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  • Categoria: Didattica

I diversi sistemi di alfabetizzazione - Seconda parte

IL METODO FONICO-SILLABICO

L'alfabeto tratto dall'Orbis sensualium pictus di Comenio (frammento):

comenio_piccolo

"Prima di tutto bisogna imparare i semplici suoni con i quali è formato il discorso umano, suoni che gli animali sanno fermare, la tua lingua (o fanciullo) sa imitare e la tua mano sa disegnare.
Dopo andremo per il mondo e osserveremo tutte le cose. Ecco qui un alfabeto vivo, e sonoro
" (5). Con queste parole inizia l'abbecedario (1658) che Comenio pensò di mettere nelle mani dei fanciulli: le differenze con il metodo alfabetico sono evidenti ma anche le anticipazioni, visto che su di esse si baseranno tutte le future metodologie.

Se analizziamo la maniera con cui Comenio ha concepito il suo libro di lettura illustrato ci renderemo facilmente conto della complessità dell'impianto. Egli presenta, un'immagine familiare al bambino cui fa seguire un'azione compiuta (es. la pecora bela, il lupo ulula); mette poi in risalto il suono fondamentale emesso dall'animale e infine indica la maiuscola e la minuscola di ogni lettera. In questo modo egli si assicurava una maggiore ritenzione dei segni attraverso la duplice azione dell'immagine e del suono e rendeva anche più coerente l'apprendimento perché il lavoro di sintesi era fatto sui suoni e non sui nomi. Certo, su suoni che imitavano il verso degli animali, il che, in pratica, non permetteva di superare il metodo alfabetico, ma il solco era stato tracciato e di lì a poco, se non contemporaneamente, sarebbe stata trovata la soluzione che tutt'ora viene utilizzata nelle nostre scuole. 

Sembra che sia stato Pascal a proporre di leggere le consonanti come se fossero finali di parola (6). Un portoorealista, Antoine Arnauld (7) così scrive: "Si nominino le consonanti col loro suono naturale, aggiungendovi soltanto una "e" muta, che è necessaria a pronunziarle; per esempio a "b" si dia come nome ciò che suona l'ultima sillaba della parola francese "tombe", a "d" il suono dell' ultima sillaba della parola "ronde", e così via".
Pur considerando importanti i progressi ottenuti (eliminazione del nome della lettera e accostamento ideofonico) è necessario sottolineare, però, che nella sostanza, il metodo d'insegnamento segue sempre l'originario procedimento alfabetico: che si nominino le lettere col loro suono e le si faccia ricordare associandole a immagini che colpiscano la fantasia dei bambini, rimane sempre scontato che esse vanno insegnate singolarmente e dopo accostate per formare la sillaba, quindi la parola, e poi la frase.
Tale modo di procedere è rimasto in uso anche nelle nostre classi prima dei Programmi del '55 per cui vale la pena riferire almeno sui principi essenziali perché da essi muoveranno le loro critiche i globalisti italiani.

Il metodo fonico-sillabico incomincia facendo imparare prima le vocali e poi ad una ad una tutte le altre consonanti. Dalle vocali i dittonghi, poi le sillabe dirette e inverse, poi quelle seguite da dittonghi e infine quelle complesse e composte con digrammi e trigrammi. I sussidi didattici di cui esso si serve sono:

  • Cartelloni illustrati in cui sia evidenziata l'iniziale della parole.
  • Un compositoio con tutte le lettere dell'alfabeto in quadruplice copia.

Più che soffermarci sulle particolarità tecniche del metodo conviene riferire sul modo d'insegnare ogni singola lettera.
In primo luogo si presenta un'immagine o un oggetto il cui nome incomincia con la lettera che si vuole fare apprendere. Una storiella seguita da una conversazione opportunamente guidata servirà per fissare l'attenzione sulla lettera da insegnare. L'alunno giunge alla formazione delle parole subito dopo aver appreso le vocali. Si noterà, infatti, nella prossima immagine, che l'insegnamento delle consonanti doveva risultare quanto più possibile funzionale alla composizione di facili paroline. Tuttavia queste venivano considerate sempre un fatto complesso a cui si doveva giungere gradatamente: prima le sillabe e poi le parole. In questo modo, però, ed è questo il punto che si dovrà rifiutare, si impediva al bambino di mettere a frutto la sua capacità di sintesi: questa non va mai disgiunta dal significato. Si noterà, infatti, che dopo ogni lezioncina subito si passa alla formazione delle sillabe dirette e inverse che nulla hanno più a che vedere con la parolina LUNA o NANO. E' appunto l'esercizio della Sintesi svuotato di ogni rapporto con qualcosa di significativo cui riferirsi che fa nascere l'esigenza di un reale superamento del metodo. In termini più concreti, l'alunno per scrivere la parola NANO, prima doveva imparare la A, la O, la N, poi formare le sillabe NA e NO e infine accostarle per scrivere la parola intera. Operando in questo modo, però, l'alunno proprio perché non capiva, per molti mesi veniva costretto ad esercitarsi su sillabe (TA TE TI TO TU.. AT ET IT OT UT..) che quotidianamente trascriveva sul quaderno confortato solo dalla speranza che un giorno si sarebbero rivelate utili.

