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  • Categoria: Devianze e Carcere

Educazione e devianza: contraddizioni e prospettive dell’intervento rieducativo dei detenuti - Metodologia e prassi dell’intervento rieducativo

 

Metodologia e prassi dell’intervento rieducativo

L’educatore nelle carceri non trasmette valori e non rieduca nessuno. Questo è l’assunto da cui partire per provare a ricostruire un’ipotesi di intervento ri-socializzante nel settore della devianza. Ovviamente in questo scritto si intendono proporre soltanto degli spunti; ben altro lavoro sarebbe necessario per affrontare una questione così delicata da un punto di vista dell’ermeneutica quanto da quello etico e sociale.
La devianza segnala sempre una scissione sociale, una frattura che in qualche modo va ricomposta; assodate le problematiche precedentemente rilevate, ovvero la non-neutralità del sistema rispetto alla risposta deviante del soggetto e dell’educatore rispetto a questa dialettica, l’intervento deve strutturarsi su una modalità di intervento re-integrativa. In pratica, si tratta di fornire all’utente quegli strumenti necessari ad una proficua integrazione sociale, in assenza dei quali la distanza non è colmabile. In particolare, vi sono due ambiti di intervento:

a) Interventi tesi a fornire e favorire l’acquisizione di strumenti in grado di facilitare il reinserimento sociale
E’ una sfera di intervento di enorme importanza, non necessariamente riducibile al lavoro di un educatore. L’istruzione, la formazione professionale, l’acquisizione di abilità teorico-pratiche (gestione di un giornale, di un sito ecc.) forniscono al soggetto deviante delle capacità e conoscenze che migliorano le sue capacità di interazione con il sistema sociale. Il primo passo per ri-socializzare un soggetto, è metterlo in condizione di partecipare alla vita della comunità. Ovviamente le difficoltà relative all’inserimento anche professionale in società non si risolvono attraverso corsi di formazione. Si tratta solo di fornire degli strumenti; la possibilità concreta di esercitare le abilità apprese si innesta in una problematica più ampia che prevede necessariamente una collegialità nelle modalità di intervento, attraverso la creazione di una rete di relazioni e competenze orientata a superare l’isolamento in cui versano generalmente i soggetti devianti.

b) Interventi tesi a fornire l’acquisizione di conoscenze e abilità sociali
Ri-socializzare un soggetto significa anche sostenerlo e “accompagnarlo” nella comprensione delle dinamiche sociali di cui è in ogni caso soggetto partecipante. La modalità di intervento filosofica o sociologica è probabilmente la più adatta allo scopo. Una riflessione, non diretta ma facilitata da un educatore preparato, sulla propria condizione sociale, sulle interazioni e gli effetti sulla più ampia compagine sociale, rappresenta indiscutibilmente un passo avanti verso l’integrazione. Il soggetto deve avere gli strumenti culturali per esercitare una critica sulle dinamiche sociali che lo coinvolgono. L’approccio filosofico consente anche un affinamento delle capacità cognitive del soggetto, attraverso strumenti tipici della storia del pensiero e dell’attività dialogica. L’educatore in questo caso agisce da counselor. Diverse sono le conoscenze necessarie ad un operatore per intervenire in questo senso; le tecniche della RET, la Terapia Razionale Emotiva di Ellis [11], sono tra le più efficaci in questo senso. Secondo questa scuola, il modo in cui verbalizziamo i nostri vissuti condiziona a sua volta il nostro che abbiamo di vedere e vivere la realtà. Si tratta della riedizione moderna di un’antica intuizione di Epitteto [12], per il quale non sono le cose in sé ad essere positive o negative per noi, ma il modo in cui le percepiamo. Per portare un esempio, un errore diffuso è la tendenza a globalizzare eventi e giudizi: “tutti sono contro di me”. Oppure la tendenza ad ingigantire e drammatizzare gli eventi, postulandone quasi un’ineluttabilità: “devo riuscire a dirgli quello che penso”, “non posso fare a meno di arrabbiarmi”. Senza addentrarsi qui nel complesso delle dinamiche di un intervento di Terapia Razionale Emotiva, si vuole sottolineare come intervenendo sugli errori “filosofici” del soggetto, sui processi contradditori del pensiero, si possono fornire nuove chiavi di lettura ed interpretazione del reale, utili anche ad affinare le capacità introspettive della persona.
Il recupero del detenuto richiede poi l’acquisizione di specifiche abilità sociali e con questo tocchiamo un aspetto generalmente trascurato dagli educatori. Un ri-socializzatore non apprende queste tecniche soltanto per migliorare il proprio livello comunicativo, ma per insegnarle. Aiutare un soggetto con problemi di disadattamento ad impadronirsi di abilità sociali come la “comunicazione assertiva”, o la capacità di “autocontrollo” significa aprirgli dei nuovi canali comunicativi. Le possibilità di integrazione migliorano infatti se il soggetto sa gestire efficacemente le relazioni interpersonali.

In conclusione a questa riflessione, per chi opera nelle carceri sarebbe forse auspicabile la sostituzione del termine “educatore” (che di per sé non ha certo una valenza negativa) con quello di ri-socializzatore, oppure facilitatore sociale. Le parole sono importanti, e la dimensione semantica ne traccia anche una progettualità, l’intenzione; e, ad avviso di chi scrive, la priorità è intervenire sul quel solco invisibile, ma tangibile, che squarcia il tessuto sociale, per agire concretamente ed efficacemente su ciò che de facto impedisce la realizzazione di condizioni di uguaglianza, nei diritti e nelle concrete possibilità di realizzazione.

 


Note:
 [1] Freire P., La pedagogia degli oppressi, Torino, EGA, 2004

 [2] Howard J., The state of the prisons in England and Wales, Montclair, N.J., 1792

 [3] Beccaria C., Dei Delitti e delle Pene, Milano, Rizzoli, 1994

 [4] Sellin T., Culture conflict and crime, New York, Social Science Research Council, Bulletin 41, 1938
 [5] Merton R.K., Teoria e struttura sociale, vol.II: Studi sulla struttura sociale e culturale, Bologna, Il Mulino, 2000
 [6 ]Cohen A.K., Ragazzi delinquenti, Milano, Feltrinelli, 1981
 [7] Tannenbaum F., Crime and the community, Boston, Mass., Ginn., 1938
 [8] Alex Haley (a cura di), Autobiografia di Malcom X, Torino, Einaudi, 1967
 [9] Focault M., Sorvegliare e punire – Nascita della prigione, Torino, Einaudi, 2004
 [10] Bassetti R., Derelitti e delle pene – Carcere e giustizia da Kant all’indultino, Roma, Editori Riuniti, 2003, p. 61

 [11] Ellis A., Ragione ed emozione in psicoterapia, Roma, Astrolabio - Ubaldini editore, 1989
 [12] Epitteto, Manuale


Autore: Dario Scognamiglio nasce a Napoli il 12/05/1975; passa i primi 20 anni della sua vita a sognare, e i successivi a cercare di realizzare i suoi sogni; nel 2001 consegue la laurea in filosofia e il titolo di istruttore di arti marziali, nel gennaio 2005 diventa una guida escursionistica. Lavora nel sociale da 4 anni, e attualmente collabora in un progetto di reinserimento sociale si soggetti con problemi di tossicodipendenza. Nel tempo libero ama leggere e scrivere racconti surreali o fantasy.


copyright © Educare.it - Anno VII, Numero 6, Maggio 2007