Stop the genocide poster

La disabilità intellettiva: dalla clinica alle strategie psicopedagogiche

disabilita intellettiveL’articolo ha lo scopo di esporre le peculiarità della disabilità intellettiva. Nello specifico, sono illustrati la concezione della disabilità intellettiva nel corso del tempo, il costrutto d’intelligenza, la disabilità intellettiva secondo la classificazione del DSM-5, la fenomenologia sintomatologica, il concetto di Quoziente Intellettivo, la comorbidità che accompagna tale tipo di disabilità, le cause che la determinano e i trattamenti psicopedagogici utilizzabili per essa.

 

Introduzione

Attualmente si assiste ad un incremento della frequenza dei soggetti diversamente abili nei contesti scolastici ed educativi. Questo fenomeno estremamente positivo e proficuo presenta, però, delle criticità. Nei contesti scolastici, ad esempio, molti insegnanti curricolari, che accolgono nelle loro sezioni o classi alunni disabili, non hanno una preparazione adeguata relativa alla disabilità. Per colmare questa lacuna, il Ministero dell’Istruzione ha emanato un decreto (D.M. n. 188 del 21/6/21) in cui si cerca di rimediare a questo deficit attraverso la frequentazione obbligatoria di corsi di formazione sulla disabilità di 25 ore per gli insegnanti curricolari nelle cui sezioni o classi sia inserito un alunno disabile. Talvolta accade, anche se è meno frequente, che questo si verifichi anche nei contesti educativi, laddove gli educatori che si occupano di minori non hanno un’adeguata conoscenza della disabilità infantile.

La disabilità intellettiva nel corso del tempo

La disabilità intellettiva è una patologia che si trova già dai primordi della storia dell’umanità. I primi studi su tale disturbo si devono al medico romano Galeno. Egli imputava questa malattia alla pesantezza del cervello. In sostanza, asseriva che la maggiore pesantezza del cervello, che si riscontrava in soggetti affetti da tale disturbo, lo faceva essere freddo ed umido, non in grado di funzionare correttamente e ciò determinava una condizione d’imbecillità, a cui non si poteva applicare nessun presidio terapeutico. Tale concezione della disabilità intellettiva è rimasta a lungo nella storia della medicina fino alla rivoluzione francese e all’avvento dell’ideologia illuminista. Si deve a due medici francesi, Itard e Seguin, la predisposizione di un protocollo terapeutico, basato sulla stimolazione sensoriale, che aveva come fruitori del trattamento i minori affetti da disabilità intellettiva. Nel corso dell’Ottocento e del Novecento molti passi in avanti sono stati fatti in questa direzione. In altri termini, sono stati messi a punto differenti protocolli terapeutici per la cura e la riabilitazione della disabilità intellettiva, che originano dai saperi medici, psicologici, pedagogici e riabilitativi, che via via si sono andati a concretizzare in ambito scientifico. In aggiunta, anche la nomenclatura con cui è stata indicata la disabilità intellettiva è cambiata nel corso dei due secoli. Infatti, all’inizio del Novecento i soggetti che presentavano una disabilità intellettiva erano suddivisi in sciocchi, imbecilli e idioti, termini che oggi sono usati essenzialmente nella loro significazione negativa e denigratoria. Attualmente si utilizza una doppia dizione, ovvero si adopera il costrutto di ritardo mentale, seguendo le indicazioni fornite dall’ICD-10, che è la Classificazione Internazionale delle Malattie proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, oppure quello di disabilità intellettiva, come proposto dal DSM-5, che è la classificazione delle malattie mentali, giunta alla quinta revisione, ad opera dell’Associazione degli Psichiatri Americani.
Da gennaio del 2022 dovrebbe andare in vigore l’ICD-11, in cui le due denominazioni si armonizzano, indicando così anche il ritardo mentale come disabilità intellettiva.

Il costrutto di intelligenza

Definire il costrutto di intelligenza è alquanto arduo e di difficoltosa enunciazione se si vuol utilizzare un lessico di uso comune senza ricorrere ai paradigmi linguistici delle scienze mediche, psicologiche e pedagogiche. Potremmo definire l’intelligenza un’abilità posseduta dall’uomo, che dà la competenza per poter risolvere in maniera agevole i problemi che si presentano nella quotidianità, di fare ragionamenti di ampio respiro su tematiche sia specifiche che generali. Chiaramente questa competenza non è presente in tutti i soggetti alla stessa maniera, ma i gradienti di espressione di questa abilità-competenza variano da persona a persona e fanno parte di quelle differenze individuali, che si riscontrano fra i diversi soggetti. L’intelligenza presenta varie morfologie, che, sintetizzando le varie suddivisioni fatte da molti Autori, si possono suddividere in tre forme, ossia l’intelligenza astratta, l’intelligenza pratica e l’intelligenza sociale. La prima rappresenta la capacità di fare ragionamenti ampi, di notevoli contenuti intellettuali, rapportabili ai saperi umanistici o scientifici, adoperando i simboli del codice linguistico. L’intelligenza pratica consente di risolvere in maniera agevole i problemi della quotidianità, anche servendosi di soluzioni creative. L’intelligenza sociale è quella che caratterizza le persone che hanno uno spiccato trasporto per l’alterità e questa peculiarità è quella che consente di capire meglio gli altri e i contesti sociali (amicali, lavorativi ecc.) che frequentano.

