- Categoria: Intercultura e scuola
Un'esperienza di insegnamento con adulti migranti - La storia di Y.e R.
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Y. E R.: LA LORO STORIA, LA LORO PERSONALITÀ
Y. e R. sono entrambi rom Kosovari [7]. Prima del loro arrivo in Italia (a Brindisi) nel 1999, vivevano a Prizren con i loro quattro figli. La loro lingua materna è l’albanese, conoscono il serbo e oggi possono dire anche "poco italiano".
Y. è una giovane donna, sicuramente le atrocità vissute nel suo paese, le numerose difficoltà affrontate una volta arrivata in Italia, l’hanno portata ad essere quello che oggi è: una donna molto forte caratterialmente, ma anche un’attenta e premurosa madre per i suoi figli, una buona moglie, una donna che deve occuparsi e portare avanti una famiglia numerosa. Pur contando su una limitatissima disponibilità economica si lamenta molto poco, si sforza in tutti i modi di far quadrare il bilancio familiare. Y., R. e i bambini vestono quasi sempre con abiti ricevuti in dono, ma li indossano con grande dignità e decoro, sono sempre in ordine, non hanno mai l’aspetto trasandato, lei per quel che può, cerca di curare la propria persona.
Anche R. ha un carattere molto forte anche se in certe occasioni sembra dipendere da Y., forse perché lei comprende la lingua italiana più di lui. E’ comunque orgoglioso e ama poco essere contraddetto. E’ profondamente legato al mondo dal quale proviene e forse questo è il motivo per cui a volte appare anche un po’ caparbio. Crede nella distinzione dei sessi e dei ruoli tra donne e uomini, infatti, è sì un grande lavoratore, ma una volta tornato a casa certamente aiuta molto poco Y., che invece deve occuparsi di tutto e tutti; questo non significa che non sia un buon padre e un buon marito. Nel prendere decisioni importanti sembra non tener conto del parere della moglie, ma solo dei consigli del padre e della madre.
Y. ha riferito che dove vivevano stavano bene, "R. lavorava, puliva strade con acqua la notte; avevamo una bella casa, aveva tre piani; ora è bruciata, hanno rubato tutte le cose, la casa è vota". Hanno deciso di venire in Italia perché nel loro paese erano tornati gli albanesi, "non si può stare, ti vogliono fare fori, solo albanesi devono stare; noi alora siamo scappati, volevano uccidere noi. Mio socero ha detto: Y. prendi bambini, prendi tutto e andiamo. Per un anno e mezzo non siamo sentiti con i miei genitori, io non posso parlare con loro. Mio padre sta malato del core, vivono come un cane per strada in Macedonia".
L’arrivo in Italia
Y. e R. sono venuti in Italia con i loro figli e con il padre, la madre e la sorella di R. Come tanti immigrati, sono arrivati in Italia a bordo di un gommone pagando molti soldi; il viaggio è stato difficile e pericoloso: "due bambini sono caduti in mare". Pensavano di poter avere nel nostro paese una vita migliore, più sicura, forse più facile, che in Italia ci fossero "soldi per le strade" invece la realtà che hanno trovato, detto da loro, è stata ben diversa dalle loro attese: molto diversa da ciò che avevano visto e immaginato guardando la televisione italiana. Con loro grande delusione hanno constatato che anche nella tanto sognata Italia, sì, ci sono persone che conducono una vita tranquilla, ma c’è anche tanta gente che vive in condizioni precarie.
Da Brindisi sono andati a Foggia, dopo un mese si sono diretti in Danimarca dove si sono fermati circa sei mesi vivendo da clandestini; non avevano documenti, non avevano niente, solo paura. Poi sono tornati in Italia (ciò non è ben chiaro) e forse intercettati dalle forze dell’ordine sono stati portati in un campo profughi a Foggia.
Lì, ha riferito Y., "era come in galera, io ero come una strega, non c’è da mangiare bene. I bambini mi dicevano: , ed io: . Poi un signore di Bari è venuto a Foggia, ci ha aiutato assai, ha parlato con G., lei ha trovato casa a Matera, lavoro a R. e a mia cognata, per questi due ha trovato lavoro; ha trovato la scola per i bambini, vestiti, scarpe, tutto. Ora qui abbiamo una casa, siamo in nove, dorme sei persone in stanza; questo non è bello per bambini. Sono andata dove danno case, ma non mi hanno detto niente". Mentre raccontava questo ha anche aggiunto: "Sai, quando vedono che sei straniera dicono sempre dopo".
