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I bambini e l'amicizia - Stabilità dell'amicizia
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STABILITÀ DELL'AMICIZIA
Studi recenti (Dunn, 1993) testimoniano che la nascita dell'amicizia è molto precoce. Al contrario di quanto si sosteneva in ricerche precedenti (Selman, 1981), nelle quali si concludeva che era improprio parlare di stabilità dell'amicizia prima dei 9-10 anni, già nella prima infanzia è possibile riscontrare la presenza di relazioni amicali relativamente stabili nel tempo fino a 2-3 anni.
Hartup (1984) sostiene che sebbene le relazioni tipo "migliore amico" tra i bambini di età prescolare siano relativamente stabili nell'arco di parecchie settimane, c'è un rapporto diretto tra l'età e la quantità di fluttuazioni presente in queste scelte. Horrocks e Thompson (1946) e Thompson e Horrocks (1947) in una ricerca nella quale sono stati usati grandi campioni di bambini in età scolare hanno riscontrato fluttuazioni più frequenti fra i ragazzi dagli 11 ai 15 anni che non tra quelli tra 16 e 18 anni. I ragazzi più giovani sceglievano lo stesso individuo come migliore amico circa il 50 per cento delle volte, quando il test sociometrico era somministrato con un intervallo di due settimane. I ragazzi più grandi invece sceglievano lo stesso amico tra il 60 e il 90 per cento delle volte. Hartup (1970) sostiene che tra le femmine le fluttuazioni sono meno frequenti che tra i maschi e questa differenza si riscontra sia tra le bambine più piccole che tra quelle più grandi.
Rizzo (1989) si è occupato dello studio dell'amicizia da una prospettiva socio-ecologica introducendo una metodologia che consiste nel registrare le conversazioni tra bambini nel contesto scolastico. L'età indagata dall'autore è quella di 6/7 anni corrispondente al primo grado della scuola elementare. Nel suo studio, a proposito della stabilità del legame amicale, Rizzo rileva che su 20 relazioni e durate almeno una settimana, solo 8 sono durate un mese e sono rimaste stabili nel tempo per diversi mesi. In riferimento alle cause che hanno portato al termine delle amicizie l'autore sostiene che tutte le amicizie che sono finite durante il corso del suo studio, sono terminate perché i bambini semplicemente hanno finito d'interagire. Rizzo sostiene di non essere riuscito a trovare niente nel loro rapporto che potesse predire il termine dell'amicizia ciò in accordo con le osservazioni simili fatte da Green (1933). Infatti anche gli scoppi emotivi d'ira non possono essere provati come predittori dell'esito negativo dell'amicizia.
Al contrario sono state proprio le dispute tra amici che hanno fatto elaborare all'autore una ipotesi sullo sviluppo dell'amicizia. Secondo le sue osservazioni ci sono due processi che operano: uno intrapersonale ed uno interpersonle. Nel processo intrapersonale i bambini sembrano paragonare le loro effettive interazioni con i loro amici con ciò che essi conoscono sull'amicizia. Cercano un equilibrio tra la loro concezione dell'amicizia e le loro interazioni; gli aggiustamenti necessari per raggiungere tale equilibrio non sono stati caratterizzati dai meccanismi piagetiani di assimilazione ed adattamento. La discrepanza tra la propria concezione dell'amicizia e le interazioni si trasforma in conflitto (dispute) passando dallo stato intrapersonale a quello interpersonale. Nel processo interpersonale le dispute hanno assolto a due funzioni; la prima è quella di consentire ai bambini l'opportunità di tirare fuori i termini del loro rapporto e gli ha consentito di capire meglio ciò che si potevano aspettare l'un l'altro; la seconda funzione svolta dalle dispute è stata quella di fornire una visione unica del loro ruolo come amico. A tale proposito Hartup (1988) conclude che il conflitto sembra portare a differenti modalità di interazione fra amici e non amici ciò che cambia non è tanto la quantità di conflitti ma le modalità di risoluzione degli stessi.
Bigelow e La Gaipa (1980) sostengono sulla base di questionari somministrati a bambini 9, 13 e 17 anni che le amicizie terminano a causa di esperienze spiacevoli per il soggetto; slealtà, carattere amorale e/o conflitti con il partner ma mentre nei soggetti di 9 anni si attribuisce più importanza a qualità come "essere carino" oppure "rispettoso dei sentimenti altrui" nei ragazzi più grandi assumono sempre più peso qualità come la lealtà o il mantenere la parola data. Secondo questi autori poi il termine dell'amicizia sarebbe segnato da una dichiarazione verbale.
