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Scuola e territorio: la relazionalità possibile

Il termine "didattica" deriva dal greco didakticos e significa "relativo all'apprendimento", la didattica infatti è quell'area della pedagogia che si occupa dei metodi dell'insegnamento; quindi il primo problema da porsi è in che modo insegnare affinché si ottenga il raggiungimento degli obiettivi prefissati utilizzando strategie idonee ed efficaci, in che modo cioè favorire la formazione degli apprendimenti, in questo caso specifico di quegli apprendimenti che consentono un approccio cognitivo ed emozionale proficuo ai beni culturali.

Lo scopo dell'insegnamento è infatti quello di favorire l'apprendimento e credo che tale finalità sia perfettamente sintetizzata in un paio di titoli delle opere di Howard Gardner: Educare al comprendere e Aprire le menti. In questi titoli si intuisce già la prospettiva da cui ci si muove: guidare il soggetto verso uno stile conoscitivo che gli consenta di raggiungere una comprensione profonda, di aprire la propria mente per padroneggiare concetti, principi, abilità, problemi e situazioni nuove.

L'apprendimento è il frutto di esperienze che avvengono interagendo con l'ambiente, è una forma di adattamento all'ambiente, direbbe Piaget, e produce come risultato una modificazione degli schemi cognitivi o del comportamento per i behavioristi o del campo percettivo per i gestaltisti; comunque sia, l'apprendimento produce delle modificazioni che vanno ad incidere sulla nostra visione del mondo, sulla nostra Weltanschauung.

Tra tutti i tipi di apprendimento quello spontaneo è probabilmente il più efficace e il più resistente all'oblio perché avviene esperendo, agendo nell'ambiente senza forzature, rispettando i tempi e le specificità individuali, assimilando e adattando ai propri schemi ciò che si sta vivendo e conoscendo.
L'apprendimento indotto, quello che si verifica a scuola, deve avvicinarsi il più possibile alle forme e ai modi in cui avviene l'apprendimento spontaneo per entrare a far parte del nostro bagaglio cognitivo in maniera stabile e duratura.

Gli individui, quindi anche e soprattutto i bambini, la cui montessoriana immagine della mente assorbente rende immediatamente l'idea delle loro potenzialità recettive e apprenditive, interagendo con l'ambiente colgono la realtà, apprendono la vita nei suoi aspetti sociali, culturali,emotivi, affettivi, ecc.
Quando si parla di apprendimento non va mai dimenticato che il soggetto che apprende è attivo, è appunto un soggetto e come tale va considerato anche quando si trova in situazioni non naturali, come potrebbero essere quelle scolastiche.



Scuola e territorio: un rapporto da inventare

Ho voluto accennare a questi concetti prima di entrare nel vivo del discorso poiché ritengo indispensabile chiarire la prospettiva di partenza, essa infatti guida la mia breve riflessione e soprattutto è all'origine di tutta la mia idea di come fare scuola.
Il parlare di didattica dei beni culturali mi fa tornare in mente la mia esperienza di discente alle prese con i monumenti della mia città: un quadernone a quadretti in cui avevo scritto in bella calligrafia tutte le informazioni storico-geografico-architettoniche dettate dalla maestra e pieno di cartoline con le foto dei monumenti sparse tra un paragrafo e l'altro a tentare di rendere un po' più tangibile quello scibile che mi appariva tanto lontano e complesso.

Non ricordo nemmeno un'informazione contenuta in quel quaderno, ma ricordo perfettamente tutti i particolari della sua copertina perché ogni volta che emergeva dalla mia cartella segnalava un doversi accingere a compiere un lavoro sgradevole ma obbligatorio, un po' come la medicina amara in quella canzone di Bennato quando dice:"La medicina è amara ma tu già lo sai che la berrai".
Ecco, io credo di aver imparato molto dalla scuola dei miei tempi sull'importanza delle modalità di approccio alla conoscenza, ho imparato come io, bambina, non volevo che fosse la scuola, ho impresso chiaramente nella memoria quanto essa apparisse altro da me, lontana dalle mie esperienze e dal mio mondo, astratta, sfuggente quindi demotivante e mortificante, e questo mi torna in mente ogni volta che entro in una classe; ogni volta che esplico il mio ruolo di insegnante guardo i volti dei miei allievi e mi prefiggo di cercare tutte le strategie possibili per evitare che quegli sguardi vispi e curiosi si spengano nella monotonia di una lezione frontale.
Educare alla sensibilità verso i beni culturali significa, quindi, fornire input affinché il bambino diventi in grado di conoscere ed apprezzare i beni presenti nel territorio. Ma tale sensibilità non si può favorire rimanendo chiusi nelle proprie aule, è necessario creare un rapporto frequente e diretto con il territorio, con i patrimoni presenti in esso. L'ambiente va vissuto attraverso i proprio sensi, va scoperto direttamente toccandolo, guardandolo, giocandoci, vivendolo.
Howard Gardner ne L'educazione delle intelligenze multiple. Dalla teoria alla prassi pedagogica sottolinea l'importanza fondamentale del metodo di insegnamento adottato: "La scelta del modo di presentare la materia può in molti casi costituire la differenza fra un'esperienza didattica riuscita e una fallita" (p.18).

Ecco quindi che l'attenzione alla didattica si rivela determinante e che nel parlare di beni culturali a scuola è assolutamente indispensabile adottare quelle strategie metodologiche che consentiranno di rilevare poi la riuscita e non il fallimento dell'esperienza.
Nei giovani generalmente si riscontra una scarsa consapevolezza dei beni culturali presenti nel territorio; sembra che pur incontrandoli quotidianamente nel loro vissuto, pur passandoci accanto un'infinità di volte, magari nel percorso per andare a scuola o nel luogo in cui si incontrano, questi beni non lascino traccia della loro esistenza: invisibili agli occhi e invisibili nel messaggio di cui sono portatori.
Di fronte a tale situazione la scuola deve necessariamente aprirsi al territorio, scelta prioritaria e indispensabile per una prospettiva che non mantenga la realtà scolastica avulsa dalla realtà ambientale e sociale.

In quest'epoca in cui si parla di formare il cittadino del mondo, il primo passo da compiere è quello di uscire dall'edificio scolastico per mettere piede nel proprio mondo, a partire da quello immediatamente limitrofo.
L'ambiente scolastico è un ambiente artificiale ed è vissuto in tale forma dal discente che lo percepisce come altro da sé e dalla propria realtà; egli vive una scissione, una dicotomia insanabile: da una parte la sua vita, il suo ambiente, le sue esperienze, dall'altra la scuola, luogo di chiusura e di distacco dal mondo reale.