- Categoria: Genitorialità
Le regole, un abbraccio che continua - Amore = accondiscendenza?
Article Index
Amore = accondiscendenza?
La ragione che rende ancora più difficile una promozione efficace dell’insegnamento delle regole è una convinzione molto diffusa. Si fa l’equazione “amore, affetto uguale accondiscendenza”, per cui si reputa in netto contrasto il bisogno di tenerezza dei bambini con atteggiamenti fermi. Sembra che non si possa coniugare la saldezza educativa con il calore affettivo (Marcoli, 1999).
In realtà le due istanze non solo sono molto più vicine di quanto si pensi, ma addirittura si può legittimamente affermare che il calore amorevole nell’accudimento e la proposizione delle regole rientrino in un naturale continuum di coniugazione e di modalità veicolativa dell’affetto genitoriale.
Partiamo dall’idea di contenimento emersa dalle teorie psicodinamiche, e ampiamente riprese anche in ambito cognitivista. L’azione di contenimento, infatti, come compito educativo e di accudimento primario è uno dei punti di integrazione dei diversi approcci psicologici e pedagogici. Come pure la convinzione che il processo di crescita psicologica del bambino sia il risultato dell’attiva interazione di due menti: quella della madre e quella del bambino (Lorenzini, Sassaroli, 1995), considerato che, come gli studi neuroscientifici e neuropsicologici hanno attestato, il bambino non nasce come “tabula rasa” , totalmente “ignorante” (Jesper, 2003), ma è portatore di conoscenze sensoriali, percettive ed emotive minime che, comunque, entrano in gioco fin dalle primissime fasi dello sviluppo. Infatti non si insegna a “vedere” o a “udire”e neppure a leggere o sentire il linguaggio delle emozioni (tranne che nei bambini affetto da una delle sindromi dello spettro autistico) (Farci, 2005). L’interazione diadica madre-bambino (che via via si arricchisce di nuove e significative relazioni) permette di far evolvere tutte le aree di sviluppo del bambino (Stern, 1987).
Tuttavia senza l’azione di holding, di “presa”, di “tenuta” con le mani, le braccia, della madre “sufficientemente buona” (Winnicot, 1957; Blandino, Granirei, 1995), gli stimoli ambientali non troverebbe quel filtro che li modula, rendendo tollerabili e significanti le informazioni che provengono dall’ambiente. È la madre, o la figura di attaccamento, che decide e governa l’intensità e la quantità degli stimoli visivi regolando, a seconda dei momenti della giornata del neonato, l’intensità e la quantità della luce, l’intensità e la quantità degli stimoli uditivi, regolando i rumori ritenuti tollerabili, l’intensità e la quantità degli stimoli tattili, regolando come e quanto deve essere coperto il corpo, l’intensità e la quantità degli stimoli gustativi e olfattivi, regolando il calore e la consistenza dei cibi.
È la madre che, da subito, prende la responsabilità di decidere e che, in definitiva, detta le regole, proteggendo il bambino dall’“entropia” ambientale, bonificando e mettendo ordine nelle informazioni in entrata.
È attraverso queste azioni che la madre consente un attaccamento sicuro. È attraverso queste azioni regolative che la madre esplicita e veicola affetto. Queste azioni tanto semplici, da poter apparire banali, fondano non solo la relazione significativa con la madre, prototipo delle universali relazioni con gli altri e con il mondo, ma anche e soprattutto fondano il processo di costruzione della personalità, dell’identità personale.

