- Categoria: Racconti
- Scritto da Barbara Lanza
Gocce di memoria
Quella mattina per Gutta non era come tutte le altre.Fare colazione, sistemare tutto nella borsa, correre di corsa a scuola: gesti ordinari, ripetuti ormai da tanti e tanti anni, che però quel giorno avrebbe compiuto per l’ultima volta.
Era giunta ormai al capitolo finale del suo insegnamento e, dal giorno successivo, sarebbe ufficialmente entrata nel club delle “gocce in pensione”.
Per salutare i suoi alunni, aveva deciso di organizzare una lezione sull’importanza della memoria, fedelmente custodita dalle gocce più anziane.
E quale modo migliore, per parlare della memoria, se non raccontare di se stessi, della propria storia?
Già da circa un mese, Gutta aveva raccolto materiale vario: vecchie fotografie e filmati, in bianco e nero; antichi ritagli di giornale; lettere d’amore scambiate durante i periodi bui della guerra.
Aveva organizzato un video-documentario, in cui si alternavano filmati e immagini, che lei stessa avrebbe commentato.
Il punto di partenza del video era una domanda:
“Sono dolce o salata? La risposta indicherà come sono venuta al mondo”.
Infatti le gocce, a differenza di altri esseri viventi, potevano venire al mondo in maniere diverse.
Si poteva nascere dal ventre di una nube, dopo un certo periodo di gestazione durante la quale la nuvola si era caricata di un discreto numero di gocce, in genere variabile in base alle stagioni. Il periodo di nascita dalle nubi era massimo in autunno e inverno, mentre diminuiva molto in estate. Di solito, chi nasceva dalle nubi, era una goccia salata e la sua vita dipendeva molto dal luogo in cui sarebbe precipitata, una volta venuta al mondo. Le più fortunate giungevano sul mare e qui trovavano molte gocce della loro stessa specie, con le loro stesse abitudini ed esigenze. C’era chi, invece, si ritrovava nei fiumi o nei laghi, in mezzo a gocce prevalentemente dolci, con le quali non era sempre facile andare d’accordo, date le evidenti differenze, che scatenavano spesso delle diffidenze iniziali. C’era chi finiva su monti, campi o strade, e doveva faticare molto prima di raggiungere le altre gocce radunate nelle falde sotterranee. E, salvo casi eccezionali, le gocce del sottosuolo trascorrevano gran parte della loro vita lontano dalla luce diretta.
Alcune gocce, invece, nascevano dai ventri freddi di alti ghiacciai, principalmente in primavera ed estate, quando i caldi raggi del sole discioglievano le loro parti più esterne. Si trattava prevalentemente di gocce dolci.
Infine erano salate tutte quelle gocce nate dal mare, in qualunque periodo dell’anno. Per nascere dal mare bastava solo che la Luna si avvicinasse un po’ più alla Terra e questo accadeva, ormai da millenni, almeno una volta al mese: era a quel punto che il mare si gonfiava e, dal suo ventre, nascevano tante nuove gocce.
Gran parte delle gocce esistenti al mondo era salata, e viveva disseminata nei numerosi mari, negli oceani e, persino, in alcuni laghi salati.
Gutta era una goccia salata e viveva in mare. Ma, non era nata dal mare.
La sua era stata una nascita insolita, avvenuta in circostanze assai singolari. Ecco perché aveva ritenuto importante concludere il suo insegnamento parlando della sua storia, che si intrecciava, in maniera straordinaria, con la storia di altri esseri viventi.
Quando Gutta giunse a scuola, radunò i suoi allievi nell’aula magna, dov’erano presenti anche le altre classi. Quella lezione era davvero importante e tutti erano stati invitati a prendervi parte.
Dopo che si furono accomodati, Gutta, che intanto aveva dispensato saluti e ringraziamenti iniziali, fece finalmente partire il suo filmato.
Sulla battigia di una spiaggia si vedevano due bambini correre e ogni tanto fermarsi, per lanciare dei sassi in acqua. Doveva essere estate, perché entrambi erano in costume da bagno e, intorno, c’era altra gente seduta al sole, e qualcuno nuotava nelle calme e cristalline acque del mare.
Gutta spiegò ai presenti che quei due bambini si chiamavano Angela e Giovanni e vivevano su un’isola vulcanica baciata dal vento: Lipari.
Il filmato proseguiva con le avventure dei due bambini che, divenuti adolescenti, scorrazzavano lungo l’isola, ora raccogliendo capperi, ora scavando a mani nude nelle cave di pomice.
Il tempo passava, e Angela e Giovanni erano sempre insieme.
Negli anni, la loro amicizia si era trasformata in un amore intenso, ed entrambi sognavano di sposarsi, non appena Giovanni avesse terminato il servizio di leva obbligatorio.
Ma era il 1914, e correvano tempi duri.
I due giovani non sapevano ancora che, di lì a poco, anche l’Italia avrebbe preso parte alla Grande Guerra, quel mostro che avrebbe inghiottito voracemente giovani vite, insieme ai loro sogni acerbi.
