- Categoria: Esperienze a scuola
Itinerari di senso in corsia. Un progetto in oncoematologia pediatrica - Lo staff Child Life
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Lo Staff Child Life
L'ambita istituzione di un' equipe di reparto efficace non solo dal punto di vista clinico, strettamente legato alle patologie oncoemataologiche, ma anche nella prospettiva psicopedagogica della mediazione famigliare e della cura emotiva dei piccoli pazienti, ritorna a destare inevitabile interesse.
A questo proposito l'idea americana dello Staff Child Life e della figura del/la Child Life Specialist (CLS) si rivela un importante motivo di riflessione.
Con la consapevolezza che ogni trasferimento di idee vada rielaborato in funzione della situazione contingente è sicuramente di rilievo che la compresenza in un'unica figura di opportune competenze di carattere evolutivo e medico-sanitarie accresca qualitativamente la relazione con il paziente e la sua famiglia.
Una figura che non solo eserciti personalmente un concreto supporto all'accoglienza e all'inserimento del bambino in un quotidiano doloroso ma anche coordini un approccio relazionale dallo stile comune ai differenti operatori di reparto può essere significativamente importante sia per il miglioramento delle routine che i piccoli si trovano costretti a sopportare sia per il rapporto comunicativo con medici e psicologi che avrebbero la possibilità di acquisire maggiori e differenti informazioni per meglio conoscere i vissuti dei loro pazienti.
Ma quali le competenze pratiche effettive del CLS?.
Le competenze si distribuiscono su tre aree di interveto (N. Biato, 2003).
Prima area: tutela del bambino e della sua famiglia:
- valutazione della situazione e relazione con il paziente e la famiglia;
- impegno a creare condizioni terapeutiche e di sicurezza confortevoli per la continuazione di una crescita normale;
- assistenza ai pazienti nell'affrontare la situazione di stress che li accompagna (ospedalizzazione, malattia, morte, perdite affettive);
- partecipazione attiva all'educazione del paziente e della sua famiglia intendendo per educazione essere per i genitori un aiuto nell'apprendere il nuovo contesto che ora appartiene a loro e ai loro figli.
Seconda area: didattica
- competenza divulgativa degli aspetti legati allo sviluppo socioaffettivo del bambino;
- supervisione degli studenti tirocinanti e dei volontari di reparto.
Terza area: amministrazione e programmazione
- Incremento delle programmazioni nel rispetto di confini e aspettative dell'organizzazione ospedaliera.
"Lo staff Child Life promuove efficacemente la collaborazione interdisciplinare seguendo alcuni principi di base: innanzitutto riconosce il ruolo delle altre figure professionali ammettendo i propri limiti ma incoraggiando gli sforzi atti a promuovere il miglioramento della situazione; sostiene lo scambio di informazione tra i diversi professionisti del settore mirando a non violare la privacy dei pazienti e delle loro famiglie" (Biato, 2003).
L'osservazione pluridisciplinare per una miglior comprensione del paziente, un lavoro d'equipe che si traduce in un programma educativo-terapeutico e l'impegno a fornire un'accurata e completa informazione diventano le missioni di uno staff a misura di bambino e di chi lo accompagna nel difficile viaggio della malattia.
Alcune riflessioni
Un ascolto solitario per quanto empatico e partecipativo non può che offrire la dimensione dell'incontro occasionale e i bambini non hanno bisogno di questo. Se routine apatiche e lontane dal mondo dei piccoli significano solo silenziose sofferenze, routine piacevoli e intensamente vissute possono colorare il quotidiano di storie e soprattutto di senso. Allora perché non provare a costruirle insieme a chi forse non ha molto tempo da vivere ma sicuramente molti tempi d'attesa e di paura?
Questa domanda dalla risposta in sospeso è stata la motivazione principale del progetto di lavoro che ho seguito in ospedale, un progetto forse troppo breve per lasciare traccia visibile ma che ha sicuramente lavorato valorizzando la dimensione psicopedagogica dell'ascolto relazionale per consentire ai bambini la libera espressione dei loro pensieri e, quando è stato possibile raggiungerli, dei loro sentimenti.
Il CLS è rimasta un'ambizione latente e averne ricondotto la riflessione in questo scritto ha significato evidenziare "la possibilità di trasformare la realtà ospedaliera, non negando la funzione positiva che ogni forma di animazione posa rappresentare un momento di svago di breve distacco da ogni tipo di atto medico, in un microcosmo in cui le procedure diagnostiche e terapeutiche diventino una parentesi cosciente di vita nella quale continuare ad essere individui attivi per il proprio percorso e nella quale incontrare magari buffi attori che oscillano tra sogno e realtà per non far perdere all'infanzia la creatività che la contraddistingue anche in un momento in cui la paura può davvero far paura" (Biato, 2003).
Per tutto questo sono necessari progetti che riconducano in ospedale, attraverso percorsi pensati insieme al soggetto di riferimento, elementi di contatto con la realtà esterna e costruiscano canali comunicativi rispettosi di una complementarietà di elementi: la patologia, la fase evolutiva, i vissuti famigliari, la comprensione delle reali necessità e delle forze del bambino.
Se da una parte è importante offrire ai piccoli pazienti e alle loro famiglie una disponibilità all'ascolto empatico priva di condizionamenti e preconcetti, dall'altra è fondamentale sostenere e stimolare le naturali difese che si possiedono per affrontare situazioni difficili.
Far appello alle naturali potenzialità di cui è facile perdere consapevolezza in situazioni di intenso disagio ripropone uno dei compiti morali della psicopedagogia che dovrebbe enfatizzare queste risorse potenziali di allontanamento della sofferenza "offrendo al bambino la possibilità di esprimere il suo essere liberamente ma garantendogli un solido aiuto nei momenti in cui le risorse di cui è dotato non sono più sufficienti" (Biato, 2003).
Non è compito facile, è un impegno che ha bisogno di tempo, luoghi e collaborazione d'equipe per trovare lo spazio e le condizioni materiali adeguate. Un impegno che trova in corsia risorse preziose e disponibili pronte a mettersi in gioco se solo si percepisce che ci si può ancora fidare di sé e di chi si presenta in reparto offrendo ascolto e professionalità.
Così il gioco diventa un atteggiamento ludico-simbolico per affrontare le cose reali, la fantasia un'opportunità per essere se stessi, la narrazione una modalità espressiva per raccontarsi e la dignità di essere altro, oltre la propria patologia, può ritrovare l'attenzione e il ruolo che dovrebbero sempre appartenerle.
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copyright © Educare.it - Anno V, Numero 4, Marzo 2005
Un progetto in oncoematologia pediatrica

