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  • Categoria: Didattica

Lettura e scrittura: per una storia dei metodi di insegnamento

Alcuni anni fa sperimentai in una classe prima (a.s 1989-90 nel 3° Circolo Didattico di Torre Annunziata) i principi fondamentali del metodo fonematico di G. Germano (1) ottenendo esiti favorevoli con gli alunni e un consenso pressoché unanime da parte dei genitori perché i bambini impararono senza sforzo e in brevissimo tempo il meccanismo della lettura e scrittura.
Certamente si è sempre saputo che per leggere o scrivere una parola di significato compiuto è necessario disporre le lettere seguendo un ordine spazio-temporale (prima-dopo) e che, nell'atto concreto, bisogna procedere da sinistra verso destra, ma il modo con cui si è cercato di insegnare il meccanismo ai fanciulli si è rivelato strettamente dipendente dalle concezioni pedagogiche che si sono avute nel tempo.

Nell'epoca greco-romana, ma anche nel Medioevo e nel Rinascimento, si pensava che il bambino fosse un "piccolo uomo", cioè un adulto in miniatura.
Secondo la logica dell'adulto il sapere disciplinare viene ordinato usando il procedimento induttivo, un procedimento cioè che dal particolare porta all'universale, dal semplice al complesso. A tale ordinazione, inoltre, sono del tutto estranei interessi, motivazioni, curiosità, che non siano intrinseci alla materia da insegnare.

Da queste premesse nacque il Metodo Alfabetico (diffuso da Dionigi di Alicarnasso a partire dal 4° secolo A. C. ) ed esso è rimasto praticamente inalterato sino al 1600. La sostanza di tale metodo consisteva nel far imparare i nomi delle lettere dell'alfabeto per procedere poi alla loro combinazione.
Dopo 19 secoli furono apportate al metodo alcune modifiche. Blaise Pascal suggerì di far iniziare l'apprendimento non dai nomi delle lettere ma dai loro suoni naturali, come se fossero finali di parola (nella lingua francese la sillaba "be" si legge "b", la sillaba "de" si legge "d", e cosi via). Tale soluzione si doveva rivelare efficacissima tant'è che ancora oggi è impensabile non ricorrervi.
A sua volta, Comenio cominciò a preoccuparsi di creare delle associazioni che fossero più vicine all'animo infantile onde renderne più vivo il ricordo. Queste correzioni trasformarono il metodo alfabetico in metodo fonico-sillabico e con questa denominazione giunse incontrastato sino al 1900. 

Agli inizi del secolo appena scorso si fece viva la convinzione, tra l'altro già del Rousseau, che la psiche infantile fosse diversa da quella dell'adulto. Dalle prime sperimentazioni effettuate dal Claparede questa diversità venne individuata nella percezione sincretica, vale a dire nella tendenza della mente infantile a cogliere nei fenomeni i loro aspetti vistosi o globali.
Fu il Decroly che, in pieno accordo con le scoperte del Claparede, elaborò un metodo detto "sincretico", in opposizione all' eccessiva analiticità del metodo fonico-sillabico. Secondo il Decroly l'organo della vista doveva assumere una funzione preminente in modo da permettere al bambino di imparare a leggere e a scrivere seguendo un itinerario simile all'acquisizione del linguaggio parlato. Poiché tale metodo è tutt'ora diffuso nella nostra scuola, ne darò un rapido accenno. Dopo aver conversato insieme agli alunni su un determinato argomento, il maestro ne sintetizza il contenuto con una breve frase scritta sotto un disegno. In un primo momento, quindi, al bambino vengono fatte percepire delle frasi scritte per intero e tramite la ripetizione lo si invita a ricordarle; più tardi il maestro farà notare, fra le tante frasi tappezzate alle pareti dell'aula, quelle in cui compaiono delle parole identiche, poi le sillabe e infine le singole lettere. Come sì sarà facilmente notato si tratta di un approccio di tipo deduttivo alla cui base vi è l'idea che solo un apprendimento "spontaneo" (cioè senza che il maestro espliciti intenzionalmente la logica del meccanismo) può dirsi realmente efficace. Il metodo globale trovò nel nostro Paese un'applicazione tutta... italiana.

Negli anni '50 l'Isp. C.le G. Gabrielli, insieme ad un gruppo di maestri sperimentatori, elaborò un metodo detto globale-italiano che, pur condividendo le identiche premesse psicologiche, presentava un modo di procedere di tipo induttivo. Tralasciando l'insegnamento sistematico delle lettere, i globalisti italiani favorivano con ogni mezzo la memorizzazione dei segni e quando erano sicuri che fossero stati appresi sufficientemente, procedevano nell'insegnamento della lettura. Veniva posto all'alunno un modello scritto e questi, sulla base dei segni riconosciuti, ne intuiva il significato. In pratica l'alunno di fronte ad una parola scritta, ad esempio finestra, con l'aiuto delle iniziali di parole chiave esposte alla parete dell'aula, ricomponeva il significato intero della parola assegnata. Alla base di questa impostazione c'era l'idea che la conoscenza dei segni fosse sufficiente per avviare alla combinazione dei suoni. In realtà la logica del meccanismo, confusa con altro, veniva ancora una volta affidata alla capacità dei singoli.

