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La superficie dell’encefalo è sede di potenziali bioelettrici spontanei che si modificano a seconda dello stato di riposo o di attività del soggetto. I potenziali di superficie sono, principalmente, il risultato dell’attività dei neuroni corticali piramidali disposti in corrispondenza dell’area corticale sottostante l’elettrodo, durante analisi EEG. Una parte della letteratura sostiene che alcuni sintomi dell’autismo potrebbero derivare da un’alterata connettività cerebrale. Studi di Neuroimaging su individui affetti da autismo hanno messo in evidenza la presenza di profili di “sincronizzazione” cerebrale che differiscono da quelli presenti nei gruppi di controllo. L’ADHD non è fra i disturbi dello spettro autistico, ma ha alcuni degli stessi sintomi. Infatti, a differenza della versione precedente del manuale diagnostico DSM IV, la versione più recente (DSM-5) consente invece di diagnosticare entrambi in una persona.
Una caratteristica comune di molti stati psicopatologici, come le sindromi ansiose, le sindromi depressive, le sindromi psicotiche croniche, le dipendenze patologiche, è l’associazione con un deterioramento delle funzioni cognitive, che ha un’importanza notevole sia sull’insorgere della malattia che sul mantenimento della sintomatologia clinica. A sostenerlo è una ricerca belga (Libera Università di Bruxelles e Università Cattolica di Lovanio). Le funzioni cognitive possono essere intese come procedure che permettono all’individuo di elaborare le informazioni che provengono dal suo contesto di vita, di decodificarle e di ritenerle con la finalità di produrre dei comportamenti sintonici con queste informazioni ambientali. Esse sono sotto il controllo di diverse aree cerebrali.
La maggior parte delle persone, indipendentemente dal loro peso, sono in grado di controllare l’assunzione di cibi grassi ad alto contenuto calorico. Tuttavia, nonostante le migliori intenzioni, quando arriva il momento di prendere una decisione, la vista del cioccolato o di un ottimo dolce diventa troppo eccitante e l’autocontrollo viene meno. Questo comportamento è piuttosto normale in quanto la fame aumenta l’intensità della ricerca di ricompense alimentari. Tuttavia, le persone affette da Anoressia Nervosa, nonostante la fame, sono in grado di ignorare le ricompense connesse con il cibo.
Entrare virtualmente nei panni di un’altra persona può, mutare gli stereotipi e le nostre convinzioni. È il risultato di uno studio, pubblicato sul Cell Press journal Trends in Cognitive Sciences, nel quale i ricercatori hanno utilizzato la tecnologia del bodyswapping.
Grazie ad una specie di videogioco i partecipanti hanno potuto, infatti, abitare il corpo di una persona di colore. Sperimentando la sensazione di vivere “dentro” qualcun altro, chi è stato sottoposto all’esperimento ha dimostrato di avere meno pregiudizi nei confronti delle persone di origine diversa.
È possibile che il cervello si adatti a comportamenti via via più scorretti? Secondo una ricerca effettuata al Dipartimento di psicologia sperimentale dello University College of London (UCL) e ora pubblicata su Nature Neuroscience, le persone che agiscono in maniera disonesta una volta potrebbero più facilmente prendere decisioni disoneste in futuro, a causa di un meccanismo cerebrale che riduce nel tempo la sensazione di comportarsi ingiustamente.
E’ stato recentemente sviluppato un modello computazionale in merito alle modalità con cui una scelta altruistica è compiuta a livello cerebrale, il quale sarebbe in grado di predire i casi in cui una persona si comporterà generosamente in una situazione che richiede il sacrificio di denaro. Il lavoro, condotto dai ricercatori dell’Istituto di Tecnologia della California e pubblicato sulla rivista Neuron, aiuta a comprendere perché a volte essere generosi risulta così difficile.
I videogiochi d’azione possono, alla lunga danneggiare il cervello. In uno studio dell’Università di Montréal è stato chiesto a un vasto campione di volontari di giocare per circa 90 ore, suddivise in diverse sedute, con game più o meno violenti. I risultati delle loro risonanze magnetiche sono stati poi confrontati con quelli di un gruppo di persone che non hanno giocato.
Come funziona negli esseri umani il “senso del numero”, la capacità di fare stime rapide della quantità di oggetti in un ambiente e di pianificare e svolgere sequenze di azioni? Un passo avanti nella conoscenza del tema è fornito dalla ricerca pubblicata recentemente sulla rivista eLife da un gruppo di ricercatori del dipartimento Neurofarba dell’Ateneo fiorentino, in collaborazione con l’IRCCS Fondazione Stella Maris, il CNR di Pisa e la University of Western Australia di Perth.
