- Categoria: Didattica
Quattro tesi a sostegno della crisi della didattica
Da alcuni anni si sostiene che il Sistema di Istruzione stia vivendo una particolare situazione di crisi, come confermerebbero i bassi livelli di preparazione raggiunti dagli studenti italiani.
Si tratta, tuttavia, di una lettura della realtà che incontra delle critiche. C’è chi sostiene, ad esempio, che i dati negativi registrati oggi siano il prodotto di un processo annoso e, pertanto, lo stato attuale dell’istruzione non sia particolarmente preoccupante rispetto a quello di qualche anno fa. Altri commentatori argomentano che l’educazione dei giovani è stata da sempre un’attività problematica e, semmai, non sono tanto gli studenti ad essere in crisi quanto gli insegnanti, che applicano strumenti didattici obsoleti.
In questa breve riflessione si vorrebbe passare in disamina alcuni aspetti della cosiddetta crisi del modello scolastico e formativo, confidando di poter dare un contributo al dibattito che ruota intorno alla questione che così potremmo riassumere: la scuola di oggi deve affrontare problemi unici e inediti rispetto al passato, appunto tipici di una situazione critica ed emergenziale, oppure la situazione attuale presenta ordinarie - seppur strutturali -disfunzioni?
Chi scrive, anche nel suo ruolo di insegnante nella scuola secondaria, è convinto via sia una crisi senza precedenti nella storia dell’istruzione di massa in Italia, senza con ciò negare che ogni educatore e ogni istituzione educativa, da Platone in poi, abbiano dovuto affrontare problemi intrinseci al difficile compito dell’insegnare (e dell’apprendere).
Tale convinzione si fonda su quattro argomentazioni, che di seguito si presentano.
Prima argomentazione
Il regresso sul piano delle conoscenze e delle competenze è un’esperienza che ogni insegnante fa quotidianamente, è sufficiente infatti confrontare la situazione attuale con quella di 20-30-40 anni fa per stabilire che si sono perse nozioni e procedure: tutti gli indicatori e le statistiche (1) acclarano tale dato di fatto. Oggi gli studenti possiedono un vocabolario limitato e usano un linguaggio basato su strutture logiche semplici, che non permettono loro di decifrare strutture complesse come quelle che necessariamente sottendono gli argomenti di una normale didattica, diventata perciò difficile e incomprensibile. Per ovviare a tale impasse, ogni anno si tagliano pezzi del programma con lo scopo di renderlo più accessibile, producendo inevitabilmente un livellamento delle performance verso il basso e la sistematica riduzione dell’eccellenza.
Seconda argomentazione
Se la prima argomentazione fotografa la realtà, ciò significa che i nostri studenti raggiungono livelli insufficienti, che progressivamente tendono ad abbassarsi. La preparazione scolastica in uscita non può soddisfare le esigenze di un mercato del lavoro sempre più complesso, dove la specializzazione si amalgama con la flessibilità, qualità che durante gli anni di studio non sono acquisite dagli studenti, mentre fino a un quindicennio fa la scuola riusciva a formare le adeguate professionalità per un’economia ovviamente più stabile e diversa da quella attuale.
Terza argomentazione
Per quanto riguarda l’uso delle nuove tecnologie, secondo alcuni neuroscienziati (2) le risonanze magnetiche evidenziano lievi modificazioni della corteccia cerebrale nei lobi frontali dei nati nell’era digitale. È in atto quindi un processo che coinvolgerebbe le facoltà intellettive delle giovanissime generazioni, le quali, per i guru del computer, svilupperebbero abilità nuove come la capacità di pensare in modo non sequenziale, di individuare l’esenziale in un flusso indistinto di informazioni, di superare il nozionismo con l’uso dei motori di ricerca. Ricerche recenti tuttavia ci dicono che il cervello è una struttura sequenziale (3) , creata per gestire un’operazione alla volta e che con il multitasking, ossia l’uso simultaneo di più strumenti elettronici a cui i giovani sono sempre più abituati, si commettono più errori e si è meno capaci di approfondire un argomento (4). Lo conferma l’esperienza quotidiana che dimostra che l’uso dei suddetti strumenti va a svantaggio della correttezza ortografica e grammaticale, dell’arricchimento lessicale nonché della facoltà di analisi che viene sempre più spesso sostituita dall’onnipresente e taumaturgico “copia e incolla”. In conclusione si potrebbe affermare che il collegamento tra l’era digitale e il profitto scolastico è ancora del tutto da indagare, l’unica cosa certa è che, da un punto di vista darwinista, il cervello cerca di adattarsi all’ambiente tecnologico, in che modo e attivando quali trasformazioni non lo sappiano. Nonostante ciò, la sfida dell’elaborazione di una nuova didattica conforme all’interazione tra ambiente e soggetto non può essere elusa.
Quarta argomentazione
Anche grazie a certi modelli socio-mediatici imposti dal mondo degli adulti, tra i giovani avanza inarrestabile la cultura del “tutto facile”, con il conclamato risultato che l’applicazione di concetti come “merito” e “fatica” diventa sempre più sterile. Se tutto è facile e a portata di mano, se si elimina lo sforzo, ineluttabilmente ogni azione verso un obiettivo si svuota di significato e il cervello abdica alle sue prerogative, ovverosia rinuncia a sviluppare soluzioni di fronte ai problemi e a essere sollecitato da stimoli esterni che ne incrementano la concentrazione. Forse l’esperienza più disarmante e al tempo stesso più contingente che gli insegnanti ogni giorno fanno in classe, è vedere gli studenti spesso privi di interesse, costantemente distratti, in comunicazione con la realtà attraverso un segnale debole e a intermittenza. Ne deriva una tangibile difficoltà di trattenere le informazioni, ossia di memorizzare e quindi di rielaborare, simile a quella che si osserva negli anziani: questo paradosso è il dato più stringente che ci spinge ad affermare che viviamo in una situazione di crisi educativa e che conseguentemente urge un approccio pedagogico nuovo, malgrado tutto animato dalla imprescindibile e inossidabile speranza nelle giovani generazioni.
Note
1. Mi riferisco alle indagini effettuate da Ocse, Ministero dell’Istruzione, varie fondazioni come la Fondazione Agnelli.
2. Mi riferisco alle ricerche effettuate da Alex Pentland, Honest signals, Mit Press, 2008 e da Takeshi Natsumo dell’Università di Yokoama.
3. John Medina, Brain rules; Pear Press, 2008.
4. Mi riferisco alle ricerche di Jordan Grafman del National Institute of Health citate da Massimo Gaggi, L’era dell’homo zappiens, Corriere della Sera, 7 febbraio 2010
Autore: Paolo Brunacci, un insegnante di lettere nella scuola secondaria.
copyright © Educare.it - Anno XI, N. 5, Aprile 2011

