Stop the genocide poster

A+ A A-

L’arte narrativa del disegno infantile - Evoluzione dell'attività grafica

Evoluzione dell'attività grafica

Il desiderio di comprendere gli stadi dello sviluppo evolutivo e le modalità secondo le quali vengono vissuti i problemi o gli adattamenti ai differenti step di crescita ha valorizzato gli studi dedicati al disegno delineando possibili schemi interpretativi dell’arte grafica in correlazione alle caratteristiche psicofisiologiche e all’età cronologica del bambino.
Ne è esempio lo schema di Luquet (1927) e la sua classificazione in stadi di sviluppo (dalla prima infanzia all’adolescenza) sostenuti dall’ipotesi che i disegni infantili rimandino ad un modello mentale interno e siano essenzialmente realistici nelle proprie intenzioni rappresentative [1]:

Fasi evolutive
Caratteristiche

Prima fase: realismo casuale

L’attività grafica, rappresentata da tracciati sul foglio, corrisponde alla fase dello scarabocchio e alla regola della casualità. Il bambino inizialmente effettua linee a caso e solo successivamente la traccia si rivela motivante. Il bambino cercando di rinnovare il piacere provato riprende ad eseguire tracciati che si trasformano e percepisce un’analogia seppur lieve tra la forma di quei tracciati e la conformazione degli oggetti. Progressivamente sempre più chiara e intenzionale tale analogia permette il passaggio alla fase successiva.

Evoluzione dell'attività grafica

Il realismo mancato rappresenta per l’autore tutti i tentativi di rappresentazione grafica che il bambino compie per produrre immagini aderenti al reale. Destrezza motoria da affinare, discontinuità ed esauribilità dell’attenzione, approssimazione di sintesi, danno però risultati ancora scarsi e il disegno risulta per il momento incomprensibile, povero di dettagli e talvolta disarticolato. Solo le conquiste dell’apprendimento renderanno i tentativi di riprodurre l’immagine sempre più somiglianti al reale.

Evoluzione dell'attività grafica

I successi ora conquistati permettono l’elaborazione di uno stile che rappresenta le cose in funzione non tanto di ciò che si vede ma di quello che si conosce. Il bambino infatti riesce a rendere realisticamente il suo prodotto grafico ma in riferimento ad un realismo ancora lontano da quello adulto: non visivo quanto intellettuale. Il disegno secondo la logica infantile deve contenere tutti gli elementi reali dell’oggetto indipendentemente dalla effettiva visibilità della prospettiva da cui viene considerato. Invenzione e scelte rappresentative opportune sono fondamentali nelle produzioni di questo periodo.

Evoluzione dell'attività grafica

Il bambino, come l’adulto, adatta quanto più possibile il proprio disegno alla realtà visiva cercando di utilizzare le regole prospettiche. Dopo questa fase che si realizza verso gli 8-9 anni la produzione grafica spontanea tende ad esaurirsi.

 

La terminologia di Luquet destò alcune incertezze e perplessità in riferimento a possibili contraddizioni tra le affermazioni teoriche dell’autore e il loro risvolto applicativo.

In particolare Widlocher (1965) evidenziò singolari incoerenze relative alla quinta fase evolutiva che assegna al realismo visivo il fine ultimo di un percorso in cui gli stadi precedenti non sembrano altro che momenti precursori della conquista finale. Indice di completa maturazione sarà infatti la capacità di riprodurre graficamente la realtà esterna.
Ora se per realismo visivo si intende il rapporto tra ciò che si percepisce visivamente e la conseguente rappresentazione dell’oggetto, il processo grafico-evolutivo del bambino è orientato alla comprensione di una rappresentazione dell’oggetto come riflesso diretto della percezione immediata.

Ma perché il bambino si trova costretto a vivere una fase di realismo intellettuale per conquistare il realismo visivo?

Di fatto il realismo infantile è una comunicazione per mezzo di segni le cui modalità sono ben distinte da quelle del realismo visivo: “in ogni istante gli schemi grafici di cui il bambino dispone in rapporto alle sue capacità motorie e alle sue capacità di orientamento spaziale, costituiscono un vocabolario che gli consente di raffigurare il reale” (Widlocher,1965, p.22), ovvero di veder nello schema grafico una certa analogia con ciò che è stato percepito dell’oggetto. Le cose non si trovano ad essere raffigurate in relazione ad un unico spazio omogeneo e secondo un medesimo punto di vista ma diventano espressione della molteplicità delle visioni che potranno giustificare gli schemi a disposizione.

Partendo da questi presupposti la stretta connessione tra lo “stile infantile” e la maturazione degli apparati percettivo-motori sottolinea ancora una volta l’importanza di opportuni riferimenti agli stadi dello sviluppo evolutivo.