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Difficoltà di apprendimento: il caso Gianni - L’incontro coi genitori

 

L’incontro coi genitori

Dopo alcune sedute chiedo di avere un colloquio con loro, da cui poi calibrarmi in funzione di un primo percorso educativo da intraprendere col figlio. La madre di G. mi dice subito che sarà difficile conciliare con gli orari del padre, poiché è un uomo molto impegnato dal lavoro e dalle partite di calcio con gli amici. Riesco comunque a riceverli, giungono separatamente, prima lei e poi lui. Lui è un ingegnere in carriera, lei è un’insegnante di materie economiche alla scuola secondaria. Noto subito due atteggiamenti diversi: in lei una posizione di richiesta d’aiuto fatta di sorrisi misti a reverenza, mentre in lui prevale una forte difesa, rimarcata dalla ricerca di un rapporto paritario, e mi propone l’uso del “Tu”.

Mi pongo subito in una situazione di mero ascolto di entrambi, di quello che hanno da dirmi sul figlio: G. “non accetta il No, specialmente se questo minaccia la programmazione quotidiana”; “manca d’autonomia nella gestione del suo tempo e degli spazi in casa”; “non conosce il tempo cronologico”; “è ripetitivo sino all’esasperazione riguardo alle cose da fare, al fatto di stare bene di salute, di doversi comportare bene”; “vuole sempre sapere cosa fare e chiede molto di uscire da casa, in particolare con la nonna materna che gli dedica molta attenzione”; “ha paura del buio, dei cani, dei ladri, di essere abbandonato e lasciato solo”; “sta spesso sdraiato e inattivo”; “non si veste con facilità e chiede l’aiuto anche per le cose che gli riescono”; “quando non è apatico, sta sempre in movimento, specialmente al risveglio”; “si adira quando noi siamo nervosi, sbattendo porte e dicendo parolacce”; aggiungono che “ha una buona memoria che gli permette di ricordarsi le procedure dei giochi del computer”; “nuota bene”; “va da solo in bicicletta, anche se in modo molto distratto”.

Il punto cruciale è quando chiedo a ciascuno di loro come vivono emotivamente G. Il padre sgrana gli occhi, sorpreso della domanda che non si era mai posto: “Non bene, ho ansia per il futuro, temo l’emarginazione”, e aggiunge dopo una pausa di silenzio: “Vorrei che G. un giorno riuscisse a fare un lavoro”. Sempre il padre, come a voler compensare la propria ferita narcisistica e la difficoltà nel vissuto con G., dice che “l’altro figlio più piccolo è particolarmente capace, ed è con lui che trascorro la maggior parte del tempo libero”. Avverto la conferma di quanto temevo da una prima sensazione, e vale a dire che entrambi vivessero in modo separato, lui col piccolo, lei col grande, G., quello che dà problemi, che è difficile da gestire. E' la madre, infatti, a togliermi ogni dubbio, mi dice: “Sì, io sto con lui e il padre sta col piccolo”, e aggiunge “G. mi fa tanta compagnia”. Sento in loro una forte sofferenza, ma orientata in direzioni diverse: di fiducia e speranza per la mamma; di rassegnazione per il padre. Certo è che G. si nutre poco e male dal sistema affettivo dei genitori, che ora si trovano a vivere insieme di fatto ma separati all’interno della coppia, nonché coi figli.
In lei colgo, dai suoi occhi luccicanti mentre mi parla, una forte empatia nei confronti di G., da cui non sembrano emergere eccessi d’ansia, di tutela e di preoccupazione; lo deduco da ciò che narra: quando lo lascia libero di girare da solo con la bicicletta elettrica attorno all’isolato di casa; quando lo segue con la macchina a dovuta distanza nei suoi tragitti per andare agli appuntamenti; oppure quando gli permette di prendere il bus da solo.

 

Ho la sensazione che la madre di G. abbia vissuto quella fase depressiva conseguente allo stato di lutto relativo alla morte a livello simbolico del figlio immaginato, sognato, atteso. Una depressione non così forte da impedirle le cure verso i due figli, che le ha comunque permesso di elaborare tale evento in modo da poter vivere la realtà con i suoi limiti e possibilità.
Dall’altra parte mi sembra evidente nel padre la mancanza d’elaborazione della sofferenza riferita al lutto, e con essa il rifiuto, in parte, del figlio; la rottura dell’equilibrio della coppia coniugale, e la fuga dal problema, investendo maggiormente sul lavoro a detrimento della relazione con G. e con la famiglia nella sua interezza ed integrità.

Prima che finisca il tempo che abbiamo a disposizione per parlare di G., il padre è costretto ad andare via per giocare a calcio, quindi ci salutiamo; mentre la madre si sofferma con me ancora qualche minuto. La signora mi rivolge sguardi di rassegnazione, sollevando le spalle e accompagnando a questi, parole di sconforto per la poca dedizione dell’uomo nei confronti di G. Poi mi dice: “Per fortuna ci siamo noi”, riferendosi alla sua famiglia. In questo modo ella si pone in una posizione d’alter ego rispetto al marito: lei è nella sfera del bene, in cui “ci si prende cura di…”, ed è perciò nel giusto; mentre lui scende nel substrato del male, dove alberga la noncuranza e l’indifferenza. Da una parte la rassegnazione nei suoi confronti e dall’altra l’accentuazione del fatto di occuparsi da sola del figlio, mi fanno percepire una certo stato di comodo per la situazione creata. Mi spiego: è come se questo “cattivo” marito le servisse per sentirsi più buona come madre. Credo che a lei piaccia molto la parte della mamma dedita esclusivamente al figlio, interessata a fargli fare tutte le attività possibili, come a voler soddisfare un bisogno permanente d’espiazione nato dal senso di colpa. Penso invece che in realtà lei non viva questa condizione e che provi piacere nel fantasticarla, perché ciò la fa sentire più buona. Questo lo desumo da quello che lei mi dice, quando mi riferisce delle molte deleghe che compie ogni giorno: all’educatrice domiciliare, alla nonna, all’animatrice della ludoteca, all’amica, compreso al pedagogista; tutte persone che riesce a permettersi grazie alle facoltose capacità economiche della sua famiglia d’origine.
Chiusa la parentesi coi genitori, mi ritrovo di fronte alla mia relazione con G.