Giovanni scriveva ogni giorno una lettera alla sua amata Angela, che conservava e riusciva a spedire solo una volta alla settimana. Le sue lettere profumavano di amore e desiderio di stare ancora insieme.
Però, con il passare del tempo, il tono delle parole di Giovanni iniziò a farsi sempre più cupo e angoscioso. Nelle sue lettere parlava di un conflitto. Un conflitto a cui alcuni cittadini d’Italia volevano prendere parte a tutti i costi, perché era importante che la “Nazione si riappropriasse di alcuni suoi territori”.
Ma a Giovanni quei discorsi patriottici non interessavano molto, né Angela ci capiva granché di tutti quei termini nuovi che lui aveva iniziato ad usare.
Una cosa sola era certa per Giovanni: il forte richiamo della sua isola, in cui si trovava tutta la sua vita.
Ma gli eventi presto precipitarono e, durante la primavera del 1915, l’Italia prendeva parte alla guerra.
Giovanni fu mandato a combattere lungo le pietrose trincee del Carso.
Angela correva ogni giorno al porto, in attesa che il postino le consegnasse qualche lettera dal fronte. Nei primi mesi, le riceveva con una certa regolarità, e Giovanni la rassicurava sempre con parole dolci e cariche di speranza.
Con il tempo, le lettere iniziarono a farsi più rade e, quelle poche ricevute, erano cariche di paura, di orrore e di morte. Erano lettere bagnate di sudore, sporche di terra e intrise di dolore.
Ad Angela sembrava di sentire tutta quella sofferenza addosso.
Piangeva i corpi martoriati dei compagni di Giovanni, caduti sotto i colpi delle mitragliatrici austriache, e ringraziava il Cielo che la stessa sorte non fosse toccata a lui.
Passarono alcune settimane senza ricevere notizie.
Tutti sull’isola si rassicuravano a vicenda, ipotizzando che le lettere spesso venissero smarrite oppure bloccate, prima di essere caricate sulle navi.
Ma Angela sentiva una strana morsa al petto, che la notte le impediva di dormire.
Così aveva preso l’abitudine di uscire tutte le sere e correre in spiaggia, per cercare rifugio nella luce tremante della luna, che ogni notte si affacciava per specchiarsi in quelle acque.
Ancora dormiva, quando sentì bussare forte alla porta.
Era arrivata una lettera per lei, dal fronte.
Ma il mittente non era Giovanni, bensì un certo Comandante di Reggimento, che la informava, “con un enorme sofferenza nel cuore, che il giovane valoroso soldato Giovanni era caduto, eroicamente, in faccia al nemico, compiendo fino alla fine il suo dovere di Italiano”.
La lettera proseguiva con altre frasi che esaltavano l’eroico coraggio mostrato in altre battaglie cui il “giovane valoroso” aveva preso parte.
Ma gli occhi di Angela erano paralizzati su una sola parola: caduto.
Il suo Giovanni, che le aveva promesso che l’avrebbe sposata, era “caduto”. Non c’era più. Non ci sarebbe stato più per lei. Di lui le restavano le lettere e i ricordi, nascosti in fondo al cuore.
Come accade spesso su un’isola, la notizia era già corsa da un capo all’altro, e tanta gente accorreva per consolare l’inconsolabile Angela.
Lei aveva bisogno di rimanere sola, e correre.
Scappò via dalle braccia che tentavano di calmarla, e corse giù lungo quella spiaggia dove, da bambina, aveva iniziato a custodire il suo amore per Giovanni.
Aveva bisogno di nuotare, di sentire l’abbraccio di quel mare amico che l’aveva vista crescere e che l’aveva fatta sognare tante e tante volte.
Solo quando fu in acqua, alcune lacrime iniziarono a rigarle il viso.
Una goccia, appesantita dall’enorme peso del dolore, cadde in mare, precipitando sul fondale di quelle splendide acque del Tirreno.
A quel punto Gutta riprese la parola:
“Una nuova vita era nata dall’amore. Da quell’amore che resiste anche alla morte e che, a volte, fa nascere delle gocce, dal profondo del cuore. Gocce salate perché gocce di dolore. Che, piante in mezzo alle acque, si mescolano alle altre gocce salate del mare. Ma la loro vera essenza è diversa, in virtù del cuore trafitto che le ha originate. La missione di queste gocce è quindi quella di NON DIMENTICARE MAI da dove sono venute. Esse dovranno sempre ricordare, a se stesse e al mondo, quanto amore ma anche quanto dolore si nasconde dietro la loro esistenza.”
Con questo messaggio Gutta, che stava entrando nel club delle “gocce in pensione”, salutava quelle giovani e speranzose gocce che altre, dopo di lei, avrebbero continuato ad accompagnare lungo lo straordinario viaggio della vita.
copyright © Educare.it - Anno XXI, N. 2, Febbraio 2021