Rubin (1980) sostiene che solo raramente le relazioni tra i bambini sono troncate da un singolo litigio ma la rottura avviene piuttosto a causa di un graduale estraniamento da parte di uno oppure di entrambi i bambini i quali si rendono sempre meglio conto che il loro rapporto non è più gratificante. Secondo l'autore le fluttuazioni delle relazioni amicali sono più frequenti nel periodo della fanciullezza e in quello dell'adolescenza a causa dei diversi ritmi di sviluppo. I cambiamenti fisici e psicologici, tipici di questa età, sono strettamente connessi con i cambiamenti nelle amicizie. Rubin conclude che la rottura di una amicizia rappresenta sempre un evento critico nella vita del bambino sebbene si possa considerare un aspetto normale e necessario nel processo di crescita.
Occorre a questo punto introdurre un secondo aspetto molto importante nelle relazioni tra bambini e quello dell'accettazione nel gruppo dei pari. Amicizia e status sociale sono due fenomeni, seppure collegati, concettualmente distinti. Bukowski e Hoza (1989) considerano i due fenomeni sostanzialmente diversi, il primo è un costrutto generale, e rappresenta l'immagine che il gruppo ha del soggetto, il secondo invece è un costrutto specifico, orientato sul soggetto e che rappresenta la specificità di una singola relazione.
In uno studio recente Howes(1990) ha esaminato lo status sociale e i modelli di amicizia all'interno di un gruppo di bambini della stessa età, dalla scuola materna alla terza classe elementare.
I bambini classificati come rifiutati alla scuola materna risultano avere uno status sociale piuttosto stabile; sebbene i bambini, a prescindere dalla classificazione ottenuta, avevano amici, la distribuzione differiva nella scuola materna rispetto alla terza classe elementare. I bambini della scuola materna classificati come popolari risultarono avere delle amicizie con i bambini classificati come rifiutati in misura notevolmente maggiore rispetto ai bambini della terza classe elementare. Comunque i bambini classificati come popolari risultarono, più di quelli classificati come rifiutati, mantenere amicizie stabili. I risultati di questo studio suggeriscono altresì che la popolarità tra pari, misurata con la nomina sociometrica e con la classificazione dello status sociale tende a rimanere relativamente stabile dalla scuola materna alla terza classe elementare. Queste conclusioni pur essendo interessanti, a detta stessa dell'autrice, sono ancora provvisorie dato il piccolo campione dei bambini esaminati. Comunque già una precedente ricerca (Coie e Dodge, 1983) evidenziava la relativa stabilità della classificazione di rifiutato nella media infanzia. Nello studio della Owes il trentasette per cento del campione preso in esame ha mantenuto la medesima classificazione dalla scuola materna alla terza classe elementare. Sempre nella stessa ricerca l'autrice sostiene che l'amicizia non è indipendente dallo status sociale. Sebbene i bambini di tutte le classificazioni di status formavano e mantenevano amicizie, per i medi e i popolari ciò era molto frequente. C'è stata una associazione più evidente tra status sociometrico e pattern di amicizia nei bambini più grandi. Nella scuola materna i bambini classificati come popolari e come rifiutati formavano amicizie con un'ampia gamma di bambini. Per i popolari era più probabile formare amicizie con i rifiutati ed anche questi formavano amicizie con i popolari e con altri di status sociale diversi. Nella terza classe elementare i bambini popolari non avevano amicizie con bambini rifiutati. Questi pattern stanno ad indicare un aumento con l'età della rigidità della struttura del gruppo.
Le amicizie stabili, secondo l'autrice, non sono indipendenti dallo status sociale. Per i bambini popolari era molto più probabile mantenere le amicizie rispetto ai bambini rifiutati e le amicizie "popolare - popolare" era ancora più probabile che fossero stabili.
CONCLUSIONI
Abbiamo appena esaminato alcuni tra i principali aspetti della relazione di amicizia tra coetanei. Come abbiamo visto essa rappresenta una dimensione molto pregnante per il soggetto come può testimoniare chi, genitore o insegnante vive a contatto quotidiano con il mondo infantile. Quante volte si assiste alla nascita, allo sviluppo ed infine alla rottura di un legame di amicizia tra bambini. Spesso tali dinamiche e l'impegno che il bambino vi investe vengono sottovalutati. Fortunatamente da qualche tempo la ricerca psicopedagogica italiana ed internazionale si sta interessando di tale fenomeno. Si tratta di un campo ancora non sufficientemente indagato ma sicuramente ricco di suggestioni anche in relazione alle potenzialità di stimolazione dello sviluppo cognitivo, affettivo e sociale del bambino.
Bibliografia
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- Selman R.L., The child as a friendship philosopher, in S.R. Asher e J.M. Gottman (a cura di), The development of friendship, Cambridge University Press, Cambridge, 1981
Autore: Enzo Magazzini è laureato in Pedagogia, si è perfezionato nella Funzione Direttiva e Ispettiva nelle scuole ed è attualmente Dirigente scolastico a Rosignano Marittimo (LI).
copyright © Educare.it - Anno III, Numero 2, Gennaio 2003