Una delle teorie più accreditate sul fenomeno della coscienza è la Integrated Information Theory che, partendo dalle proprietà fenomenologiche dell’esperienza, ha postulato le caratteristiche richieste da un substrato fisico perché questa si manifesti. Per Giulio Tononi, che ha proposto questa teoria, due sono le componenti necessarie: il livello di informazione e quello di integrazione (Massimini & Tononi, 2018). Il matematico Claude Shannon ha definito l’informazione come una riduzione dell’incertezza, dipendente dal repertorio di stati alternativi a quello in esame. Ad esempio, se una moneta cade su un lato avrebbe avuto solo un’altra possibilità, atterrare sull’altro, un dado che cade mostrano una delle sue facce ne avrà invece altre cinque, la mente umana molte di più.
Un team di neuroscienziati americani è riuscito a invertire le associazioni emotive legate ai ricordi. In pratica, quelli brutti sono stati trasformati in piacevoli. L’eccezionale ricerca, condotta sugli animali e descritta su Nature dagli scienziati del Mit, «fotografa» il circuito cerebrale che controlla come i ricordi si legano a emozioni positive o negative.
Perché in alcune situazioni ci sembra che il tempo scorra molto velocemente e in altre occasioni ci sembra al contrario che non passi mai, che sia eterno, e ci accorgiamo di guardare con impazienza l’orologio sperando che sia passato almeno una buona mezz’ora dall’ultima volta che l’abbiamo fatto, cioè cinque minuti prima?
Accade altresì molto spesso che le situazioni in cui il tempo “vola” e quelle che consideriamo “infinite” siano definite piacevoli per la prima condizione e noiose per la seconda, tanto da chiedersi se esista una relazione tra spazio e tempo e come questa si concretizzi a livello neurale nella memoria autobiografica.
“Le interfacce cervello-computer (BCI) stanno diventando sempre più popolari come strumento per migliorare la qualità della vita dei pazienti con disabilità”, quelli che sono incapaci di comunicare. Lo afferma Adrian Owen, neuroscienziato e professore di Neuroscienze cognitive e imaging presso l’Università dell’Ontario Occidentale, in Canada. Owen e il suo team di ricerca stanno usando interfacce cervello-computer con tecnologia avanzata. In uno studio recentemente pubblicato su Frontiers in Neuroscience ha divulgato i risultati delle sue ricerche.
Una ricerca svolta da Turel della California State University e da Bechara della University of Southern California, pubblicata dalla Rivista Scientifica “Frontiers in Psychology” (1), ha indagato la correlazione che esiste fra la sindrome da deficit dell’attenzione con iperattività (ADHD) dell’età adulta e il rischio di incidenti stradali. Infatti, il soffrire di ADHD nell’età adulta aumenta la probabilità di incidenti stradali.
Cosa succede al cervello degli alcolisti quando smettono di bere? A raccontarlo sono oggi i ricercatori dell’Istituto di Neuroscienze di Alicante, in Spagna, e dell’Istituto Centrale di Salute Mentale di Mannheim, in Germania, che nel loro studio, appena pubblicato su Jama Psychiatry, hanno dimostrato come anche dopo aver smesso di bere, specialmente nel periodo critico di astinenza, i danni nel cervello causati dall’alcol continuano. “I risultati di questo lavoro sono sorprendenti”, racconta l’autore della ricerca Santiago Canals, dell’Istituto di Neuroscienze di Alicante. “Fino a ora nessuno pensava che in assenza di alcol il danno nel cervello sarebbe progredito”.
Alcuni studi precedenti hanno dimostrato che in generale l’eccesso di alcol altera la porzione terminale dei neuroni (i dendriti), causando così una comunicazione tra il cervello e i distretti corporei più difficoltosa. Un processo dannoso, ma reversibile. Gli alcolisti, invece, possono andare incontro a veri e propri danni al cervello, con effetti anche molto gravi, manifestando, per esempio, la sindrome di Wernicke-Korsakoff, un disturbo neurologico dove il tessuto nervoso viene compromesso, e che può portare a demenza. Ma quali sono esattamente i cambiamenti strutturali del cervello di coloro che abusano di questa sostanza dopo che smettono di assumerla?
Per capirlo i ricercatori hanno sottoposto a risonanza magnetica 90 pazienti, di 46 anni di età in media, ricoverati per dipendenza da alcol, e 36 uomini sani di 41 anni di età, come gruppo di controllo. “Un aspetto importante del lavoro è che il gruppo di pazienti che hanno partecipato alla sperimentazione ha seguito un programma di disintossicazione, garantendoci che non stavano assumendo alcolici e permettendoci perciò di seguire da vicino la fase più critica, quella di astinenza”, precisa l’autore.

