- Categoria: Aggressività e bullismo
Piccoli bulli
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Il fenomeno del "bullismo", dicono le statistiche, è in preoccupante in aumento.
Secondo il norvegese Olweus, probabilmente il massimo esperto su questo tema presente nel panorama internazionale, "uno studente è oggetto di azioni di bullismo (bullying) quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da uno o più compagni" e precisa che "per parlare di bullismo è necessario che vi sia un’asimmetria nella relazione".
Il bullismo assume varie forme, può essere diretto (quando la "vittima" è attaccata apertamente) o indiretto (la "vittima" è isolata ed esclusa dal resto del gruppo, viene emarginata); può trattarsi di attacchi fisici, verbali o non verbali, che sono sempre e comunque diretti alla persona per umiliarla ed offenderla. I maschi sono maggiormente coinvolti in forme di bullismo diretto, sia come bulli sia come vittime (perché il ruolo non è fisso, soprattutto nella scuola elementare); le femmine sono invece maggiormente implicate in forme indirette.
Il bullismo va distinto dalla semplice prepotenza, perché la durata degli attacchi, il loro scopo, il contesto relazionale ed emotivo e le dinamiche sono differenti; non si vuole assolutamente indurre una percezione di sovrapponibilità tra i due fenomeni che sono ben distinti.
Trattandosi di un fenomeno relazionale (il bullo è tale non sempre-e-comunque, non a priori, ma solo in certi contesti), il bullismo si manifesta anche tra bambini, nel contesto scolastico elementare o anche prima, alla scuola materna. I dati evidenziano che nella scuola elementare il bullismo è diffuso e pervasivo ma regredisce all'aumentare dell’età; nella scuola media e nel biennio della scuola superiore riguarda una minoranza di individui.
Definire il bullismo come "fenomeno relazionale" significa attribuirgli carattere di reciprocità ed anche riconoscergli lo status di evento collettivo, che vede interessati non solo il bullo e la vittima, ma anche i "gregari" (bulli passivi che si accodano ai bulli leader), il sempre presente "peer group" (gruppo dei pari che assiste, come un pubblico, alla teatralità del bullo in azione), gli adulti educatori (presenti o assenti?) e i genitori. A livello più generale possiamo affermare che anche la comunità locale e la società sono coinvolti, grazie al loro potere di favorire e diffondere una cultura compatibile o non compatibile con il bullismo.
Il bullismo, prima che essere un’ingiustizia, è il frutto di un’incompetenza relazionale ed è carico di sofferenza, vera e profonda. Il conflitto che il bullo non riesce a gestire non ha a che fare con la violenza (che nega la relazione), ma con la fisiologia della relazione stessa, ove i punti di vista, i desideri, le aspettative, le percezioni... sono inevitabilmente differenti. Il bullo non riesce a tollerare questa discrepanza, non "sta" nel conflitto perché non sa come risolverlo e finisce per agire atteggiamenti e comportamenti in modo im-mediato. Il pensiero, in altre parole, non trova spazio per agire da filtro.
La fisionomia del giovane bullo si struttura, quindi, su un’incompetenza di base nelle relazioni, che lo definisce non come un cattivo e perfido aguzzino, bensì come un soggetto sprovvisto degli strumenti necessari alla gestione efficace e sana delle relazioni con i pari.
Il bullo attacca la persona (non si occupa di fatti/cose/problemi), reagisce brutalmente (non riflette, non ha capacità simboliche), vuole prevalere a tutti i costi (…anche se chi vince sta spesso peggio di chi perde… e il bullo sta davvero peggio!), non è in grado di riconoscere e gestire le proprie emozioni (il pensiero corre al lavoro di Gardner e ci si chiede: quale intelligenza emotiva ha il bullo?).
Il bullo non è necessariamente un "cattivo", è piuttosto un soggetto debole, che aggredisce nella vittima quel che non può tollerare di se stesso: la fragilità, la diversità, la lentezza, la vulnerabilità.
