- Categoria: Riforme della scuola
La testa ben fatta: l’istruzione secondo E. Morin
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Nell’opera “La testa ben fatta” [1] Morin spiega gli stessi concetti già sintetizzati ne “I sette necessari all’educazione del futuro”.
Il titolo è ripreso da una formulazione di Montaigne sulla prima finalità dell’insegnamento: “è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”.
Una “testa ben fatta” significa che invece di accumulare sapere (“testa ben piena”), è importante disporre di un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi e avere i principi organizzatori che ti permettono di collegare i saperi e di dare loro un senso.
L’auspicio è di superare la frammentazione delle conoscenze per privilegiare la loro interconnessione. Per esempio le nuove scienze come l’ecologia, le scienze della terra e la cosmologia sono trans-disciplinari, in quanto hanno per oggetto non un settore, ma un sistema [2]. Quindi le possiamo definire scienze “sistemiche”.
Una scienza “multidimensionale” era già la geografia che abbraccia dalla geologia ai fenomeni economici e sociali. La stessa storia tende a diventare scienza multidimensionale, integrando in sé le dimensioni economiche e antropologiche. I progressi della biologia molecolare e della genetica permettono di collegare chimica, fisica e biologia.
Tutte le discipline, sia delle scienze naturali sia delle scienze umane, possono convergere nello studio della condizione umana. La filosofia, riavvicinandosi alla sua vocazione riflessiva, può far convergere la pluralità dei punti di vista delle conoscenze sulla condizione umana [3].
La conoscenza, in effetti, si deve trasformare in sapienza, cioè deve insegnare a vivere. E perciò si devono recuperare come conoscenze non minori, in quanto ci rivelano l’essenza dell’uomo che la scienza da sola non ci può dare, letteratura, cinema e poesia che si possono considerare vere e proprie scuole di vita, in quanto sono scuole delle lingue, della qualità poetica della vita, della scoperta di sé e della complessità (e quindi ci fanno comprendere l’umano che è complesso).
Per Morin “il contributo più importante del sapere del XX secolo è stata la conoscenza dei limiti della conoscenza” [4]. La condizione umana è caratterizzata da due grandi incertezze: l’incertezza cognitiva e l’incertezza storica. Ci sono, però, tre viatici che ci possono aiutare: sforzarsi a pensare bene, essere capaci di elaborare e di usare strategie, fare con tutta coscienza le nostre scommesse; per il sociologo essi definiscono una vera e propria “ecologia dell’azione”.
Il primo principio di questa ecologia dell’azione è che ogni azione, una volta intrapresa, entra in un gioco di interazioni e retroazioni, in seno all’ambiente nel quale si effettua, che può essere distolta dai suoi fini e addirittura produrre un risultato contrario a quello previsto. Morin fa l’esempio della Francia nel XVIII secolo quando la reazione aristocratica ha innescato una rivoluzione democratica; e quello della Spagna nel 1935-36, quando una spinta rivoluzionaria ha innescato un golpe reazionario.
Il secondo principio dell’ecologia dell’azione ci dice che le conseguenze ultime dell’azione sono imprevedibili: nessuno poteva prevedere, nel 1789, che la Rivoluzione francese portasse al Terrore, al Termidoro, all’Impero e alla Restaurazione.
Il terzo principio dell’ecologia dell’azione, conseguenza delle prime due, è che ognuno deve essere consapevole che la vita è un’avventura, soggetta all’incertezza, all’ignoto e al rischio, dunque è scommessa.
Perciò occorre usare strategie e non programmi, anche se la strategia richiede un programma. La differenza sta in questo:
“Il programma è la determinazione a priori di una sequenza di azioni in vista di un obiettivo. Il programma è efficace in condizioni esterne stabili che possiamo determinare con certezza. Ma minime perturbazioni in queste condizioni sregolano l’esecuzione del programma e lo condannano ad arrestarsi. La strategia si stabilisce in vista di un obiettivo, come il programma; essa prefigura scenari d’azione e ne sceglie uno, in funzione di ciò che essa conosce di un ambiente incerto. La strategia cerca senza sosta di riunire le informazioni, di verificarle, e modifica la sua azione in funzione delle informazioni raccolte e dei casi incontrati strada facendo...
Una strategia porta in sé la consapevolezza dell’incertezza che dovrà affrontare e comporta per ciò una scommessa. Essa deve essere pienamente cosciente della scommessa, in modo da non cadere in una falsa certezza.”
E’ interessante questa distinzione e ci fa capire che gli insegnanti a scuola hanno bisogno più di strategie che di programmi nei confronti dell’apprendimento degli alunni.
Altro suggerimento del sociologo francese sull’educazione è che essa deve contribuire all’auto-formazione della persona, e insegnare a diventare cittadino, nell’identità, per quanto ci riguarda, nazionale, europea e planetaria.