Dal confronto delle risonanze magnetiche cerebrali tra i pazienti in astinenza e il gruppo di controllo, i ricercatori hanno osservato che anche sei settimane dopo aver smesso di bere il primo gruppo registrava sostanziali cambiamenti della sostanza bianca. Con il consumo di alcol “si verifica un cambiamento nella sostanza bianca, cioè nell’insieme di fibre che collegano diverse parti del cervello”, spiega l’autore. Le alterazioni osservate, precisa l’esperto, sono più intense nel corpo calloso, area associata alla comunicazione tra gli emisferi, e nella fimbria, che contiene le fibre nervose che comunicano con l’ippocampo, una struttura fondamentale per la formazione dei ricordi, con il nucleus accumbens, parte del sistema di ricompensa del cervello, e con la corteccia prefrontale, fondamentale nel processo decisionale.
Parallelamente, i ricercatori hanno monitorato il cervello di un gruppo di ratti dipendenti da alcol. I danni osservati, sempre attraverso le risonanze magnetiche, durante il periodo di astinenza hanno interessato principalmente l’emisfero destro e l’area frontale del cervello, dimostrando, anche in questo caso, che le alterazioni microstrutturali non iniziano a normalizzarsi, ma anzi progrediscono, anche dopo aver smesso di consumare alcol.
Il prossimo passo dei ricercatori sarà ora quello di identificare in maniera più dettagliata i processi infiammatori e degenerativi all’interno del cervello, per riuscire a indagare sulla progressione dei danni cerebrali appena osservati durante la fase iniziale di astinenza in persone con problemi di dipendenza da alcol.
Fonte: Wired.it, 4 aprile 2019
I livelli di intelligenza dipendono dall'elaborazione di specifiche aree del cervello che comunicano tra loro mediante connessioni cerebrali instabili e quindi flessibili: maggior flessibilità delle connessioni vuol dire maggiore intelligenza.
Gli esperti prevedono che la depressione sarà la principale causa di disabilità nei Paesi ad alto reddito entro il 2030. Ora uno studio pubblicato sulla rivista Depression and Anxiety dimostra le correlazioni di questo disturbo con la dipendenza da internet.
Leggere è una funzione cognitiva estremamente complessa, che mette insieme tre funzioni, ovvero quella visiva, fonetica e lessicale. In pratica, il bambino deve avere una visione d’insieme dei grafemi che costituiscono la parola, associare a questi grafemi i suoni corrispondenti (fonemi) e contemporaneamente capire il significato della parola letta. Nel 90 - 95% dei piccoli questo avviene in maniera naturale, senza che si evidenzino delle difficoltà nella percezione dei tre elementi (visivo, uditivo e lessicale). Nei bambini, invece, che presentano la dislessia evolutiva questo processo appare alterato.

Nei precedenti due articoli su questa rivista Gli stili cognitivi e le loro caratteristiche (2013) e Progetto Nosce te ipsum: conoscere i propri stili di apprendimento (2014) ho illustrato quali sono gli stili di apprendimento e come poterli conoscere al fine di potenziare negli alunni l'apprendimento e lo studio. In questo terzo articolo si evidenziano le strategie didattiche che possono essere utilizzate per coinvolgere attivamente tutti gli stili di apprendimento degli studenti. Il titolo Docere Omnes è ispirato all'espressione del grande filosofo e pedagogista Giovanni Comenio (Iohannes Amos Comenius in latino, Jan Amos Komenskẏ in Ceco) omnes omnia docere, con la quale egli sosteneva che con metodi adeguati si potesse insegnare tutto a tutti.
La mancanza di sonno può letteralmente uccidere la nostra vita sociale. I ricercatori dell’University of California, Berkeley, hanno scoperto che le persone che dormono poco si sentono più sole e meno inclini a dialogare con gli altri, evitando il contatto ravvicinato quasi come le persone che soffrono di ansia sociale.
Questa sensazione di allontanamento rende le persone private del sonno ancora meno attraenti dal punto di vita sociale rispetto agli altri. Inoltre, le persone che riposano bene si sentono sole solo dopo un breve incontro con una persona che dorme poco, innescando potenzialmente un “contagio virale” di isolamento sociale.
Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è un disturbo del neurosviluppo, caratterizzato da disattenzione, iperattività e impulsività. I bambini, a cui è stato diagnosticato questo disturbo, presentano difficoltà nel prestare attenzione, nel controllare i propri comportamenti e sono impulsivi. Questa sintomatologia ipoteca negativamente il loro funzionamento nella quotidianità e determina una notevole criticità nelle relazioni interpersonali. La letteratura scientifica fino ad oggi prodotta è concorde nell’attribuire questa fenomenologia sintomatologica ad un deficit delle funzioni esecutive.
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