I fattori di rischio vertono da un lato sulla scarsa autonomia esperienziale del bullo, che spesso è un bambino poco abituato ad essere autonomo e sempre giustificato dai genitori (il bullismo non è un fenomeno da aree povere e degradate) e dall’altro lo stress narcisistico a cui i bambini (soprattutto certi bambini) vengono sottoposti dalla famiglia, che fa pressioni sul figlio affinché questi sia bravissimo; i "primi della classe" sono infatti soggetti a rischio per la manifestazione di comportamenti bullistici e rischiano un precoce "scollamento dalla realtà" a causa dell’esigenza (anche propria, ma molto indotta) di emergere a tutti i costi, di essere visti.
Nel nord Europa i dati sul bullismo sono piuttosto allarmanti, ed è proprio la cultura di quelle zone ad incrementare il fenomeno, trattandosi di una cultura "più fortemente centrata sui codici paterni", che accentuano l’affermazione di sé, la conquista, la sfida, il perseguimento di obiettivi relativi all’autorità. Il che non aiuta certo a sviluppare ed utilizzare criteri d’azione legati alla flessibilità, alla mediazione e alla negoziazione.
In Italia funzionano di più gli interventi educativi di tipo relazionale perché la cultura italiana è più centrata sui codici materni, che sono – appunto – relazionali: per questo le strategie educative debbono tenere conto della necessità di sganciarsi da una visione del fenomeno bullismo in termini di ingiustizia/punizione, per approcciarlo, invece, attraverso una lettura relazionale del conflitto.
Il medesimo "evento bullistico" può essere letto secondo un codice centrato sulla giustizia (i termini usati sono persecuzione/pentimento/punizione/provvedimento disciplinare…) o secondo una lettura relazionale, ove si cerca di operare un’analisi dei bisogni del bullo, bisogni interni e profondi che spesso "stonano" se paragonati al suo comportamento visibile. Il bullo spesso urla e insulta ma in realtà vuole davvero essere ascoltato, il bullo sembra non aver bisogno di niente e di nessuno e poi si scopre che ha un profondo vissuto di solitudine, il bullo sembra invincibile e strafottente come se fosse padrone del mondo e poi, invece, si sente vulnerabile ed è preda dei propri stati interni che lo spingono malamente verso una progressiva stigmatizzazione da parte degli altri.
Il gruppo dei pari entro cui si trova il bullo è spesso viziato da deficit relazionali, sui quali il soggetto debole (futuro bullo) innesta le proprie dinamiche personali e questa collusione provoca tutta una serie di conseguenze spiacevoli e difficili da gestire.
Daniele Novara del "Centro Psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti" (www.cppp.it) ha ben chiarito come sia il gruppo a creare il bullo e come, quindi, sia il gruppo anche la fonte delle risorse necessarie alla risoluzione corretta del conflitto, che è un compito da assumersi con responsabilità.
In numerosi testi ed articoli, Novara illustra tecniche di restituzione maieutica basate sull’idea che il gruppo può farcela, se solo si attivano le sue risorse.
Tali tecniche sono la "peer mediation" (mediazione tra coetanei, proponibile a soggetti con più di 10 anni di età, ove gli alunni stessi divengono mediatori e i conflitti vengono simbolizzati), il "circle time" (chiamato anche consiglio di cooperazione, ove il gruppo dei pari – spesso della scuola elementare – esplicita e socializza i conflitti con l’aiuto dell’insegnate) e le "tecniche rituali" (la cosiddetta ritualità riconnettiva: il cestino della rabbia, il tavolo della pace...). L’utilizzo di queste strategie viene testato in un numero di scuole sempre crescente e i risultati meritano attenzione ed approfondimento, anche teorico.
Il bullismo non è un fenomeno che sfugge di mano per propria definizione e struttura: bisogna certo sapere come approcciarlo e bisogna anche cercare di accettare il fatto che i conflitti esistono e che sono occasione di confronto ed apprendimento. Cercare di eliminare il conflitto significa promuovere la violenza e gettare le basi per la nascita di nuovi bulli e di nuove vittime.
opyright © Educare.it - Anno IV, Numero 1, Dicembre 2003

