, e veri e propri disturbi dell'apprendimento.
Nel primo ambito, l'analisi del vissuto precedente, soprattutto dal punto di vista emotivo, fornisce una chiave di lettura importante. Un bambino maltrattato, abbandonato e istituzionalizzato, che ha vissuto rapporti instabili e negativi, può presentare difficoltà nel concentrarsi, nel mantenere l'attenzione, nel relazionarsi, nell'esprimersi, nella capacità di apprendere, quando questo comporta un mettersi alla prova. La chiusura e una richiesta di attenzione da parte di chi lo circonda saranno due delle dinamiche principali messe in atto. Sarà un bambino concentrato molto su se stesso, sul proprio rapporto con i nuovi genitori, sui ricordi del passato. Un bambino che proietta tutte le sue forze e la sua attenzione sui legami affettivi conquistati e persi, sul suo io. L'apprendimento risulterà una cosa estranea e difficilmente gestibile, influenzata ampiamente da problematiche emotivo-relazionali.
Una difficoltà di apprendimento deve poter essere distinta da un Disturbo Specifico dell'Apprendimento (DSA) e l'aiuto di figure professionali esterne può aiutare a distinguere la natura di una problematica (generale o specifica) e mettere a punto un eventuale trattamento specifico.
La scuola, a sua volta, è impegnata ad accogliere ogni singolo alunno con un progetto educativo-didattico personalizzato, in grado di aiutarlo nel suo percorso di crescita e di formazione, nella consapevolezza che eventuali difficoltà spesso sono dovute al concorso di molti fattori, che possono riguardare sia il bambino sia i contesti con i quali entra in relazione.
Affinchè l'inserimento a scuola del minore straniero adottato sia positivo per il suo benessere psicologico e per l'apprendimento, i microsistemi scuola e famiglia devono creare un solido legame attraverso il confronto attivo basato sul dialogo e la fiducia, entro il quale le esperienze vissute in un ambito possano divenire spunti di riflessione ed occasioni di crescita per tutti.
Autore: Sara Amici, laureata nel corso specialistico di Pedagogia e Scienze dell'Educazione e la Formazione presso l'Università "La Sapienza" di Roma.
copyright © Educare.it - Anno XII, N. 3, febbraio 2012

