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Contrastare il bullismo a scuola attraverso il linguaggio teatrale

teatro scuolaIl bullismo a scuola esiste da tempo ma solo a partire dagli anni settanta è diventato oggetto di studi e ricerche. In Italia si inizia a parlare di bullismo alla fine degli anni 90 e la prima ricerca è del 1997, curata da Ada Fonzi. I dati che emergono sono allarmanti e testimoniano una diffusione massiccia del fenomeno nelle scuole. Il report Istat del 2014,“Il bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi” evidenzia che fra i bambini/ragazzi d’età compresa fra gli 11 e i 17 anni, 2 su 10 hanno subito atti di bullismo una o più volte al mese. Le prepotenze vanno dalla derisione agli insulti, dalle minacce alle aggressioni fisiche. Il dossier realizzato da Telefono Azzurro, relativo all’anno scolastico 2015-2016, parla di 270 casi gestiti, con bulli in prevalenza maschi (il 60% dei casi) e di un abbassamento dell’età delle vittime fino ad arrivare a bambini di 5 anni (22% dei casi).

Il fenomeno è caratterizzato da bambini/ragazzi che mettono in atto comportamenti aggressivi nei confronti di altri bambini/ragazzi, con l’intenzione di provocare alla vittima danni fisici o psicologici. Si parla di bullismo quando coesistono tre fattori:
- Intenzionalità: il bullo è consapevole di mettere in atto comportamenti violenti e aggressivi che danneggiano la vittima, e sceglie di farlo.
- Persistenza nel tempo: questi abusi non capitano sporadicamente o casualmente ma si ripetono regolarmente e per periodi lunghi.
- Potere sociale: deve esserci uno squilibrio di potere, un’asimmetria, fra il bambino bullo (più forte sul piano fisico o verbale) e il bambino vittima (più debole).

Le principali cause del bullismo

Molti autori concordano nel ricondurre i fattori di rischio per lo sviluppo di comportamenti aggressivi a tre livelli: individuale, familiare, sociale. Nel livello individuale rientrano caratteristiche come il temperamento e la propensione verso giochi maneschi e violenti. Nel livello sociale rientrano il contesto pubblico in cui vive il bambino, il gruppo di amici e ovviamente l’ambiente scolastico. Il livello familiare resta la dimensione che maggiormente influisce sul comportamento del bambino. In primo luogo sono gli stili educativi genitoriali ad incidere sulla formazione della personalità, sullo sviluppo dell’intelligenza emotiva, sull’autostima del bambino. Lo stile educativo, ossia le modalità utilizzate dai genitori per crescere i propri figli, è un fattore sostanziale rispetto all’origine e allo sviluppo di comportamenti aggressivi da parte dei bambini. Gli studiosi che hanno scritto sull’argomento (Olweus, Gini, Daffi, Voors, Lawson, Iannaccone) sono concordi nell’affermare che alcuni stili educativi possono facilitare il manifestarsi di atteggiamenti da bullo. Ciò che caratterizza i bulli, secondo Olweus, è un modello reattivo aggressivo associato alla forza fisica (se sono maschi).

Stili genitoriali di un certo tipo e particolari condizioni possono favorire durante l’infanzia lo sviluppo di tale modello. La dimensione emotiva che un genitore crea con il bambino nei primi anni di vita è molto importante: mancanza di calore e di coinvolgimento affettivo possono incidere sui futuri comportamenti antisociali del bambino. Anche uno stile educativo troppo permissivo, non consentendo al bambino di riconoscere regole e limiti, può innescare l’idea che tutto sia lecito e favorire lo sviluppo di comportamenti aggressivi. Olweus riassume così il concetto: “poco amore, poca cura e troppa libertà nell’infanzia sono condizioni che contribuiscono fortemente allo sviluppo di un modello aggressivo”. Anche l’uso coercitivo del potere da parte del genitore comporta lo stesso rischio poiché spesso violenza genera violenza.