La disabilità intellettiva secondo il DSM-5

Secondo il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5) la disabilità intellettiva ha un quadro clinico caratterizzato da tre peculiarità:
• un quoziente intellettivo (QI) inferiore a 70, quantificato mediante i test standard attualmente in uso;
• una disfunzionalità nell’adattamento all’ambiente;
• una comparsa della patologia nell’età evolutiva, ovvero prima dei diciotto anni di età.
Riguardo al gradiente di manifestazione del deficit cognitivo, la disabilità intellettiva può essere classificata in:
• disabilità intellettiva lieve;
• disabilità intellettiva moderata;
• disabilità intellettiva grave;
• disabilità intellettiva estrema.
Nella disabilità lieve il Quoziente Intellettivo va 50-55 a 70. Nella scuola dell’infanzia non si riscontrano grandi variazioni rispetto agli altri bambini dallo sviluppo tipico. Le differenze si notano maggiormente negli altri ordini di scuola. Per esempio, nella scuola primaria gli apprendimenti scolastici appaiono più lenti, il bambino è impacciato rispetto ai coetanei nelle attività motorie e ha difficoltà nella relazionalità sociale con i coetanei che formano la sua classe.
Nella disabilità moderata il Quoziente Intellettivo va da 35-40 a 50-55 e si osservano da subito le differenze con i bambini dallo sviluppo tipico. Infatti, già nella scuola dell’infanzia il piccolo mostra delle criticità nell’ambito dell’apprendimento dei contenuti proposti dagli insegnanti e nell’ambito linguistico. Nella scuola primaria tali problematicità si evidenziano maggiormente, per cui il bambino può raggiungere la padronanza dell’intera sequenza apprenditiva (lettura, scrittura e calcolo) alla fine del periodo della scuola primaria. Nell’ambito della scuola secondaria, il minore affetto da disabilità intellettiva mostra un deficit nelle abilità sociali, che lo porta ad instaurare relazioni conflittuali con i coetanei.
Nella disabilità grave il Quoziente Intellettivo è compreso fra 20-25 e 35-40 e questo riverbera chiaramente sull’apprendimento delle abilità cognitive e linguistiche. Nei vari ordini di scuola che frequentano i soggetti affetti da questo quadro clinico apprendono la letto-scrittura delle parole connesse alle necessità quotidiane e le operazioni logico-matematiche più semplici (come, ad esempio, le addizioni). Presentano lacune nelle abilità sociali e per questo hanno un coinvolgimento marginale nelle interazioni sociali che avvengono nella classe. Possono essere presenti comportamenti autolesionisti.
La disabilità intellettiva estrema è caratterizzata da un Quoziente Intellettivo inferiore a 20-25. Il soggetto cognitivamente appare estremamente carente, mancando i processi concettuali simbolici, e spesso sono presenti deficit sensoriali e motori.
Accanto a questi quadri clinici, esiste una forma limite, definita borderline cognitivo, in cui il Quoziente Intellettivo è compreso fra 70 e 85. Questa condizione si trova in soggetti che provengono da ambienti socio-culturali non adeguati. Rispetto ai loro coetanei presentano una maggiore lentezza negli apprendimenti scolastici.

Fenomenologia sintomatologica della disabilità intellettiva, Quoziente Intellettivo e comorbidità

