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L'aprassia nel disabile mentale giovane e adulto: alcune strategie di intervento educativo - Strategie di intervento

Le strategie di intervento educativo non si limitano ad azioni uniche e limitate nel tempo, ma sono costituite da mezzi programmatici e da metodologie individuate in relazione alle esigenze di ogni singolo soggetto e attuate in un arco di tempo sufficientemente ampio da garantire miglioramenti sensibili.

Innanzitutto è necessario verificare se le difficoltà aprassiche, dovute a interruzioni delle connessioni tra le aree corticali di decodifica percettiva e le aree motorie, si manifestano in seguito ad una ben precisa tipologia di richiesta esterna.
In questo caso è opportuno far ricorso ad altre modalità: se, ad esempio, la richiesta verbale mettesse in difficoltà l’allievo, sarebbe auspicabile presentare il compito anche in maniera visiva o tattile: visiva tramite la dimostrazione dell’educatore o l’impiego di immagini; tattile attraverso il contatto in esatta sequenza con gli oggetti da usare.
Le richieste verbali sono più efficaci se poste in maniera semplice, concisa, telegrafica e chiara; il rumore ambientale potrebbe creare confusione nella realizzazione delle azioni.

Gli aiuti gestuali e dimostrativi, la guida fisica, sono prestati in forma commisurata alla necessità e agiti in maniera meno intrusiva possibile.
Laddove il problema aprassico si presentasse costantemente nella medesima fase del compito, si presterebbe parecchio apportare aiuto a iniziare dalla fase immediatamente precedente.
Nel momento in cui l’allievo riesce a superare la difficoltà è opportuno far ricorso alla ripetizione in serie dell’azione al fine di trasformarla in atto automatizzato.
Appare logicamente deleterio considerare la difficoltà aprassica a guisa di errore.

I compiti che risultano complessi, composti da numerose azioni o difficoltosi, possono essere frazionati in modo che ogni singola frazione divenga un esercizio fattibile da concatenare, successivamente, alle altre in progressione anterograda (dall’inizio alla fine) o retrograda (dalla fine all’inizio del compito), a seconda di quale produca risultati migliori.

Per quanto riguarda l’apprendimento di nuove azioni è consigliabile partire da movimenti simili già posseduti dall’allievo (esperienza acquisita) e adattabili o trasformabili nel nuovo atto.

Un eccessivo stato ansioso e l’irrequietezza motoria potrebbero rappresentare un ulteriore aggravamento dell’aprassia, andando a compromettere la memoria di lavoro nella quale sono registrati i dati che riguardano l’esecuzione di azioni e funzioni motorie (cosa fare, come fare e in quale successione); in questo caso si possono utilizzare tecniche di rilassamento.

 


Autore: Carlo Salvitti, insegnante di Educazione Fisica, Educatore, dal 1991 opera nell’abilitazione di persone disabili mentali. Nel 2001 ha pubblicato La pratica dell’attività motoria con disabili mentali adolescenti e adulti per le Edizioni del Cerro.


copyright © Educare.it - Anno III, Numero 7, Giugno 2003