- Categoria: Adolescenza e disagio giovanile
La normalità del disagio minorile nella società dei consumi - Le ricadute sui più giovani
Article Index
Le ricadute sui più giovani
Riassumiamo: negazione di ogni differimento della gratificazione, impossibilità di progettare, prevalenza dell’effimero, abolizione del confine tra bisogni primari e secondari, condizione di deprivazione relativa assoluta, normalità etica del consumo e sanzionamento dei comportamenti non di consumo, infantilizzazione del consumatore, mercificazione dell’esistenza, cinismo e retorica, perdita di riferimenti di valori condivisi.
Se queste sono le tendenze dominanti nella nostra società, come è possibile inquadrare il disagio e la devianza dei minori?
Il giovane è soprattutto definito dalla fase evolutiva che attraversa, dalla sua personalità in formazione, dal non aver ancora raggiunto solidi puntelli di riferimento. È, quindi, più soggetto di altri a condizionamenti e influenze.
Si può dire che oggi i giovani sono fin troppo normali anche quando appaiono trasgressivi o devianti, anzi proprio nelle loro manifestazioni più eclatanti di devianza.
Li accusiamo di materialismo, ma non è la società dei consumi a pretendere che loro, come gli adulti, consumino per sostenere la propria identità in formazione? L’identità di tutti oggi è affidata a merci di consumo. Lo è, a maggior ragione, quella dei giovani. La società dei consumi propone ai giovani un’identità pret-a-porter, fatta di beni e segni da acquistare. Chi non riesce ad adeguarsi si sente insufficiente, inadeguato. Ha bisogno di essere marchiato dal suo stilista preferito, da un seno rifatto, dallo zaino della star preferita. E se si uccide per un telefonino è davvero deviante? Una domanda del genere può apparire provocatoria, ma un telefonino non concorre a definire identità al passo con i tempi e, quindi, prescrittive?
Diciamo che non sanno differire la gratificazione, che sono infantili ben oltre i trent’anni, che confondono bisogni primari e secondari. Ma non è ciò che vuole la nostra società? È a tutti noto che il differimento dell’accesso al mondo adulto, fatto di responsabilità e impegni, è funzionale al mantenimento di un’identità adolescenziale permanente che si orienta verso consumi definiti e progettati dalle industrie di consumo. Del resto, l’adolescente è stato inventato dalla pubblicità.
Li descriviamo cinici, insensibili, precoci sessualmente e socialmente, scaltri. Ma il cinismo e la precocità non sono atteggiamenti sostenuti e reclamati dalla nostra società che ha bisogno che i giovani siano, sin da subito, in grado di riconoscere e differenziare tra merci? Che siano subito sensibili agli stimoli sessuali da cui le merci sono significate? Che siano insensibili all’eccedenza di stimoli e sappiano discriminare quelli più conformi alle loro esigenze?
Ci preoccupiamo perché sono anoressici, bulimici, depressi, iperattivi, infelici o troppo felici. Ma non sono queste condizioni normali in una società che propone modelli impossibili, mete irraggiungibili, insoddisfazioni perenni? Salvo poi curarli con psicofarmaci e sedute psicanalitiche sin dalla più tenera età, anche noi conformi all’imperante verbo farmaceutico.
In breve, non sarà, appunto, che i giovani sono solo troppo normali?
Il ruolo della famiglia
Secondo tutte le ricerche sociologiche, la famiglia è al primo posto tra le poche certezze dei giovani d'oggi. La famiglia è ricercata, valorizzata e rispettata, anche da chi vi si oppone.
La famiglia, in quanto nucleo sociale all'interno di una comunità più ampia, è naturalmente sensibile alle istanze provenienti dalla società dei consumi. In famiglia, il consumo ha una funzione pedagogica precisa: sopisce l'irrequietezza dei figli, è strumento di compensazione (sei stato promosso, ti compro il telefonino), di ricatto (non fai questo, non ti compro il motorino o non ti faccio partecipare a quella trasmissione televisiva), di surroga di carenze affettive. È entrato a pieno diritto tra gli strumenti di comunicazione intrafamiliare.
La famiglia, però, può anche mediare criticamente queste istanze, rifiutare di cedervi passivamente, abdicare alle logiche di mercato e farsi latrice di altre proposte valoriali, che non siano semplicemente il ritorno ai "bei tempi andati". La famiglia può promuovere atteggiamenti più consapevoli e meno corrivi; mostrare la ricchezza della complessità umana e sociale; scavalcare le pretese superficiali del consumo. Può soprattutto ascoltare i bisogni dei giovani e comunicare maggiori responsabilità, criticità, luoghi di confronto vero.
La famiglia, in altre parole, ha bisogno di recuperare, oggi più che mai, un ruolo stabile e significativo, angolare, miliare e restituire ai giovani quella fiducia che i giovani ripongono in essa, oggi che tutti gli altri punti di riferimento (lavoro, amicizia, sentimenti ecc.) sembrano venir meno.
Note:
- 1. cfr. Bauman Z. (2003), La Società sotto assedio. Roma-Bari, Laterza, p. 118
- 2. Bourdieu P. (1998), Contre-feux. Propos pour servir à la résistance contre l'invasion néo-liberale, Paris, pp. 97-99
- 3. Bauman Z. (2003), La Società sotto assedio. op. cit., pp. 211-212
- Inoltre: Prina F. (2003), Devianza e politiche di controllo. Roma, Carocci.
Autore: Romolo Giovanni Capuano è sociologo e svolge la sua attività da diversi anni nel campo delle politiche sociali in Campania. Attualmente collabora in quanto progettista sociale con i comuni di Maddaloni (CE) e Somma Vesuviana (NA) e come docente di un corso sull'abuso e il maltrattamento all'infanzia per il comune di Castellammare di Stabia (NA). Lavora inoltre come Esperto ex art. 80 presso la casa circondariale di Sala Consilina (SA). Ha pubblicato nel novembre 2003 il suo primo libro "Oracoli quotidiani. Cos'è e come funziona la profezia che si autoavvera" per la ESI di Napoli e scrive per una rivista locale che si chiama AScuoLa (del Provveditorato di Caserta e dell'ASL CE1) oltre a collaborare occasionalmente per altri periodici.
copyright © Educare.it - Anno IV, Numero 4, Marzo 2004