R. lavora in un salottificio, Y. ad oggi non è riuscita a trovare un lavoro fisso, ha lavorato per poco in un ristorante, ha fatto anche la domestica. A lei piace lavorare nei ristoranti o fare le pulizie in casa di qualche signora; durante un incontro ha svelato di avere un sogno nascosto nel cassetto: aprire una piccola attività a conduzione familiare per preparare da mangiare.
Entrambi hanno affermato che del loro passato non amano e non vogliono parlare, si infastidiscono soprattutto quando persone che non conoscono rivolgono loro domande sulla loro storia, perché a loro fa molto male parlare e ricordare quel periodo della loro vita, periodo che considerano una brutta storia e di cui dicono: "Abbiamo fatto tante cose brutte, abbiamo visto tante cose brutte, abbiamo visto morire bambini senza acqua, minacciati con coltelli, rinchiusi nelle lavatrici, nei frigoriferi, rapiti, uccisi".
Quando è stato chiesto loro cosa apprezzano in particolare dell’Italia e degli italiani, hanno risposto: "Per bambini che non ti rubano", Y. ha anche aggiunto: "Esco sola e nessuno mi ha detto niente, sono brave, non diciano niente, ti rispettano; noi invece siamo un po’ gelosi, R. non vuole che io prende la patente, … la patente è vergogna per donna".
Il loro inserimento nella comunità materana
A Matera sia Y. che R. hanno rapporti con pochissime persone del posto, R. ha rapporti con materani solo a lavoro, sostiene che con loro non ha il tempo per poter parlare e quindi iniziare un rapporto di amicizia. Y. ha detto a proposito qualcosa che dovrebbe far riflettere: "Capisco quando la gente non vole parlare con me, si capiscono le persone che non ti volono parlare, anche se non ho scola, ho cervello".
I loro unici amici sono albanesi, che come loro, vivono nella comunità materana e con cui comunicano sempre e solo in lingua albanese. Questo fa desumere che parlano pochissimo in italiano, e l’utilizzano come lingua veicolare [8] solo se costretti e in circostanze ben precise quali: al lavoro, per fare la spesa, per parlare con gli insegnanti dei figli, per fare commissioni in genere, ecc. Alla domanda: "quando ti capita di parlare la tua lingua madre", Y. ha risposto: "Da quando mi sveglio, sempre", ma ha aggiunto che le piacerebbe comunicare perfino a casa in lingua italiana perché ormai vive in Italia.
Parlando dei loro figli hanno riferito che solo due dei loro quattro bambini sono ben inseriti nel contesto scolastico, che vengono invitati alle feste di compleanno dai compagni di scuola e che anche per quanto riguarda il profitto scolastico riescono ad ottenere buoni risultati. Lo stesso non è avvenuto per gli altri due bambini, di cui una frequentava allora la scuola dell’infanzia. La piccola, in particolare, parlava molto poco in italiano anche se Y. sosteneva che lo comprendesse abbastanza. Si è pensato che questo fosse imputabile al fatto che la bambina e il bambino non fossero ben inseriti nell’ambiente scolastico, ad esempio la piccola a scuola era sempre da sola perché i suoi compagni si rifiutavano di giocare con lei. La piccola è arrivata anche a dire di non voler più andare a scuola perché i suoi compagnetti le dicevano: "Tu sei schifo" e cosa ancor più grave le insegnanti sembravano quasi accettare questa situazione poiché li giustificavano con Y. dicendole che in fondo si trattava di bambini.
Questo esempio dimostra quanto è importante, non solo per gli adulti ma anche per i bambini, il rapporto umano, il sentirsi accettati, accolti, riconosciuti esseri umani, persone, con una propria identità e dignità e di come e quanto ancora oggi questo è difficile, giacché in molti, tanti sono e permangono i preconcetti e i pregiudizi nei confronti dell’altro, nei confronti di chi tra virgolette è diverso, ma bisogna chiedersi diverso da chi e da che cosa e secondo quale principio.
