- Categoria: Genitorialità
- Scritto da Fulvio Matteucci
Il rapporto affettivo genitore-figlio. Un viaggio alla scoperta del legame familiare
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Gli studi riguardanti il legame genitore-figlio sono di recente memoria poiché assai recente è la scoperta del bambino come essere attivo e pensante, lontano da quell’idea di “piccolo adulto” che fino al XIX secolo abitava l’immaginario della società borghese occidentale.
La comparsa dunque di quel sentimento dell’infanzia, di cui parla Ariés, dipese in gran parte dalla capacità psicologica e dalla maturità emotiva dei genitori di concepire il figlio come essere distinto da sé, riconoscendoli peculiarità e capacità uniche, una consapevolezza lenta che andò di pari passo con l’evoluzione delle Scienze Umane (1).
Tale evoluzione però non fu affatto di semplice metabolizzazione sociale: se con Darwin si riconobbero in parte le enormi peculiarità evolutive dell’infanzia rispetto al mondo adulto, dall’altro si dovettero accettare le sue umili origini: il bambino lungi dall’essere quel soggetto debole ed innocuo, quasi angelico, disegnato dalla società borghese ottocentesca, divenne “cucciolo d’uomo” alla stregua degli altri animali, un individuo che Freud non esitò a definire come “perverso e polimorfo” e la cui sopravivenza sarebbe dipesa unicamente dalla capacità della madre di plasmare quella natura animale dell’infante (2). Da qui andarono maturandosi gli albori di un interesse scientifico nuovo sul legame madre-bambino, basato però sulla natura biologica di un fanciullo debole e assolutamente incapace di sopravvivere se non coadiuvato dalla madre, unica responsabile dello sviluppo del bambino (3). Tale interpretazione evoluzionista condannò la madre a mero oggetto di gratificazione dei bisogni ed il bambino ad essere incapace, in violento contrasto con la realtà esterna.
La relazione madre-bambino: da oggetti mentali a genitori e figli riflessivi
I maggiori studi post freudiani confluirono nel gruppo dei teorici cosiddetti delle Relazioni Oggettuali: se da una parte tali studiosi come Melanine Klein e Winnicott ebbero il merito di considerare importanti le implicazioni relazionali tra madre e bambino, dall’altra continuarono a interpretare la madre come un oggetto, stavolta simbolico e mentale, che il bambino, in modo passivo, interiorizza assumendone le conformazioni psicologiche più o meno positive a seconda della sanità psicologica del genitore; un’interpretazione che quindi spostò gli accenti dalla dimensione biologica del legame madre-figlio ad una psicologica - simbolica per la quale la madre continuava comunque ad essere considerata un oggetto (4).
Tale interpretazione, di un bambino che assimili passivamente le caratteristiche psicologiche del genitore, continuava a non tenere in considerazione quella dimensione affettiva familiare che sta alla base di un sano sviluppo del bambino, questo fino a quando non subentrarono sul palcoscenico scientifico mondiale gli studi dell’inglese John Bowlby. Con la sua teoria dell’Attaccamento Bowlby propose un'interpretazione finalmente attiva del rapporto madre-bambino (5): la grande capacità “mentalizzante” del bambino di riflettere sui modelli mentali del genitore sicuro, e quindi disponibile a farsi esplorare mentalmente dal figlio, segnerà una forte differenza con l’impostazione oggettuale precedentemente citata. Secondo questa prospettiva il bambino non interiorizza i modelli mentali del genitore, ma li esplora attivamente sostenuto da una base sicura (la sicurezza del genitore) e riflettendo su essi (6); questa la grande novità, un bambino riflessivo che esplora la mente del genitore disponibile a farsi esplorare e quindi, considerato “genitore sicuro” da Bowlby (7).
In questi termini dunque, si pensò per la prima volta ad un rapporto genitore-figlio basato su una relazione affettiva ed emotiva intessuta attivamente dai due partner e non subita passivamente dall’uno o dall’alto.