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Vedremo, quando si discuterà del globalismo italiano, come questa fosse sentita, dai più accorti critici come una forzatura che faceva violenza alla mente del bambino ma è anche probabile che le esigenze di "bella scrittura" fossero non poco responsabili dell'impostazione metodologica quasi come se si fosse confusa la capacità di scrivere con il bello scrivere, che è cosa molto diversa. Sta di fatto però che quando le esigenze calligrafiche furono eliminate si poté avanzare nel miglioramento dei metodi in direzione di un apprendimento non ozioso ma efficace e significativo al tempo stesso.
Naturalmente ciò non toglie che tutti gli espedienti o se vogliamo, le " tecniche" usate per insegnare alcune particolari difficoltà, non possano e debbono essere utilizzate ma di ciò è superfluo dire perché tutte le tecniche consigliate dalle varie Guide e Riviste non hanno niente di nuovo rispetto a quelle previste dai metodi tradizionali; ma qui si tratta di principi metodologici e non semplicemente di espedienti tecnici, e sui principi non si può scegliere a caso: o si accettano o si rifiutano. E nei suoi principi metodologici il metodo fonico-sillabico va considerato completamente superato.

 


Note:

1. In Lezioni di didattica G.L.Radice così scrive: "E così continua a vivere in irregolari scolette il cosiddetto metodo alfabetico, usato del resto fino a poche decine di anni fa, quasi generalmente in Italia." Ed. Sandron, 1952, pp. 278.
Se il Lombardo Radice scriveva nel 1912, non molto dissimile era la situazione nel 1953. A tal proposito il Casotti così. si esprimeva:" A questo metodo ancora molti insegnanti si tengono fedeli". (Cifr., M.Casotti, Didatti-ca, vol. II, pag. 31 Casa Editrice La Scuola, 1953.

2. Traduzione del Terzaghi, nel suo volume L'educazione in Grecia, Palermo, Sandron, 1910.

3. Marrou H.I., Storia dell'educazione nell'antichità, Bologna, 1966.

4. In verità, nel 1527 il Prof. V. Ickelsamer pubblicava un metodo per insegnare a leggere nel più breve tempo in cui venivano eliminati i nomi delle: lettere a favore di un loro uso fonico. Purtroppo tale metodo passò inosservato. Per la questione cfr. Buisson, Dizionario di pedagogia, 1887 alla voce LETTURA.

5. G.A. Comenio, Orbis rerum sensualium pictus, manuale scolastico illustrato; ripr. in facsim., Osnabruck, 1965.

6. L'accorgimento suggerito da Pascal si trova in una lettera che la sorella gli inviò in data 26 ottobre 1655. In tale lettera venivano appunto chiesti dei chiarimenti in merito. Sembra che la sorella abbia fatto conoscere il metodo di Pascal ai professori di Port-Royal.

7. Antoine Arnauld, Mémoire sur le Réglement des Études dans les lettres humaines, cap. VI dal titolo D'une nouvelle manière pour apprendre à lire facilement en toutes sortes de langues.

8. Wanda Cortesi, Scuola mia, Minerva Italica, Milano 1965 - pag. 395 e seguenti.


Autore: Luigi Palmieri, è stato insegnante elementare dal 1973 al 2001, in seguito, docente di psicologia-sociologia e scienze dell'educazione nel 2002 ed è attualmente in servizio presso il Liceo scientifico e socio-psicopedagogico "E. Pascal" di Pompei.


 

copyright © Educare.it - Anno IV, Numero 5, Aprile 2004