- Categoria: Esperienze a scuola
E se a fare il bullo ora fosse proprio Elir? La vulnerabilità negata - Seconda parte
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Vero… forse… almeno in parte…
Sicuramente riprenderlo, smascherarlo e metterlo brutalmente davanti alla sua disconoscenza significa umiliarlo e aumentare il suo senso di inadeguatezza. E tuttavia avallargli e sostenergli ogni volta il “gioco del sapientino” non mi sembra possa condurre a esiti troppo differenti… Lasciargli credere, ora, che io penso lui sappia quel nome che non ricorda, quando lui sa bene che non lo ricorda!, non mi sembra che possa avere un qualche effetto positivo sulla sua sicurezza e autostima. Al contrario. Avallando e collaborando alla sua messa in scena, non avallerei piuttosto il suo senso di inadeguatezza, invece che aiutarlo ad uscirne? Indirettamente, riconoscendogli la conoscenza che non ha, non gli dico, in qualche modo, che è importante possederla? E dunque non lo induco a sentirsi davvero inadeguato, visto che lui comunque sa di non averla? Non sarebbe come confermargli la convinzione che lo induce a simulare e cioè che lui può meritare “rispetto” (o “accettazione”, “stima”, “affetto”, “accoglienza”, ecc.) solo se risponde a determinate condizioni… E non vorrebbe dire questo incrementare in lui, consapevole che invece non le ha, la sua insicurezza e altresì potenziare il suo “gioco del sapientino”, con tutte le conseguenze negative che esso comporta? Per accrescere la sua autostima non sarebbe meglio aiutarlo ad accettare la propria vulnerabilià, invece che coprirla e incrementare il suo “gioco al superuomo”?
Smascherarlo, penso, significa umiliarlo solo nella misura in cui “a volto nudo” Elir non si sente adeguato e accettabile. Alla sua sicurezza e autoaccettazione non serve tanto fare in modo di mantenergli addosso la maschera, ma fargli comprendere ed esperire che il suo “volto nudo”, con le sue vulnerabilità e i suoi difetti, va benissimo così com’è, è adeguato, è accolto, è amabile e stimabile. La maschera non fa che confermargli che il suo “volto” è “sbagliato” e dunque va nascosto o camuffato.
Mi decido allora a “smentirlo”, ma contemporaneamente preparo il terreno per accoglierlo, esposto nella sua vulnerabilità. Provo a dirgli che anche se non ricordasse il nome della città in cui si trova non è una cosa grave.
“No! No! Come ci pensi!? Io lo so benissimo! Sei tu che non lo sai!” lo sento
reagire.
Non raccolgo la provocazione e proseguo:
“Quando si va in un posto nuovo capita molto spesso di non riuscire a tenere a mente i nomi delle località che non si conoscevano”.
“Sì, ma io lo conosco!”
Proseguo ancora, come se Elir non avesse parlato:
“Sai che sono appena tornata dalla Spagna e ho rischiato di andare a prendere il treno per il ritorno a Madrid in un’altra città? ...avevo confuso il nome della località in cui l’avrei dovuto prendere! Per fortuna che un amico me l’ha fatto notare in tempo, altrimenti avrei perso pure l’aereo! Beh, tutto sommato, sarebbe stato anche un po’ divertente! …Non so se mi avrebbero rimborsato il biglietto, ma di sicuro ci avremmo riso sopra! [2]”
“Davvero ti sei confusa? Che imbranata che sei! Proprio un’imbranata!”
“No! E perché imbranata? Non mi ci sento per niente! …Sono cose che capitano, possono capitare a tutti… e in qualche modo ‘colorano’ pure la vita! Ti immagini che noia sarebbe se fossimo tutti infallibili come computer? Certe volte ci sono quelle persone perfettine che sembrano sappiano tutto e non sbagliano mai, ma non ti sembrano così fredde e antipatiche? …Per fortuna poi, a conoscerle da vicino, non è mai così, sai? Sbagliano e sono vulnerabili e simpatiche pure loro…”.
Elir, allora, con mille giustificazioni (“è un posto che non avevo mai sentito”, “è un nome nuovo”…) ammette di non ricordare il nome del luogo in cui si trova. Non lo lascio quasi terminare per non fargli attendere la mia reazione:
“Ma va benissimo, Elir, se non ti ricordi! E come potresti ricordarlo se non ci sei mai stato prima ed è la prima volta che lo senti nominare!?!”.
“Quanto sto bene io con te! Mi piacerebbe proprio essere con te in gita! Ti voglio tanto bene!”, mi risponde.
Comprendo allora di averlo non “smascherato”, ma di essergli stata di aiuto nel “liberarsi” dalla maschera, almeno in questo piccolo frangente.
La strada della sicurezza e dell’autostima passa per l’accettazione della propria vulnerabilità, piuttosto che per l’affermazione della propria forza che nega e nasconde la fragilità. Qualcosa di scontato e ovvio, ma forse non troppo. Viviamo infatti in una società che in qualche modo darwinianamente impostata, ci insegna a mostrarci forti, piacenti, giovani, belli, sani, magri, laureati, rampanti, decisi, grintosi, energici, “superuomini”, talvolta anche arroganti e aggressivi per strappare il nostro posto nel modo. Ma soprattutto ci insegna a non accettare e a non mostrare la nostra debolezza: mai esporre la propria vulnerabilità, il proprio tallone di Achille, col rischio di venir feriti a morte! E così si finisce col nasconderlo persino a se stessi. Ma, laddove la consapevolezza della propria vulnerabilità comunque non può essere elusa, allora la si rifiuta in sé, la si respinge, la si odia e la si cerca di combattere e di vincere. Tutto ciò che è debole va combattuto ed eliminato. In sé e poi, per il noto meccanismo della proiezione della propria Ombra [3], negli altri.
Eppure una sapienza antica da cui, cristiani o meno comunque non si può prescindere, ci insegna da secoli che “proprio quando siamo deboli è allora che siamo forti” (2 Cor 12, 10b).
Note:
[1] Il titolo fa riferimento ad altri articoli, pubblicati nella medesima rivista, che hanno visto Elir oggetto di fenomeni di bullismo da parte dei compagni. Cfr. P. MARCHEGIANI, Dal “contagio emotivo” al “sostegno tifosistico”, «Educare.it», anno IV, n. 7, giugno 2004; Id. "Di fronte alle irrisioni dei compagni”, «Educare.it», anno 6, n. 2, gennaio 2006
[2] Alcune impostazioni psicologiche, si pensi ad esempio all’Analisi Transazionale, leggono l’autoironia sempre come una forma autosvalutativa. Se questo può essere a volte vero, penso tuttavia che spesso l’ironia si rivela invece un modo per prendere distanza dai propri vissuti e accettarsi (Su ironia e accettazione si veda G. GALLI, Psicologia del corpo, CLUEB, Bologna 1997, pp. 96-97).
[3]Sul meccanismo della “Proiezione dell’Ombra” si veda C.G. JUNG, Zur Psychologie westlicher und östlicher Religion, Olten 1963, tr. it. di E. SCHANZER, L. AURIGEMMA, Psicologia e religione, in Opere, vol. XI, Boringhieri, Torino 1992. Cfr. anche G. GALLI, Psicologia del corpo, op. cit., pp. 81-86.
copyright © Educare.it - Anno VI, Numero 12, Novembre 2006

