- Categoria: Devianze e Carcere
- Scritto da Dario Scognamiglio
Educazione e devianza: contraddizioni e prospettive dell’intervento rieducativo dei detenuti
Article Index
La pedagogia ha indubbiamente una funzione sociale; non è possibile educare, cioè sostenere il processo di autorealizzazione, di apertura alla libertà, di conseguimento della felicità, senza tener conto degli altri e del contesto sociale di cui il soggetto fa parte. In questa ottica, educare è operare per l’integrazione e l’inclusione sociale, favorire l’assunzione di responsabilità anche in ordine alla dimensione sociale dell’esistenza individuale. L’uomo-cittadino è l’elemento base della società democratica, che si basa, a sua volta, sul riconoscimento del valore imprescindibile dell’individuo, dei suoi diritti fondamentali e universali.
Apparentemente abbiamo a che fare con una concezione perfetta, limpida, priva di qualunque ambiguità: l’uomo al centro del sistema di valori, motore pensante e fattivo della collettività. Tuttavia anche i più ferventi sostenitori del sistema democratico non possono negare che si tratta di un sillogismo che contraddice continuamente le sue premesse. Che tutti gli uomini siano uguali è ovviamente contraddetto da qualunque raffronto con la realtà empirica; si tratta di un principio di riferimento, al limite di un’intenzione, “gli uomini devono essere tutti uguali”, ma ovviamente non è una realtà di fatto. Le possibilità sono due: 1) il sistema democratico non è ancora pienamente maturo, ma riuscirà prima o poi a garantire una reale uguaglianza tra i suoi cittadini; 2) il sistema democratico poggerà sempre su questa contraddizione, e potrà sopravvivere soltanto in virtù del permanere di questa discrepanza tra i suoi cittadini.
In entrambi i casi, esiste un problema etico di fondo di grande spessore. Di fatto, esistono cittadini, e dunque uomini, per quanto detto sopra, di serie A e di serie B, detto nel modo più banale possibile. Come si pone un educatore di fronte ad un soggetto svantaggiato, un uomo ai margini? Educatori che hanno fatto del loro lavoro quasi una missione, convinti dell’importanza di riscattare anche il più emarginato degli uomini, tradiscono una segreta tendenza ad appiattirsi sulle posizioni del sistema dominante e, dunque, a sacrificare anche i destinatari dell’azione pedagogica, nel tentativo di integrarli in un sistema che, di fatti, li mette ai margini. Perché un emarginato dovrebbe introiettare il sistema di valori della società che, di fatto, fa di lui un escluso? In questo caso integrarsi si tradurrebbe in un semplice asservimento.
Ma è davvero dalla parte dell’emarginato, l’educatore che invece sostiene e rinforza la volontà di non assoggettarsi del suo assistito, lasciandolo così permanere nella sua marginalità, non asservito ma schiacciato?
La verità è, probabilmente, che non è pensabile che il padrone e il servo abbiano lo stesso sistema di valori, la stessa etica; quando è così, è il primo che ha imposto le proprie regole al secondo. Di conseguenza, non ha senso un sistema pedagogico che si rivolga, come scrive Freire[1], agli “oppressori e agli oppressi” con le stesse parole, le stesse logiche. Ma esiste, oggi, una “pedagogia degli oppressi”? Evidentemente no, e la tendenza dominante è quella di riportare “le pecorelle smarrite” all’ovile, magari riconoscendo l’ingiustizia di fondo, ma stigmatizzando comunque i gesti “non allineati”, attraverso quel sistema di valori che appartiene agli oppressori e anche agli educatori. Ma può un educatore avere il medesimo sistema di valori degli oppressori? E viceversa, potrebbe invece assumere completamente quello degli oppressi?
La mancanza di un sistema di valori di riferimento alternativo a quello dominante, per gli emarginati, porta a due conseguenze probabilmente inevitabili: innanzitutto, e ovviamente assieme ad una concausa di motivazioni, la nascita di sub-culture devianti, prive di un reale sistema di valori alternativo. Le sub-culture assumono i valori di riferimento delle classi dominanti ma, non potendo accedervi con gli stessi mezzi, ricorrono all’illegalità, ristrutturando il proprio sistema etico di riferimento in questa nuova dimensione, creando una vera e propria “ideologia criminale”. In secondo luogo, e il problema riguarda gli educatori, la concretizzazione di un’impasse senza sbocchi, dove l’unica via d’uscita possibile sembra l’asservimento, prospettiva che non può tranquillizzare lo spirito di un educatore coscienzioso.