Strategie educative anti-bullismo

Il bullismo si previene e si combatte insieme, in un lavoro di rete che deve coinvolgere tutti gli adulti di riferimento, creando e rafforzando l’alleanza scuola –famiglia. I genitori, come abbiamo visto, hanno un ruolo fondamentale per prevenire lo sviluppo di comportamenti aggressivi che si riflette nelle scelte educative da mettere in atto ogni giorno. La scuola ha un ruolo altrettanto importante.

In Italia, la direttiva ministeriale n.16 del 5 febbraio 2007 (Linee di indirizzo generali e azioni a livello nazionale per la prevenzione e la lotta al bullismo) ha istituito in ogni regione gli Osservatori permanenti sul bullismo con l’obiettivo di creare una rete di risorse sociali, culturali, politiche per promuovere e sviluppare un lavoro di prevenzione e lotta al bullismo, attraverso la promozione di percorsi educativi, corsi di formazione, attività di monitoraggio. Ogni scuola può – e dovrebbe - mettere in atto e sostenere laboratori e percorsi didattici anti-bullismo per prevenire e contrastare questo fenomeno. In che modo? Adottando metodologie e strategie educative che favoriscano il lavoro di gruppo, il dialogo, il confronto costruttivo, lo sviluppo dell’intelligenza emotiva e dell’empatia.

I programmi anti-bullismo vengono promossi soprattutto nelle scuole medie, ma, come emerge dai dati, la manifestazione di comportamenti violenti riguarda anche i bambini della scuola primaria e, in alcuni casi, anche i bambini in età prescolare. Forse tutti gli indicatori necessari a confermare la presenza di bullismo (intenzionalità, persistenza nel tempo, potere sociale) non saranno presenti in modo massiccio con i bambini più piccoli, ma perché non promuovere percorsi di prevenzione in tutte le scuole di ogni ordine e grado? Scegliendo ovviamente contenuti e modalità operative in base all’età dei bambini. Credo che promuovere sin dalla scuola dell’infanzia percorsi di alfabetizzazione emotiva per riconoscere le emozioni, imparare a gestire la rabbia, sviluppare l’empatia possa essere efficace per educare i bambini al rispetto e alla condivisione. Nella scuola dell’infanzia e nel primo ciclo della scuola primaria si potrebbe parlare non tanto di percorsi laboratoriali anti-bullismo ma pro – empatia: laboratori espressivi per esplorare le emozioni, per sostenere la relazione armoniosa, per imparare a condividere e a collaborare, per fare della diversità ricchezza.

Il laboratorio teatrale a scuola per contrastare il bullismo

Il linguaggio teatrale è uno strumento molto efficace per intervenire sul fenomeno del bullismo; ci consente di mettere a fuoco, attraverso il role playing, i ruoli della vittima e del bullo, e di esplorare le emozioni che si manifestano in queste dinamiche, a volte in modo esplosivo, a volte in forma latente.

Ho svolto il mio primo laboratorio teatrale anti-bullismo nei primi anni del 2000, in una scuola elementare dei Castelli Romani, con una classe quinta. Una classe definita dall’insegnante di riferimento “particolarmente problematica, con bambini fortemente disagiati, terreno fertile per lo sviluppo del bullismo”. Per questo motivo il nostro intervento come operatori teatrali (mio e del mio collega Fabio Filippi) fu strutturato in modo specifico per affrontare il tema del bullismo in classe. In quegli anni la metodologia che stavo creando, il Metodo Teatro in Gioco®, prendeva forma e struttura, iniziavo a codificare prassi e percorsi operativi, e questa esperienza di laboratorio teatrale fu particolarmente significativa per me.