Le sistematiche ricerche di Piaget sullo sviluppo del pensiero infantile permisero a F. DEVA di elaborare il metodo della "parola". Secondo il suo punto di vista il meccanismo di composizione e scomposizione delle lettere non doveva effettuarsi su contenuti privi di significato (critica al metodo fonico-sillabico) né era necessario perdere tempo con intere frasi imparate a memoria (critica al metodo globale del Decroly). Per l'apprendimento era sufficiente partire dalla "parola", concepita come una struttura formata da una serie di elementi collegati da precise relazioni spazio-temporali. Verso la fine degli anni '60, in seguito a serie sperimentazioni, egli giunse alla conclusione che bisognava partire dai nomi con difficoltà graduate divise in undici gruppi; nel primo c'erano le parole bisillabe semplici. Sia da insegnare, ad esempio, la parola MELA. Si disegnerà alla lavagna la figura e si farà pronunciare il nome in modo da marcare ogni suono; si scriverà poi in stampatello maiuscolo la parola e dopo aver fatto intuire ai bambini la corrispondenza tra immagine e segno si prenderà una striscia di cartoncino sulla quale verrà riscritta la parola confrontandola con quella scritta alla lavagna. A questa fase globale egli faceva seguire la fase analitica: tagliando con le forbici ogni singola lettera, si iniziavano giochi di riconoscimento di suoni abbinati sempre alle lettere, per consolidare l'apprendimento. Alla fase analitica succedeva infine quella sintetica cioè di ricomposizione della parola avendo come punto di riferimento la parola scritta alla lavagna.

Il contributo di G. GERMANO si inserisce a pieno titolo nel solco tracciato dal Deva ma se ne distacca soprattutto per aver eliminato la signoria dei segni scritti nelle fasi iniziali dell'apprendimento. Germano ricava dalla linguistica i presupposti fondamentali del suo metodo. Attraverso gli studi di De Saussure, di Martinet e di Postman-Weingartner, egli arriva ad operare una sorta di "rivoluzione copernicana" spostando l'attenzione dal piano visivo delle lettere a quello fonico dei suoni. Secondo il Germano i processi di analisi e sintesi non hanno niente a che vedere con le lettere perché sono operazioni che vengono attivate da combinazioni foniche. Consideriamo, ad es., la parola BARCA. Essa, cosi come è scritta, ha una sua organizzazione: non ci troviamo di fronte a lettere poste a caso, né distanziate orizzontalmente o verticalmente.

Queste precisazioni sono importanti perché secondo le conoscenze acquisite dagli studiosi di psicologia della forma, gli elementi di un insieme cambiano di significato se inseriti in un altro insieme; ciò non accade nella scrittura dove le lettere conservano la stessa forma e lo stesso suono, qualunque posto occupino nella formazione della parola. Inoltre, se consideriamo il gioco dei rebus, risulterà facile rendersi conto che per arrivare alla soluzione è necessario tradurre i disegni in parole che a loro volta ne vengono a formare un'altra in cui però hanno perso il loro significato originario per conservarne il semplice valore fonico. Per il Germano il vero apprendimento della lettura e scrittura, quindi, dovrà avvenire sul piano fonico, mediante esercitazioni di sintesi e analisi della parola.

La posizione del Germano va apprezzata soprattutto per la semplificazione del procedimento. Un bambino che alla lavagna vede scritta la parola MARE, per leggerla veramente dovrà dapprima tradurre le lettere in suoni, secondo un ordine spazio-temporale preciso, e poi dovrà sintetizzare per cogliere il significato della parola. Invece, per esercitare da subito la sintesi fonica sarà sufficiente che il maestro scandisca lentamente i suoni della parola invitando il bambino a indovinarne il significato. Il problema della "traduzione" si porrà certamente quando l'alunno dovrà leggere "realmente" ma in quella circostanza le difficoltà saranno appianate dal consapevole utilizzo delle lettere.
A conclusione di questa breve nota si può aggiungere che il rapporto tra segno e significato acquista una valenza pedagogica proprio grazie alle preliminari sintesi fonematiche. Con tale metodo il meccanismo, per la prima volta nella storia, diventa formativo in quanto stimola le energie creative del bambino al massimo grado diventando col suo stesso esercizio la fonte alimentatrice dei significati.

 

 


Note:

 

1. Allievo di F. Deva, G. Germano pubblicò nel 1982 un'opera dedicata alla lettura e scrittura intitolata "Imparare a leggere e a scrivere secondo un metodo fonematico".


Autore: Luigi Palmieri, è stato insegnante elementare dal 1973 al 2001, in seguito, docente di psicologia-sociologia e scienze dell'educazione nel 2002 ed è attualmente in servizio presso il Liceo scientifico e socio-psicopedagogico "E. Pascal" di Pompei.

 


copyright © Educare.it - Anno IV, Numero 1, Dicembre 2003