Volendo sintetizzare, nella disabilità intellettiva si presentano una serie di sintomi che possono manifestarsi in maniera più o meno grave a seconda del Quoziente Intellettivo. Si possono avere:
• mancanza di apprendimento cognitivo dall’esperienza;
• deficit nell’organizzazione e coordinazione motoria;
• deficit linguistici;
• difficoltà estrema nell’accedere a forme di pensiero astratto;
• disturbi della condotta;
• scarsa autoconsapevolezza;
• i processi apprenditivi nei contesti scolastici appaiono sempre più lenti e lacunosi rispetto ai coetanei dallo sviluppo tipico.
Quello che predomina nella disabilità intellettiva è il deficit delle funzioni esecutive. In altri termini, l’intelligenza dell’individuo rappresenta, come è stato illustrato, la capacità risolutiva delle criticità che si presentano nella quotidianità e nel corso della vita. Affinché questo possa accadere, il soggetto deve avere ben in mente il contenuto della criticità, quali condotte può adottare per risolverla e le eventuali conseguenze che le sue azioni possono avere. Perché tale processualità possa verificarsi, l’essere umano è dotato di un sistema di controllo che è dato dalle sue funzioni esecutive. A questo proposito l’intelligenza può essere intesa come il sapiente uso delle funzioni esecutive, ovvero di quelle abilità che consentono di porsi degli obiettivi, di pianificare le strategie comportamentali adeguate per raggiungerli ed eventualmente il cambiare le proprie condotte se dovessero rivelarsi infruttuose. Nella disabilità intellettiva si verifica una sindrome disesecutiva, ovvero i processi cognitivi menzionati appaiono inficiati, per cui il soggetto non è in grado di usare il suo apparato cognitivo in maniera strategica.
Si è citato più volte, a proposito della classificazione della disabilità intellettiva, il Quoziente Intellettivo, che è un numero che si ottiene dalla divisione fra età mentale del soggetto ed età cronologica dello stesso, moltiplicando il tutto per cento. L’età mentale del soggetto si stabilisce sottoponendo lo stesso ad alcuni test validati per fasce di età, quali, ad esempio, la scala Griffiths, la scala Bayley, la scala Leiter, le scale Wechsler, la scala Raven e la scala Vabs. L’età cronologica del soggetto è data dalla sua età. Alla luce di ciò, un soggetto normodotato, che è provvisto di abilità cognitive corrispondenti alla sua età anagrafica, ha un Quoziente Intellettivo pari a 100.
Nella disabilità cognitiva si osservano in comorbidità altri disturbi, quali disturbi affettivi, come i disturbi del controllo del tono dell’umore, con frequenti episodi di aggressività auto ed eterodiretta. Inoltre, possono essere presenti disturbi rapportabili allo spettro autistico, il disturbo da deficit di attenzione con iperattività, disturbi dello spettro psicotico, disturbi ansiosi e disturbi dello spettro ossessivo - compulsivo. In aggiunta, si possono evidenziare disturbi del comportamento alimentare e disturbi del sonno.

Le cause della disabilità intellettiva

Le cause che determinano la disabilità intellettiva possono essere ascritte al polo genetico-innato e a quello acquisito. Le alterazioni genetiche, che sono le più frequenti, possono riguardare i singoli geni che compongono i cromosomi, i singoli cromosomi e l’intero numero dei cromosomi.
Relativamente alle alterazioni dei singoli geni, la disabilità intellettiva si presenta nel corso, ad esempio, della fenilchetonuria e della galattosemia, malattie dovute ad alterazioni che colpiscono singoli geni, situati sui cromosomi 1, 12 e 17 , che intervengono nel metabolismo degli zuccheri.
La disabilità intellettiva si presenta nel corso di alterazioni che possono riguardare i singoli cromosomi, come ad esempio la sindrome di Wolf (alterazione del cromosoma 4), la sindrome cri-du-chat (alterazione del cromosoma 5), la sindrome di Cornelia de Lange (alterazione del cromosoma 5), la sindrome di Williams (alterazione del cromosoma 7), la sindrome di Angelman (alterazione del cromosoma 15), la sindrome di Prader - Willi (alterazione del cromosoma 15) e la sindrome dell’X fragile (alterazione del cromosoma X).
Le alterazioni possono riguardare l’intero numero dei cromosomi, come avviene nelle trisomie cromosomiche, che si verificano nel corso della sindrome di Down (trisomia del cromosoma 21), di Edwards (trisomia del cromosoma 18), di Patau (trisomia del cromosoma 13) e di Klinefelter (trisomia del cromosoma X).
Le cause acquisite possono essere suddivise in fattori prenatali, perinatali e postnatali. Fra i fattori prenatali sono da annoverare le infezioni del gruppo TORCH (toxoplasmosi, rosolia, infezioni da cytomegalovirus e da herpes virus) prese dalla madre nel primo trimestre di gravidanza. Anche la nascita pretermine può elicitare una condizione di disabilità intellettiva. Fra le cause perinatali, si possono menzionare una serie di manovre che avvengono in sala parto e che possono determinare una sofferenza del bambino appena nato. Fra le cause postnatali sono da citare le malattie infettive che colpiscono il sistema nervoso, le malattie oncologiche, localizzate nel sistema nervoso centrale, e gli eventuali traumi cranici.

