• Categoria: Didattica

Quale interdisciplinarità nella didattica?

La storia della cultura è, secondo Bruner, la storia dello sviluppo delle grandi idee organizzative o strutturali, scoperte la cui funzionalità precipua è quella di connettere e semplificare l’esperienza.
Se nel corso dei secoli la realtà è stata indagata a partire da prospettive che si sono via via differenziate dalla filosofia, occorre constatare che oggi le varie scienze tendono a convergere sui modelli concettuali su cui poggiano le proprie teorie. Ciò rende possibile un’interdisciplinarità epistemologica e necessario un analogo approccio nella didattica.

Già qualche decennio fa è sembrato che la urgenza interdisciplinare potesse ricevere dallo strutturalismo la spinta allo svolgimento di un modello realmente relazionale delle discipline di studio (1). 

Programmi ministeriali, proposte varie e articolate di progettazione del curricolo, scelte metodologiche e didattiche del “gruppo di insegnamento” e del singolo docente: com’è ben noto, tutto deve doverosamente fare i conti con l’istanza interdisciplinare.

Ma soffermiamoci a considerare le fondamentali forme didattiche dell’interdisciplinarità.
Scrive lo Scurati: “sul piano didattico, l’esigenza dell’interdisciplinarità si pone innanzitutto come richiesta di unificazione, ricerca di ciò che è comune sul piano della motivazione e della spiegazione, aspirazione a collocazioni organiche e contessute in senso comprensivo e intersettoriale dei contenuti di apprendimento e di esperienza” (2).
Tale principio di unificazione nella spiegazione e nella sistemazione dei contenuti culturali viene dallo Scurati definito “concetto di omologia”; lo studioso individua due sostanziali modi per mezzo dei quali il criterio della omologia è stato perseguito sul terreno operativo: omologia materiale, omologia formale. L’omologia in senso materiale si riferisce alle metodologie didattiche nell’ambito delle quali il criterio dell’unificazione dell’insegnamento, ossia della riconduzione della molteplicità all’unità, avviene sul terreno della identificazione di contenuti comuni.
Lo Scurati accenna esplicitamente al “metodo dei progetti” e ai “centri di interessi”, sottolineandone l’ispirazione attivista in senso ambientalista quale matrice comune di entrambi. Come si sa, nell’orizzonte di tali metodologie il rispetto delle esigenze psicologiche della motivazione all’apprendimento, della memorizzazione delle conoscenze e dell’unificazione dell’insegnamento/apprendimento è fatto salvo dall’impegno alla riconduzione di tutto il lavoro scolastico alla esperienza immediata del ragazzo, all’immediatezza degli interessi succitati dai problemi dell’ambiente concreto. Se si vuole un esempio significativo dei risvolti didattici rispetto a tale impostazione nell’universo della didattica della matematica, basti rileggere un accorato articolo di Bruno D’Amore del 2002 dal titolo significativo: “Basta (…omissis…) con i numeri in colore, basta con i blocchi logici, basta con gli abaci multibase” (3).

 

Il problema didattico dell’interdisciplinarità assume una configurazione diversa nell’ambito del criterio della omologia formale, riassumibile nel senso della scoperta di forme invarianti all’interno di contenuti differenti e questo grazie a quelle idee elementari ed essenziali, strutturali che sembrano applicabili a differenti settori della cultura.
Diremo in altra sede dei concetti di struttura, transfer, ecc. Per ora basti evidenziare che non è di certo la visione di un parallelismo lineare delle discipline che è qui chiamato in causa, bensì l’idea di un richiamo circolare fra esse in virtù del “ritorno di strutture analoghe in settori diversi di analisi culturale” (4).
Ma quali potrebbero essere i vantaggi di questa impostazione rispetto a quella “materiale”, vantaggi che ne legittimerebbero almeno i tentativi di consolidamento delle sperimentazioni, che riteniamo sino ad oggi decisamente frammentarie, in tal senso?
Scurati ne elenca tre (5):

  • 1) rispetto della natura delle discipline: la correttezza scientifica, la cui mancanza si lamenta a proposito dell’impostazione “materiale” dell’identità di argomenti, è consentita dalla specificità strutturale dell’indagine non più inquinata “dall’espedientismo a cui si ricorre per spiegare e non far comprendere” (6);
  • 2) valida collocazione culturale: significanza dell’organizzazione “sistematica” della cultura ordinata intorno alle grandi scoperte concettuali, con tutta la incidenza che una tale prospettazione ha sul piano formativo: “l’efficacia delle grandi idee organizzatrici non consiste soltanto nell’aiutarci a comprendere, e talvolta a prefigurarci o a modificare il mondo in cui viviamo, ma anche nel fornirci gli strumenti per l’esperienza” (7);
  • 3) uscita dal globalismo: la ineludibilità della formazione scientifica e il criterio del rispetto della specificità delle categorie intellettuali esigono fortemente l’uscita dal falso concretismo di cui è impregnata la pratica dell’insegnamento. Scrive il Bruner a proposito della personalizzazione della conoscenza: “una generazione fa, il movimento progressista consigliava che la conoscenza fosse riferita all’esperienza propria del bambino e che fosse portata fuori dal regno delle vuote astrazioni. Una buona idea che fu tradotta in banalità sulla casa, poi sull’amico postino e sul trebbiatore, poi sulla comunità, e così via; un modo piuttosto misero per competere con i drammi e i misteri propri del bambino (8).

Bruner, in definitiva, insiste sulla revisione critica della tradizionale didattica dell’ambiente, ferma alla rilevazione del dato empirico dell’esperienza dell’entourage fisico e poco sensibile alle dimensioni psicologiche del ragazzo dell’età dei mass media e della tecnologia imperante.
Si sostiene, insomma, che la strategia della didattica dell’ambiente “comporta dei limiti che, soprattutto dal punto di vista della correttezza scientifica, non appaiono sottovalutabili e che sono facilmente identificabili nell’artificiosità dei collegamenti, nel ricorso all’analogia ed alla somiglianza superficiale come titolo di rimando, nell’affidamento all’esteriorità, nella non specificità dell’indagine (con sovrapposizione di campi e di metodi di lavoro); in definitiva, nel mancato rispetto delle condizioni logico-operative di una autentica ricerca culturale” (9).