Stop the genocide poster

Piccoli bulli - Seconda parte

Nel nord Europa i dati sul bullismo sono piuttosto allarmanti, ed è proprio la cultura di quelle zone ad incrementare il fenomeno, trattandosi di una cultura "più fortemente centrata sui codici paterni", che accentuano l’affermazione di sé, la conquista, la sfida, il perseguimento di obiettivi relativi all’autorità. Il che non aiuta certo a sviluppare ed utilizzare criteri d’azione legati alla flessibilità, alla mediazione e alla negoziazione.
In Italia funzionano di più gli interventi educativi di tipo relazionale perché la cultura italiana è più centrata sui codici materni, che sono – appunto – relazionali: per questo le strategie educative debbono tenere conto della necessità di sganciarsi da una visione del fenomeno bullismo in termini di ingiustizia/punizione, per approcciarlo, invece, attraverso una lettura relazionale del conflitto.
Il medesimo "evento bullistico" può essere letto secondo un codice centrato sulla giustizia (i termini usati sono persecuzione/pentimento/punizione/provvedimento disciplinare…) o secondo una lettura relazionale, ove si cerca di operare un’analisi dei bisogni del bullo, bisogni interni e profondi che spesso "stonano" se paragonati al suo comportamento visibile. Il bullo spesso urla e insulta ma in realtà vuole davvero essere ascoltato, il bullo sembra non aver bisogno di niente e di nessuno e poi si scopre che ha un profondo vissuto di solitudine, il bullo sembra invincibile e strafottente come se fosse padrone del mondo e poi, invece, si sente vulnerabile ed è preda dei propri stati interni che lo spingono malamente verso una progressiva stigmatizzazione da parte degli altri.
Il gruppo dei pari entro cui si trova il bullo è spesso viziato da deficit relazionali, sui quali il soggetto debole (futuro bullo) innesta le proprie dinamiche personali e questa collusione provoca tutta una serie di conseguenze spiacevoli e difficili da gestire.

Daniele Novara del "Centro Psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti" (www.cppp.it) ha ben chiarito come sia il gruppo a creare il bullo e come, quindi, sia il gruppo anche la fonte delle risorse necessarie alla risoluzione corretta del conflitto, che è un compito da assumersi con responsabilità.

In numerosi testi ed articoli, Novara illustra tecniche di restituzione maieutica basate sull’idea che il gruppo può farcela, se solo si attivano le sue risorse.
Tali tecniche sono la "peer mediation" (mediazione tra coetanei, proponibile a soggetti con più di 10 anni di età, ove gli alunni stessi divengono mediatori e i conflitti vengono simbolizzati), il "circle time" (chiamato anche consiglio di cooperazione, ove il gruppo dei pari – spesso della scuola elementare – esplicita e socializza i conflitti con l’aiuto dell’insegnate) e le "tecniche rituali" (la cosiddetta ritualità riconnettiva: il cestino della rabbia, il tavolo della pace...). L’utilizzo di queste strategie viene testato in un numero di scuole sempre crescente e i risultati meritano attenzione ed approfondimento, anche teorico.
Il bullismo non è un fenomeno che sfugge di mano per propria definizione e struttura: bisogna certo sapere come approcciarlo e bisogna anche cercare di accettare il fatto che i conflitti esistono e che sono occasione di confronto ed apprendimento. Cercare di eliminare il conflitto significa promuovere la violenza e gettare le basi per la nascita di nuovi bulli e di nuove vittime.



opyright © Educare.it - Anno IV, Numero 1, Dicembre 2003