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  • Categoria: Didattica

I diversi sistemi di alfabetizzazione

Il metodo fonematico trova la sua ragion d'essere nella profonda convinzione che il sistema della scrittura, poggiando sul linguaggio orale, non è il luogo idoneo per risolvere il problema della sintesi. Ne discende, come approccio metodologico, che l'alunno prima di imparare a leggere e a scrivere "realmente", deve poterlo fare "mentalmente".

Se ciò rappresenta l'originalità e la novità del metodo noi siamo, però, altrettanto convinti di un suo duplice legame con la tradizione. Fondandosi sul lavoro di composizione e scomposizione fonica, infatti, esso per un verso si ricollega al vecchio metodo fonico-sillabico ma ponendo come premessa la percezione di un tutto significativo fa sua anche l'esigenza del metodo globale.

In questo lavoro noi intendiamo ripercorrere criticamente le tappe fondamentali di quel lungo cammino attraverso il quale gli uomini si sono affaticati nel cercare le migliori modalità di trasmissione del meccanismo della scrittura. Prenderemo in esame il metodo alfabetico, il fonico-sillabico, il globale, quello del Deva e, in ultimo, il fonematico, cercando di metterne in luce difficoltà e limiti, insieme a tentativi di superamento in modo da poterne cogliere anche gli elementi di continuità.
Questo lavoro è dedicato agli insegnanti elementari impegnati a dover affrontare la non semplice fatica di dare i primi elementi del leggere e dello scrivere ai fanciulli.

 

IL METODO ALFABETICO

Tale metodo ormai ha solo un'importanza storica ma è bene prenderlo in considerazione perché fuori della scuola alcuni improvvisati maestri e anche genitori volenterosi lo usano con grave danno e pericolo dei bambini stessi (1).

Esso risale all'epoca greco-romana ed è stato esposto molto chiaramente da Dionigi di Alicarnasso: "Quando impariamo a leggere, anzitutto impariamo i nomi delle lettere poi le loro forme e il loro valore, quindi le sillabe e le loro modificazioni, e dopo ciò le parole e le loro proprietà, cioè gli allungamenti, gli accorciamenti, l'accentuazione, e le altre cose di questo genere.

Quando siamo arrivati a conoscer ciò, finalmente a leggere e a scrivere, sillaba per sillaba e, lentamente dapprima; poi allorché passato un tempo considerevole, si siano impresse nel nostro animo le loro forme determinate facciamo lo stesso esercizio nel modo più facile possibile, così da poter scorrere con sicurezza e prontezza incredibili, senza trovare ostacoli, qualunque libro ci capiti" (2).

Riflettendo sulle parole di Alicarnasso possiamo sintetizzare i punti salienti in questo modo:

1. Si devono imparare i nomi delle lettere ( a~bi-ci-di-e-effe....).

2. Bisognerà poi unirle per formare le sillabe.

3. Superata la fase delle formazioni sillabiche iniziare a far comporre le prime parole.

4 Nella lettura bisognerà far sillabare prima lentamente e poi quando si sarà raggiunta una maggiore sicurezza far leggere sempre più in fretta.

Il principio logico a cui si ispira il metodo, è quello di andare dal semplice al complesso secondo il contenuto della materia da insegnare senza alcun riguardo per il soggetto che apprende.
Seguiamo più da, vicino questo procedimento attraverso il commento che ne dà il Marrou (3).
"Dopo aver fatto apprendere i nomi delle lettere senza averne in principio le forme sotto gli occhi si presenta al fanciullo un alfabeto in cui le lettere maiuscole sono disposte in più colonne: i bambini recitano queste liste cantarellandole. Superato questo primo grado, si incominciavano le sillabe: con lo stesso rigore sistematico si faceva apprendere in ordine la serie completa delle sillabe; non sì passava alle parole prima di averne terminate tutte le combinazioni. Si passava poi alle sillabe con tre lettere, studiando differenti combinazioni; quella con testimonianza più antica (fin dal IV; sec. a.C) consiste nell'aggiungere a ciascuna delle sillabe del quadro precedente una consonante, sempre la stessa. "Portata felicemente a termine la scuola delle sillabe, si poteva passare allo studio delle parole: anche qui si avanzava passo passo. Prima i monosillabi: la serie che ci offrono i papiri scolastici è inaspettata, siamo sorpresi di veder figurare, accanto alle parole più in uso, alcune di quelle più rare, perfino fuori uso. Ai monosillabi succede una serie di due sillabe, poi altre di tre, quattro, cinque sillabe separate... In queste liste di parole non si utilizza il vocabolario corrente... sono unicamente nomi propri, in particolare omerici... Infine si arriverà alla lettura di piccoli testi. Un manuale del sec. III, alle parole isolate fa seguire, senza passaggi intermedi, dei brani scelti di Euripide e poi di Omero".

