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L'autismo e L'AERC: una proposta terapeutica

L’autismo è una sindrome neurobiologica diffusa che di solito compare entro i primi tre anni di vita, ha un’incidenza pari all’uno per mille della popolazione ed è equamente distribuita in ogni parte del mondo, con un rapporto di uno a quattro tra femmine e maschi.

Si registra appena l’1% delle guarigioni totali, il 15% di raggiungimento di autonomia e il 30% di miglioramenti parziali. L’ambiente familiare e quello scolastico possono contribuire, se positivi, ai miglioramenti della patologia, se negativi rappresentano una concausa di aggravamento del quadro generale. Ogni anno il costo dei servizi sanitari e scolastici destinati all’assistenza delle persone affette da questa sindrome si attesta nell’ordine di tre miliardi di dollari.
Fino a qualche tempo fa si pensava che il comportamento della madre fosse la causa di questa patologia, che interessa la compromissione contemporanea della comunicazione, dell’interazione sociale e dell’immaginazione. L’equivoco è nato perché, negli anni quaranta del XX secolo, Kanner visitò alcuni bambini che oltre ad essere caratterizzati da isolamento sociale avevano in comune delle madri fredde e distaccate. Ma egli stesso in seguito dovette ravvedersi per il fatto che i suoi convincimenti circa il rapporto di causa-effetto con l’ambiente circostante non potevano essere validi sin dalla nascita. 

Il termine autismo fu coniato dal neuropsichiatria infantile Leo Kanner nel 1943. I suoi studi rimangono validi ancor oggi e costituiscono un punto di riferimento per lo studio della sindrome. Da allora in poi si è creata molta confusione sia sui sintomi che sulle cause. La causa più accreditata sembra essere quella neurobiologica. L’autismo viene considerato dal DSM IV (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) un disturbo generalizzato dello sviluppo, con l’alterazione quantitativa dell’interazione sociale, qualitativa della comunicazione, degli interessi e delle attività ripetitivi. L’ICD 10 (classificazione internazionale delle sindromi) lo qualifica come disturbo qualitativo dell’interazione sociale, della comunicazione verbale e non verbale e con un ristretto repertorio di attività ed interessi.
Negli anni precedenti all’uso delle attuali definizioni, molteplici sono stati i termini che indicavano il disturbo, dalla demenza alla psicosi acuta irreversibile, dalla forma precoce di schizofrenia infantile ai disturbi a spettro autistico. Oggi si tende ad attribuire questa patologia ad una concausa di fattori con prevalenza del fattore organico.
L’autismo si presenta spesso associato a molteplici patologie quali, la rosolia congenita, la sclerosi tuberosa, la sindrome cromosomica dell’X fragile, la fenilchetonuria, mentre è associato meno alla sindrome di Down. Benché il 15% dei soggetti autistici presentino capacità mentali nella norma, la maggior parte di loro sono affetti da vari livelli di ritardo mentale, strettamente correlato con le anomalie elettroencefaliche. Varie alterazioni sono state riscontrate a livello del cervelletto, del sistema limbico e del sistema dopaminergico.
M. Zappella, sostiene, per i casi non neurologici, la stretta familiarità con i disturbi affettivi unipolari e bipolari per la presenza nello stesso bambino di momenti di agitazione e momenti di quiete. Egli sostiene la componente genetica e relazionale dei disturbi depressivi, in ragione della quale propone un approccio terapeutico che va sotto il nome di AERC, ossia attivazione emotiva e reciprocità corporea. Data la difficoltà nello stilare una diagnosi di autismo è necessario che la stessa scaturisca da un’équipe interdisciplinare; sono infatti necessarie valutazioni in molteplici aree del funzionamento mediante l’utilizzo di opportune scale di valutazione.




Diagnosticare l’autismo

La diagnosi di autismo è essenzialmente descrittiva poiché non esiste nessun esame strumentale correlato a questa patologia. È indispensabile il rispetto di criteri valutativi ed osservativi ben precisi per evitare confusioni con altre patologie, come il disturbo del linguaggio o il ritardo mentale, la sordità o i disturbi reattivi all’isolamento; sia la sindrome di Rett che la sindrome di Asperger possono essere confuse con l’autismo. La prima colpisce esclusivamente le bambine, comporta ritardo dello sviluppo con deambulazione difficoltosa e il caratteristico movimento delle mani come se venissero lavate. I bambini affetti dalla sindrome di Asperger presentano intelligenza normale ma una compromissione nella capacità di relazioni sociali e nel comprendere il pensiero degli altri.
L’autismo può assumere modi più o meno gravi e sfociare nell’auto ed eteroaggressività. La diagnosi precoce risulta difficile per la presenza di sintomi che possono essere confusi a forme personali di passaggio da uno stadio evolutivo all’altro. I bambini autistici alla nascita possono presentare comportamenti completamente diversi, possono dormire tanto o poco, non amano essere presi in braccio, oppongono resistenza al bagnetto, sono inattivi, non si rilassano in braccio ai genitori, non seguono oggetti in movimento. Solitamente vengono portati dallo specialista per l’assenza o il disturbo del linguaggio. In genere i bambini affetti da questa patologia non si girano se chiamati, presentano un disturbo globale della comunicazione, mancano di spontaneità, hanno uno scarso controllo della voce e presentano stereotipie comportamentali di vario tipo.

Non esiste una cura definitiva ma nel corso degli anni numerosi sono stati i trattamenti effettuati: farmacologici, nutrizionali, miranti alla modificazione del comportamento, psicoterapici ed educazionali. L’intervento farmacologico prevede l’uso di tranquillanti che spesso, a causa degli effetti collaterali, possono rivelarsi problematici.
Non esiste un approccio pedagogico migliore in senso assoluto per i casi di autistmo. La scelta del trattamento dipende dall’età del bambino e dalla qualità del disturbo. I metodi di trattamento possono essere distinti in due categorie: a riferimento strategico e strutturali. I primi hanno carattere relazionale e vengono usati per periodi brevi, gli altri sono riabilitativi e durano più a lungo, in molti casi per tutta la vita.