Kofi Annan, Segretario Generale dell’ONU, parlando del futuro dell’Europa ha affermato che “…tutti coloro che sono impegnati per il futuro dell’Europa e della dignità umana dovrebbero prendere posizione contro questa tendenza a fare degli immigrati il capro espiatorio dei problemi sociali. La stragrande maggioranza degli immigrati è costituita da persone industriose, coraggiose e determinate. Non vogliono niente per niente. Vogliono un’opportunità equa per sé e per le loro famiglie. Non sono criminali né terroristi. Non vogliono vivere isolati. Vogliono integrarsi pur conservando la loro identità… Un’Europa aperta sarà un’Europa più equa, più ricca, più forte, più giovane, purché sia un’Europa che gestisce bene l’immigrazione” [9].
Le loro motivazioni ad apprendere la lingua italiana
E’ stato loro domandato cosa pensavano della lingua italiana, se volevano imparare l’italiano e se pensavano di riuscirci. Y. rispose che per lei era bello pensare di imparare la nostra lingua ma che sarebbe stato sicuramente difficile.
"Parlare una lingua straniera è difficile perché è straniera, cioè diversa dalla nostra, usa suoni ai quali non siamo abituati, ha una sintassi che ci è sconosciuta, ci obbliga a comportamenti che sembrano quasi innaturali" [10].
Oggi sostiene che non riesce ancora ad esprimersi correttamente e che quando deve comunicare in italiano un pò si vergogna perché sa di commettere ancora molti errori e soprattutto perché pensa che le persone con cui sta parlando in quel momento, per questa ragione possono giudicarla e ridere di lei.
Nonostante ciò Y. si è dimostrata motivata ad apprendere la lingua italiana non solo per una necessità pratica, ma anche per una finalità di tipo integrativo. “La prima è basata sull’obiettivo di ottenere un vantaggio pratico, di status sociale o legato al lavoro, la seconda si fonda sul desiderio di identificarsi con il gruppo sociale che parla la L2 e di diventarne un valido membro”.
Dice che vuole imparare l’italiano "perché vivo qua" ma è anche convinta che non riuscirà mai a parlare bene come i suoi figli che a lei e al marito continuano a ripetere "tu non capisci niente" [11].
Per quanto riguarda R., lui si trova bene in Italia, ma mostra avere molta nostalgia del suo paese, della sua gente, di quello che aveva lì, non a caso nel parlare del suo lavoro, della sua terra, della sua casa, delle sue abitudini, dei suoi amici, i suoi occhi si intristiscono e si riempiono di lacrime.
Rispetto alla moglie a volte lascia trasparire, anche dal suo modo di porsi, quasi un rifiuto ad integrarsi pienamente nella comunità di cui ora fa parte e ciò lo porta, presumibilmente, ad avere quasi un rigetto verso la lingua italiana, forse perché avverte minacciata la propria identità e il proprio mondo [12].
Non a caso chi vuole integrarsi nella nuova società è costretto in primo luogo ad impararne la lingua, a scoprirne e rispettare le regole sociali del vivere comune e sicuramente, un immigrato che vuole farsi accettare come uno del gruppo non solo deve imparare le nuove regole ma anche dimenticare e questo significherebbe rinnegare parti importanti di ciò in cui fino a quel momento aveva creduto e che aveva accettato come buono e giusto. Deve rompere con il suo passato scatenando un drammatico conflitto, non facile da sopportare [13].
In più occasioni ha affermato che non gli interessava imparare l’italiano, ma stranamente, è mancato raramente agli incontri, è stato sempre puntuale, si è dimostrato sempre interessato, a volte veniva alle lezioni addirittura subito dopo il lavoro senza passare da casa per lavarsi e cambiarsi d’abito. A lui manca moltissimo la sua terra e un giorno vorrebbe ritornarci, ma è anche vero che deve ritenersi fortunato perché ha accanto a sé la sua famiglia (il padre, la madre e la sorella), mentre Y. ha lasciato tutti i suoi cari in quell’inferno e soffre molto per questo motivo. Nonostante tutto, Y. afferma che la sua vita e quella dei suoi figli è in Italia e che ormai non ha più senso pensare di tornare a vivere in un luogo dove "non c’è niente" (forse perché lì non hanno più nulla) e che ricorda oggi con un certo distacco.

