- Categoria: Esperienze a scuola
Appunti sulla funzione educativa dell'archeologia - Terza parte
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Il concetto di morte emotiva
I ragazzi che ho avuto modo di incontrare, hanno una cognizione della morte che è spesso fortemente condizionata dall’esperienza di vivere in quartieri e città che salgono agli onori di cronaca per reati di sangue: per loro il concetto di morte è quindi un dato oggettivo della loro vita, quandanche non una esperienza molto più vicina di quanto ci si aspetti. Ma il problema vero di alcuni di questi ragazzi è che l’idea di quella morte che essi conoscono, è divenuta una idea distorta che porta ad una forma di insensibilità nei confronti della stessa perché essi iniziano a sentirla come una cosa del tutto naturale nel loro ambiente.
Dover spiegare la necessità di indagare la morte fisica, e dei resti che l’archeologo manipola connessi alle ideologie, nel rispetto del defunto anche se morto da millenni, è stata la parte che forse meglio ha contribuito a distaccare gli studenti dalla finalità istintiva dello scavo: per essi la morte prossima cui accennavo, è dopotutto lontana da quella familiare che è del resto la sola con la quale emotivamente non vengono mai spinti a fare i conti.
Nell’affrontare uno dei temi cardini del lavoro archeologico non potevo esimermi dal dover spiegare la morte, la sua importanza e la sua legittimità nel processo vitale, e forse questa è stata la parte che maggiormente mi ha colpita nella esperienza che sono andata maturando con i ragazzi.
La morte emotiva, quella che si cela dalla non-esperienza di ogni essere, base della ricerca sociologica contemporanea, ed esperienza che pure ci tocca nella vita quando colpisce le persone care, non andrebbe rimossa, ma accompagnata nella maturazione.
Dunque il concetto di morte va reintegrato di diritto nel processo della vita; la morte va spiegata nei limiti della non-esperienza e del distacco doloroso, della crisi e dei riti di passaggio antichi e contemporanei.
La rimozione forzata che se ne fa quotidianamente, è fatalmente rimozione della memoria: le società antiche sono società della memoria, e per essa hanno strutturato strategie del ricordo e della commemorazione: instillare la consapevolezza della morte e dei resti fisici, nonché la preoccupazione per il viaggio che connota la mentalità antica ed in parte anche quella moderna, è un atto dovuto nei confronti di un corretto approccio non solo con il materiale archeologico, ma con il valore stesso della vita.
La responsabilità etica della professione archeologica, a questo punto va di pari passo con la capacità di codificare la realtà circostante e la necessità di educare alla morte e al ricordo: l’archeologia di fatto, si inserisce come scienza del Passato nel Presente.
Alcuni dei ragazzi del progetto, sottolineavano la delusione nel trovare uno scheletro di plastica in fondo alla sepoltura: a quel punto il problema è stato dover spiegare che la loro esperienza è a tutti gli effetti, una simulazione, ma non per questo meno importante.
Il vero, il verosimile e il reale, sono oggi categorie mentali da ripristinare, confuse da una cultura della velocità, della virtualità eccessiva e soprattutto dalla imperante tirannia televisiva.
Ne discende altrimenti, un piano confusionale nella realtà e l’incapacità di gestire le aspirazioni e le aspettative di vita: sono queste riflessioni che bisogna incominciarsi a porre nell’osservazione della realtà circostante.
L’emozione fissa la conoscenza, il ricordo la elabora e la conserva; come archeologi, fin quando continueremo a pensare agli antichi come ai grandi assenti nell’archeologia, da ricomporre in puzzle di materiali, anziché come a persone vive in contesti sociali da riportare nella nostra quotidianità in funzione educativa e soprattutto al servizio di una scienza della memoria, non riusciremo ad investire i soldi coi quali veniamo pagati, continuando a fallire la nostra missione lavorativa e sociale.
Il prossimo anno l’attività “ Una giornata con l’archeologo” probabilmente sarà ripetuta e ampliata ad altre realtà napoletane; ragionare meglio sulle domande, accogliere ed elaborare ancora spunti di riflessione, è il prossimo obbiettivo che mi prefiggo di raggiungere.
Le domande e le riflessioni che in questo scritto saltano alla mente e agli occhi, sono una fonte continua di crescita nell’ottica dell’ampliamento dell’arena culturale che ormai investe i saperi: la totale apertura alla contaminazione delle scienze, è per la professione archeologica, la sola fonte di rinnovamento auspicabile. Il superamento delle crisi sociali e la comprensione dei meccanismi cui una società perviene, sono frutto di una analisi della memoria prossima recente prima ancora che speculazioni astratte sul Passato.
Mi pare dunque che non possano sorgere dubbi sul potenziale di ricerca che la mia limitata esperienza da didatta ha posto in essere, e neppure sulle potenzialità che si evidenziano nell’incontro tra archeologia e discipline dell’educazione.
Note:
[1] Dedico idealmente l’articolo alla grande didatta, in occorrenza del centenario della fondazione della prima Casa del Bambino a Roma nel 1907.
[2] Bandinelli 1976.
[3] Mediterraneo Service, di Pasquale Cirillo; si ringrazia Francesco Panzetti per la collaborazione fattiva al progetto e la condivisione delle idee.
[4] http://www.lswn.it/node/781
[5] La figura di eye opener deriva dalla esperienza museale estera.
Autore: Rossana Di Poce, laureta con il massimo dei voti in Etruscologia ed Archeologia Italica (2005), dottoranda in ‘Archeologia Rapporti tra Oriente ed Occidente’ presso l’università di Napoli ‘L’Orientale’. Conduce ricerche sull’ideologia funeraria protostorica, ha all’attivo diverse campagne di scavo; attualmente conduce ricerche su l’Altavaltiberina. Collabora con il Cirsde di Torino (Centro Interdipartimentali Ricerche e Studi sulla Donna).
copyright © Educare.it - Anno VII, Numero 9, Agosto 2007