Da quanto scrive il Marrou emerge chiaramente come sin dall'antichità si procedesse mediante la combinazione o sintesi degli elementi e come fosse necessario farli pronunciare ad alta voce per essere sicuri di averli appresi. Queste due caratteristiche essenziali del metodo rimarranno pressoché invariate nei secoli a venire ma dal 1600 (4) si cominciò a dubitare della necessità di dover cominciare l'apprendimento partendo dai nomi delle lettere. A parte le vocali, infatti, in cui nome e suono coincidono, il far conoscere il nome delle lettere per poi combinarle con le vocali costringe l'alunno a disimparare ciò che ha imparato. Se diciamo di scrivere "effe+a" il bambino scriverà "fa" ma nel pronunciare la sillaba egli dirà il suono facendo scomparire il nome.Tale difficoltà metodologica fu alla base della revisione che intese apportarvi Comenio il quale scrisse un'opera, l'Orbis-pictus, che, a ragione, è stata posta a fondamento del metodo fonico-sillabico.


IL METODO FONICO-SILLABICO

L'alfabeto tratto dall'Orbis sensualium pictus di Comenio (frammento):

comenio_piccolo

"Prima di tutto bisogna imparare i semplici suoni con i quali è formato il discorso umano, suoni che gli animali sanno fermare, la tua lingua (o fanciullo) sa imitare e la tua mano sa disegnare.
Dopo andremo per il mondo e osserveremo tutte le cose. Ecco qui un alfabeto vivo, e sonoro
" (5). Con queste parole inizia l'abbecedario (1658) che Comenio pensò di mettere nelle mani dei fanciulli: le differenze con il metodo alfabetico sono evidenti ma anche le anticipazioni, visto che su di esse si baseranno tutte le future metodologie.

Se analizziamo la maniera con cui Comenio ha concepito il suo libro di lettura illustrato ci renderemo facilmente conto della complessità dell'impianto. Egli presenta, un'immagine familiare al bambino cui fa seguire un'azione compiuta (es. la pecora bela, il lupo ulula); mette poi in risalto il suono fondamentale emesso dall'animale e infine indica la maiuscola e la minuscola di ogni lettera. In questo modo egli si assicurava una maggiore ritenzione dei segni attraverso la duplice azione dell'immagine e del suono e rendeva anche più coerente l'apprendimento perché il lavoro di sintesi era fatto sui suoni e non sui nomi. Certo, su suoni che imitavano il verso degli animali, il che, in pratica, non permetteva di superare il metodo alfabetico, ma il solco era stato tracciato e di lì a poco, se non contemporaneamente, sarebbe stata trovata la soluzione che tutt'ora viene utilizzata nelle nostre scuole. 

Sembra che sia stato Pascal a proporre di leggere le consonanti come se fossero finali di parola (6). Un portoorealista, Antoine Arnauld (7) così scrive: "Si nominino le consonanti col loro suono naturale, aggiungendovi soltanto una "e" muta, che è necessaria a pronunziarle; per esempio a "b" si dia come nome ciò che suona l'ultima sillaba della parola francese "tombe", a "d" il suono dell' ultima sillaba della parola "ronde", e così via".
Pur considerando importanti i progressi ottenuti (eliminazione del nome della lettera e accostamento ideofonico) è necessario sottolineare, però, che nella sostanza, il metodo d'insegnamento segue sempre l'originario procedimento alfabetico: che si nominino le lettere col loro suono e le si faccia ricordare associandole a immagini che colpiscano la fantasia dei bambini, rimane sempre scontato che esse vanno insegnate singolarmente e dopo accostate per formare la sillaba, quindi la parola, e poi la frase.
Tale modo di procedere è rimasto in uso anche nelle nostre classi prima dei Programmi del '55 per cui vale la pena riferire almeno sui principi essenziali perché da essi muoveranno le loro critiche i globalisti italiani.

Il metodo fonico-sillabico incomincia facendo imparare prima le vocali e poi ad una ad una tutte le altre consonanti. Dalle vocali i dittonghi, poi le sillabe dirette e inverse, poi quelle seguite da dittonghi e infine quelle complesse e composte con digrammi e trigrammi. I sussidi didattici di cui esso si serve sono:

  • Cartelloni illustrati in cui sia evidenziata l'iniziale della parole.
  • Un compositoio con tutte le lettere dell'alfabeto in quadruplice copia.

