- Categoria: Devianze e Carcere
Ruolo e competenze dello psicologo nell'area penale minorile - Seconda parte
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Anche gli psicologi intervistati hanno difficoltà a individuare quale possa essere la soluzione migliore per loro. Attualmente la mancanza di fondi rende saltuaria la presenza del mediatore all’interno del carcere e gli operatori si trovano a dover intervenire con ragazzi che hanno una conoscenza scarsa dell’italiano.
Nella realtà si è cercato di rendere residuale la pena detentiva, ma la legge non sembra essere uguale per tutti. Se la soluzione migliore rimane il carcere è bene che questo venga ripensato nell’ottica della sua funzionalità.
La funzione del sistema penitenziario è direttamente legata alla possibilità di questa struttura e dei suoi operatori di connettersi con il mondo esterno, attraverso la progettazione di interventi che producano continuità all’esterno del carcere stesso. La progettualità, quindi rimane la dimensione essenziale di cui si deve tener conto, qualora si voglia riabilitare il ragazzo all’interno della società. Difficilmente il carcere riesce ad educare e a ridurre il rischio di recidiva, per questo, affinché l’intervento funzioni, deve essere pensato nel tempo. Ci vuole consequenzialità tra le azioni messe in atto nei diversi contesti, ci vuole comunicazione, lavoro di equipe e di rete. Una collaborazione dei professionisti a diversi livelli, difficile da ritrovare nella pratica.
Altri problemi sono legati alla struttura stessa del lavoro nell’area penale: la gestione di una committenza dell’intervento diversa dall’utenza, il setting così diverso da quello del contesto clinico, la non volontarietà dell’intervento che non è richiesto dal ragazzo, l’esigenza di responsabilizzare il ragazzo rispetto al reato commesso e la promozione di nuove risorse.
Trovare una soluzione a questi aspetti rientra nell’esigenza professionale propria dell’ambito normativo di conciliare due forme di linguaggio, quella giuridica e psicologica, così diverse tra loro, dove la competenza giuridica fornisce una cornice di riferimento al lavoro psicologico nel contesto della giustizia.
Rimane aperta l’esigenza di un profilo formativo ideale dello psicologo che opera nell’area penale: una qualifica educativa e in ambito clinico, per affrontare al meglio l’esigenza terapeutica, un approfondimento in ambito giuridico per rispondere all’esigenza normativa e a quella di tutela, e una formazione più specifica in ambito interculturale per superare, con maggiori risorse, le difficoltà che si incontrano nella relazione con i ragazzi stranieri.
Per finire, accanto al valore strumentale che il reato assume, si deve evidenziare l’esigenza comunicativa del ragazzo, insita nel suo gesto. Una richiesta di aiuto che esige una risposta adeguata.
Autore: Claudia Nissi, Psicologa, iscritta alla scuola di psicoterapia Cognitiva Interpersonale (A.R.P.C.I).
Consulenza e sostegno psicologico per l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta, per la coppia e per la famiglia. Ha pubblicato diversi articoli su tematiche psico-educative e ha collaborato alla stesura delle dispense di psicologia per i Maestri della Federazione Italiana Golf. Esperienza come docente e nel potenziamento cognitivo per bambini con Disturbi Specifici dell’Apprendimento.
copyright © Educare.it - Anno XI, N. 6, Maggio 2011