Gli interventi psicopedagogici per soggetti con disabilità intellettiva

L’obiettivo comune degli interventi psicopedagogici si pongono è di incrementare gli apprendimenti scolastici e l’adattamento del soggetto alla realtà che vive. Relativamente all’adattamento, si persegue l’acquisizione sia delle autonomie personali che delle autonomie sociali. Nell’ambito delle autonomie personali, si deve aiutare il disabile ad acquisire la capacità, laddove possibile, di provvedere alla propria igiene personale, all’autonomia nel vestirsi e svestirsi e nella propria alimentazione. Riguardo alle autonomie sociali, si devono raggiungere i seguenti obiettivi: il rispetto delle regole sociali vigenti nei contesti sociali frequentati e il saper adoperare gli strumenti dell’autonomia sociale, quali il denaro e, laddove le condizioni cliniche lo consentano, i servizi pubblici.
Gli interventi strettamente apprenditivi scolastici devono essere necessariamente calibrati sulle potenzialità del soggetto per suscitare il suo interesse e devono tener conto dei limiti cognitivi e comportamentali che egli presenta per evitare che la sua esperienza scolastica divenga fonte di frustrazione e di disagio. L’obiettivo prioritario dell’insegnante - educatore deve essere quello di creare nel minore un senso di benessere psicofisico. Il bambino affetto da disabilità intellettiva presenta scarsa autonomia nell’ambito dell’apprendimento e tende ad essere ripetitivo, volendo svolgere spesso compiti già fatti.
L’intervento psicopedagogico deve porsi le seguenti finalità:
• implementare le sue conoscenze, strutturando un ambiente di apprendimento che sia a sua misura;
• incentivare l’acquisizione del saper fare (competenze);
• incrementare il processo di transfert, ovvero far transitare le competenze acquisite da un contesto ad un altro;
• suscitare la motivazione ad apprendere.
In altre parole, l’intervento psicopedagogico deve lavorare su due fronti: da un lato è opportuno che si concentri sugli aspetti strutturali del soggetto per incrementare l’acquisizione di contenuti sempre più evoluti in ambito cognitivo, linguistico e motorio, e dall’altro lato deve lavorare sugli aspetti ecologico - ambientali, rendendo il contesto apprenditivo stimolante, vario, in modo che possa elicitare la curiosità, il desiderio della scoperta e della sperimentazione del minore.
Altro archetipo fondante dell’intervento psicopedagogico deve essere quello di sviluppare l’aspetto metacognitivo dell’apprendimento. In sostanza, il disabile deve essere aiutato a riflettere sulle modalità che utilizza per ragionare, per apprendere e per pianificare i suoi comportamenti con la finalità di implementare le sue capacità cognitive, sempre che le sue condizioni cliniche lo consentano.
In aggiunta, ogni sessione di apprendimento deve prevedere degli obiettivi minimi da raggiungere, partendo dalle esperienze personali, dai dati concreti e dai vissuti legati alla quotidianità. È bene ricercare un raccordo con le attività che sono fatte nella sezione o nella classe in modo da implementare i processi inclusivi. In altri termini, è necessario che il bambino sviluppi le stesse tematiche della classe, ma a sua misura, ovvero calibrate sulle sue potenzialità, ma anche sui suoi limiti. Nell’ambito del contesto scolastico, inoltre, non devono essere trascurate le attività motorie e ludiche. Le prime consentono al bambino di migliorare il rapporto con il suo corpo, mentre le seconde permettono di appropriarsi delle regole ludiche, che incrementano le abilità sociali.

Conclusioni

In conclusione, la disabilità intellettiva rappresenta, insieme ai disturbi dello spettro autistico e ai disturbi da deficit di attenzione con iperattività, uno dei quadri clinici maggiormente presenti nei contesti scolatici ed educativi. Gli insegnati curricolari e gli educatori devono avere una visione d’insieme di tale patologia, in modo tale che il loro intervento divenga un fattore che eliciti il benessere psicofisico del minore con questa tipologia di disabilità, piuttosto che il suo disagio.


Riferimenti bibliografici

  • Amendolagine, V. (2019). Manuale di psichiatria dell’età evolutiva per educatori. Lecce: Libellula Edizioni Universitarie.
  • Amendolagine, V. (2020). Compendio di neuropsichiatria infantile per educatori. Lecce: Libellula Edizioni Universitarie.
  • Amendolagine, V. (2021). Manuale di Psicologia Clinica, Psichiatria Clinica e Psicoterapia. Lecce: Libellula Edizioni Universitarie.
  • American Psychiatric Association (APA) (2014). DSM - 5 (trad. it.). Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Guidetti, V. (a cura) (2016). Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. Bologna: Il Mulino.
  • Militerni, R. (2015). Neuropsichiatria infantile. Napoli: Idelson - Gnocchi.

 copyright © Educare.it - Anno XXI, N. 10, Ottobre 2021