Ho toccato con mano l’efficacia del linguaggio teatrale come mediatore didattico per affrontare un tema così spinoso e delicato e per mettere in atto, incontro dopo incontro, strategie didattiche ed attività per lavorare con i bambini sulla collaborazione, sul rispetto, sulla gestione della rabbia, sul rafforzamento dell’autostima. Effettivamente la classe, di 25 bambini, era composta da una percentuale alta di bambini e bambine (il 30% circa) con difficoltà legate alla sfera familiare/sociale (genitori alcolisti o tossicodipendenti, genitori malavitosi) ed emotiva (scarsa autostima, ansia, fobie, comportamenti violenti e aggressivi).

Il nostro laboratorio teatrale strutturato in 24 incontri da 60 minuti ciascuno, con cadenza settimanale, dava particolare rilievo al lavoro di gruppo e ai giochi di ruolo. Una prima fase di conoscenza è stata propedeutica ad introdurre “il gioco del teatro”, ossia il lavoro da svolgere insieme ed utile a noi per conoscere i bambini ed iniziare ad individuare le dinamiche conflittuali. In questa parte del laboratorio abbiamo iniziato a lavorare sul linguaggio del corpo, sulla capacità di gestire uno spazio comune, muovendoci, camminando, sperimentando camminate con ritmi e motivazioni diverse. Abbiamo lavorato utilizzando giochi teatrali cooperativi e improvvisazioni. I bambini hanno iniziato a familiarizzare con il linguaggio teatrale, hanno cominciato ad esplorare il corpo e la voce, a lavorare sulle emozioni, sul sé e l’altro.

Dopo questa prima fase di alfabetizzazione teatrale abbiamo introdotto il tema del bullismo. Chi è un bullo? Cosa prova una vittima? Per sentirsi riconosciuti dagli altri, per sentirsi “importanti” è necessario essere forti? Queste ed altre domande hanno stimolato riflessioni, confronto, dialogo, inizialmente con non poche resistenze da parte dei bambini, ma via via con sempre più coinvolgimento, voglia di condividere, fiducia. Credo che “fiducia” sia stata una parola-chiave di tutto il percorso per permettere a tutti i bambini di affidarsi a noi operatori, di mettersi in gioco nel percorso senza timori. Per permettere ai bambini più deboli e presi di mira, di guadagnare spazio, di trovare pian piano voce per esternare idee e pensieri, per non sentirsi più invisibili. Per permettere ai bambini più aggressivi e prepotenti di stare nelle regole, di darsi limiti, di confrontarsi con gli altri in modo diverso, dove non vince la forza ma la creatività, lo spirito collaborativo, la capacità di ascoltare l’altro.

Un anno di laboratorio teatrale in questa classe ha disegnato nuove modalità di comunicazione e scardinato certi ruoli che sembravano ormai definiti. I bambini “bulli” non si sentivano più così “importanti” e superiori agli altri; i bambini “vittima” non si sentivano più così “inutili” ed inferiori. Dal punto di vista emotivo qualcosa era decisamente cambiato. Anche l’insegnante ci riferiva di un clima in classe notevolmente migliorato. Era solo un inizio, certo. Non la soluzione del problema ma la testimonianza concreta di poterlo affrontare. La consapevolezza di poter intervenire su certe dinamiche. Di poter aiutare i bambini ad uscire dalla trappola dolorosa generata dai ruoli vittima e carnefice. La consapevolezza della valenza pedagogica dell’ascolto, del dialogo, della condivisione e del gioco teatrale per prevenire e contrastare il bullismo.


Autrice: Helga Dentale è pedagogista teatrale, docente per la formazione di educatori ed insegnanti, ideatrice del Metodo Teatro in Gioco®, autrice di libri di fiabe interattive per bambini e di libri di pedagogia teatrale per educatori. Conduce corsi e seminari sulla narrazione, sull’educazione emotiva e sull’educazione all’ascolto. Il suo sito è www.teatroingioco.it


copyright © Educare.it - Anno XVIII, N. 12, Dicembre 2018
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