Più che soffermarci sulle particolarità tecniche del metodo conviene riferire sul modo d'insegnare ogni singola lettera.
In primo luogo si presenta un'immagine o un oggetto il cui nome incomincia con la lettera che si vuole fare apprendere. Una storiella seguita da una conversazione opportunamente guidata servirà per fissare l'attenzione sulla lettera da insegnare. L'alunno giunge alla formazione delle parole subito dopo aver appreso le vocali. Si noterà, infatti, nella prossima immagine, che l'insegnamento delle consonanti doveva risultare quanto più possibile funzionale alla composizione di facili paroline. Tuttavia queste venivano considerate sempre un fatto complesso a cui si doveva giungere gradatamente: prima le sillabe e poi le parole. In questo modo, però, ed è questo il punto che si dovrà rifiutare, si impediva al bambino di mettere a frutto la sua capacità di sintesi: questa non va mai disgiunta dal significato. Si noterà, infatti, che dopo ogni lezioncina subito si passa alla formazione delle sillabe dirette e inverse che nulla hanno più a che vedere con la parolina LUNA o NANO. E' appunto l'esercizio della Sintesi svuotato di ogni rapporto con qualcosa di significativo cui riferirsi che fa nascere l'esigenza di un reale superamento del metodo. In termini più concreti, l'alunno per scrivere la parola NANO, prima doveva imparare la A, la O, la N, poi formare le sillabe NA e NO e infine accostarle per scrivere la parola intera. Operando in questo modo, però, l'alunno proprio perché non capiva, per molti mesi veniva costretto ad esercitarsi su sillabe (TA TE TI TO TU.. AT ET IT OT UT..) che quotidianamente trascriveva sul quaderno confortato solo dalla speranza che un giorno si sarebbero rivelate utili.

cortesi_piccolo(8)

Vedremo, quando si discuterà del globalismo italiano, come questa fosse sentita, dai più accorti critici come una forzatura che faceva violenza alla mente del bambino ma è anche probabile che le esigenze di "bella scrittura" fossero non poco responsabili dell'impostazione metodologica quasi come se si fosse confusa la capacità di scrivere con il bello scrivere, che è cosa molto diversa. Sta di fatto però che quando le esigenze calligrafiche furono eliminate si poté avanzare nel miglioramento dei metodi in direzione di un apprendimento non ozioso ma efficace e significativo al tempo stesso.
Naturalmente ciò non toglie che tutti gli espedienti o se vogliamo, le " tecniche" usate per insegnare alcune particolari difficoltà, non possano e debbono essere utilizzate ma di ciò è superfluo dire perché tutte le tecniche consigliate dalle varie Guide e Riviste non hanno niente di nuovo rispetto a quelle previste dai metodi tradizionali; ma qui si tratta di principi metodologici e non semplicemente di espedienti tecnici, e sui principi non si può scegliere a caso: o si accettano o si rifiutano. E nei suoi principi metodologici il metodo fonico-sillabico va considerato completamente superato.

 


Note:

1. In Lezioni di didattica G.L.Radice così scrive: "E così continua a vivere in irregolari scolette il cosiddetto metodo alfabetico, usato del resto fino a poche decine di anni fa, quasi generalmente in Italia." Ed. Sandron, 1952, pp. 278.
Se il Lombardo Radice scriveva nel 1912, non molto dissimile era la situazione nel 1953. A tal proposito il Casotti così. si esprimeva:" A questo metodo ancora molti insegnanti si tengono fedeli". (Cifr., M.Casotti, Didatti-ca, vol. II, pag. 31 Casa Editrice La Scuola, 1953.

2. Traduzione del Terzaghi, nel suo volume L'educazione in Grecia, Palermo, Sandron, 1910.

3. Marrou H.I., Storia dell'educazione nell'antichità, Bologna, 1966.

4. In verità, nel 1527 il Prof. V. Ickelsamer pubblicava un metodo per insegnare a leggere nel più breve tempo in cui venivano eliminati i nomi delle: lettere a favore di un loro uso fonico. Purtroppo tale metodo passò inosservato. Per la questione cfr. Buisson, Dizionario di pedagogia, 1887 alla voce LETTURA.

5. G.A. Comenio, Orbis rerum sensualium pictus, manuale scolastico illustrato; ripr. in facsim., Osnabruck, 1965.

6. L'accorgimento suggerito da Pascal si trova in una lettera che la sorella gli inviò in data 26 ottobre 1655. In tale lettera venivano appunto chiesti dei chiarimenti in merito. Sembra che la sorella abbia fatto conoscere il metodo di Pascal ai professori di Port-Royal.

7. Antoine Arnauld, Mémoire sur le Réglement des Études dans les lettres humaines, cap. VI dal titolo D'une nouvelle manière pour apprendre à lire facilement en toutes sortes de langues.

8. Wanda Cortesi, Scuola mia, Minerva Italica, Milano 1965 - pag. 395 e seguenti.


Autore: Luigi Palmieri, è stato insegnante elementare dal 1973 al 2001, in seguito, docente di psicologia-sociologia e scienze dell'educazione nel 2002 ed è attualmente in servizio presso il Liceo scientifico e socio-psicopedagogico "E. Pascal" di Pompei.


 

copyright © Educare.it - Anno IV, Numero 5, Aprile 2004