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Un’esperienza di “philosophy for children” per un nuovo modo di fare scuola - Philosophy for children (P4C)


Philosophy for children (P4C)

La risposta ai miei perché è arrivata quando una collega [3] mi propose di partecipare ad un progetto scolastico di Philosophy for children [4]. Filosofia per bambini? Come si può insegnare la filosofia ai bambini? Rifletto per giorni, è da anni che studio filosofia e mai avrei pensato di poterla studiare assieme a dei bambini. Come spiegare Platone o Aristotele, Kant o Hegel? Da dove partire? Negli incontri preliminari tra docenti, e durante la fase di monitoraggio, mi sono documentata sulla P4C leggendo i manuali e vari articoli sull’argomento. Lo scopo di tale prassi metodologica non è quello di far studiare il pensiero dei Filosofi, così come avevo pensato, neanche - e sia detto a prevenire ogni equivoco - in forma estremamente semplificata. Si tratta, invece, di far sì che le giovanissime menti in formazione abbiano la possibilità di recepire alcuni elementi (il dialogo, primo fra tutti) fondanti della procedura “filosofica”, per sollecitare, così, le generali capacità di orientamento cognitivo. La filosofia che viene proposta è quindi una filosofia smaterializzata dei contenuti tradizionali, che si presenta non come una “materia” ma come un'area interdisciplinare, “per tutti” e “per tutte le età”.
Ho scoperto così un nuovo modo di fare scuola, una nuova prassi che va oltre il memorizzare le altrui conclusioni, già stampate nei libri di testo, senza tralasciare alcun particolare al fine di prendere un bel voto scolastico. Questo diverso approccio pretende di far esplorare ogni area disciplinare e di far pervenire i bambini a proprie ipotesi e conclusioni.
Come insegnanti ci siamo mai chiesti quanto di quello memorizzato dai bambini rimane a far parte del loro essere? Quanto effettivamente viene interiorizzato, quanto diviene elaborazione viva nella memoria di un bambino, contribuendo a costruire il suo patrimonio personale?
I contenuti culturali sono vivi quando sono vissuti con curiosità, cercati, elaborati per rispondere a domande vere, domande pertinenti alla vita.
Durante il primo incontro di “Pensare in cerchio”, l’atmosfera era calda, la curiosità dei miei alunni di seconda elementare era alle stelle: “ cosa faremo?”, “Che significa pensare in cerchio?” ,“Forse dobbiamo fare qualche gioco di motoria?” si chiedevano curiosi, e in verità le loro domande trovarono subito una risposta esauriente nelle attività propedeutiche di avvio della sessione di lavoro.
La prima fase di lavoro è stata dedicata al riscaldamento intellettivo, ha previsto attività e giochi di ascolto e di relazione, ha contribuito a trasformare il gruppo da semplice agglomerato di persone in una vera e propria comunità di ricerca, i bambini hanno scoperto il piacere di stare insieme, di fare, di apportare il proprio contributo per la crescita e la riuscita di tutti.
Creare un clima positivo, accogliente, sereno è stato il compito più difficile, perché l’abitudine all’ascolto, al rispetto reciproco e alla condivisione risultano ardue conquiste in un tempo in cui i bambini si misurano con nuovi eroi dal nome Dragon Ball, Super Sahian, Vegeta e in cui la supremazia del proprio pensiero ha la meglio sugli altri con il linguaggio della violenza.
I giochi propedeutici alle attività sono serviti da modelli per fissare le regole di comportamento all’interno del setting di lavoro, i bambini hanno cercato sin dall’inizio di rispettare i propri turni di parola e di ascoltare attivamente i propri compagni , intervenendo spontaneamente, ma con ordine e apportando nuovi spunti e contributi comunicativi alla discussione.
Alla fine di ogni sessione i bambini sono entusiasti perché sono riusciti a parlare con ordine, ad ascoltarsi a comprendersi e capirsi l’un l’altro. Alcuni alunni alla fine delle attività hanno così commentato: “nel cerchio c’è ordine, nel cerchio c’è pace, nel cerchio mi sento felice, c’è silenzio, c’è concentrazione”; “questo gioco è diverso dagli altri, mi sembra un gioco dove tutti diventiamo amici”; “già è proprio un gioco intelligente…”.

Motivati e entusiasmati dal nuovo modo di condurre un’attività, i bambini indirizzati dall’insegnante hanno negoziato il loro modo di vivere e di intendere l’ambientazione delle sessioni di lavoro. Si sono ascoltati, hanno proposto diverse organizzazioni fisiche dell’ambiente, sono riusciti spontaneamente ad andare oltre la classica disposizione dell’aula scolastica, a de-strutturare l’ambiente, hanno supposto uno spazio libero da banchi, hanno inserito un ampio tappeto al centro della loro aula: “perchè il tappeto mi fa sentire a casa”; “mi fa sentire libero , sereno”; “a me piace l’idea del tappeto così noi ci mettiamo su e possiamo volare”.
Già, volare con il proprio pensiero per andare ed esplorare il mondo, il loro mondo ricco di fantasia e di forti domande, domande chiave che permettono di raggiungere maggiore consapevolezza del proprio essere nel mondo; un tappeto, dunque, che diventa luogo dove far “germogliare domande e desideri di conoscenza”.

Il cerchio, come setting di lavoro rappresenta il legame forte che si crea tra i suoi componenti, rappresenta il loro mondo, il loro essere nel mondo.
Il loro io individuale trova significato ed esistenza all’interno del cerchio, durante il tempo del cerchio i bambini scoprono di essere una comunità di ricerca, si sentono liberi di esporre il loro pensiero senza timore di fare errori, perché dentro il cerchio tutti si ascoltano e tutti dicono delle cose cui vale la pena ascoltare.
I bambini sono stati invitati a turno a leggere il racconto “Elfie” [5], in cui si narra la storia di una loro coetanea che ogni giorno affronta situazioni sempre nuove e diverse e che come loro si ferma a riflettere, a pensare sulle cose che vede, che sente, a porsi incessantemente delle domande, domande forse per alcuni banali, sciocche, comuni, ma che per lei rivestono grande importanza.
Aiutati dall’insegnante-facilitatore i bambini hanno imparato a conoscere Elfie e ad affrontare insieme a lei di volta in volta alcuni aspetti di vita quotidiana; si sono ritrovati a parlare e riflettere sul perché dei nomi, sul perché ci sono le buone maniere e su cosa sono, per arrivare infine all’importanza del pensare… Elfie è servita come pretesto per avviare la discussione, i bambini si sono posti delle domande si sono ascoltati, hanno portato testimonianze personali a supporto del loro pensiero. Attraverso il dialogo sono pervenuti alla delineazione di concetti più chiari, hanno trovato risposte alle loro domande quotidiane, insieme, condividendo, classificando concetti propri ed altrui, modificando opinioni personali e sociali, operando delle scelte.
Elfie alla fine del progetto era diventata la compagna del cuore di ogni bambino.