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Quante mediazioni?

La correlazione tra mediazione e conflitto, così corrente nel senso comune, può essere molto limitativa. “Sarebbe estremamente riduttivo – sostiene questo proposito Guillaume-Hofnung - considerare la mediazione come una tecnica di gestione dei conflitti; il conflitto non fa parte della definizione globale della mediazione, sebbene quest’ultima possa contribuire alla soluzione o gestione dei conflitti”.
A partire da questo assunto andiamo all’esplorazione della pluralità degli approcci teorici della mediazione e delle diverse tecniche della sua applicazione.

Jacqueline Morineau analizza il conflitto da un punto di vista psicologico e sostiene che esso nasce nel “passaggio dall’ordine al disordine, dalla sicurezza … di una situazione nota allo smarrimento e confusione generati da una nuova”.

Nella dinamica di incertezza data dall’interruzione della relazione tra due persone che prima si amavano e ora non riescono più a comunicare, può nascere anche la violenza: il setting della mediazione, in questa ottica, è il luogo di accoglimento di tale smarrimento, è lo spazio per la parola. La Morineau sottolinea anche il fenomeno di proiezione nel setting da parte dei mediatori stessi del loro proprio conflitto interiore come manifestazione del bisogno di superarlo: incontrare il conflitto degli altri è incontrare il proprio, superare il conflitto altrui è superare il proprio.

 

Castelli sottolinea, invece, l’aspetto funzionale del conflitto come espressione della necessità del cambiamento insita, e inevitabile, in ogni sistema; in questa ottica, il mediatore dovrebbe essere “un tecnico della gestione del mutamento”, depotenziando le emozioni che si esprimono nel setting per tenerle fuori dal processo di mediazione; l’approccio che propone Castelli è controllato, oggettivo.

Queste diverse interpretazioni contribuiscono a fornire elementi di riflessione sul tema, tutti estremamente utili: la visione psicologica della Morineau rimanda agli aspetti terapeutici della mediazione, mentre quella funzionale, alla quale fa riferimento Castelli, testimonia l’esigenza di un setting più formale, meno “contaminato” dall’emotività, considerate come un rumor di fondo che va ad influire in modo distorcente/disturbante sul processo di mediazione.

Tuttavia, superando gli opposti, si può pensare a forme di mediazione che si conciliano con entrambe le esigenze, che accolgono le emozioni e le gestiscono come tecnica di cambiamento.


Ma quante sono, allora, le forme della mediazione? Nel tentare di comporre una panoramica generale, consideriamo prima di tutto la tecnica della negoziazione ragionata di Fisher e Ury, mutuata dalla mediazione commerciale e civile. Il mediatore raggiunge un accordo accettabile per entrambe le parti, attraverso un approccio di problem solving; in questo modo le parti arrivano ad una posizione finale ‘vincitore-vincitore’ e il passaggio avviene per livelli successivi, a partire dall’analisi delle posizioni, passando per la ricostruzione dei fatti e la valutazione degli interessi. Questo è un modello altamente strutturato che porta ad un accordo concreto, ma con un rischio insito dato dalla possibilità da parte del mediatore di orientare i clienti.

Nella mediazione trasformativa di Bush e Folger, invece, l’obiettivo principale non è necessariamente il raggiungimento dell’accordo, ma lo sviluppo dell’empowerment, quindi dell’autonomia e dell’autodeterminazione, nonché il riconoscimento dei bisogni altrui: l’importante è stimolare le parti a scegliere quello che per loro stesse è il meglio. Il mediatore incoraggia il dialogo e l’ascolto perché prima o poi emergerà un modo nuovo di guardare il problema e quello sarà il momento della trasformazione. In questo tipo di approccio il mediatore è un facilitatore della trasformazione che avviene grazie all’uso della tecnica del reframing, ossia della ricontestualizzazione del contenuto delle affermazioni, che è una della modalità più efficaci per cambiare la maniera di porsi di fronte ad un'esperienza negativa; è un modo per individuare il contesto più utile per ogni esperienza, in modo da poterla trasformare in qualcosa che operi a nostro benessere anziché a nostro danno. Tra gli effetti di questo processo vi è anche l’abbassamento del livello del conflitto, dell’ansia e dello stress.

Il reframing è usato anche nella mediazione familiare terapeutica (modello elaborato da Irving e Benjamin), che si differenzia dalla precedente per l’enfasi posta alla fase valutativa, precedente la mediazione vera e propria. Questo passaggio serve per misurare la capacità delle parti di gestire eventuali discussioni e momenti di criticità e avviene con sedute individuali, dette caucus.
Questa tecnica è usata anche nella mediazione shuttle alla quale si ricorre in genere nelle controversie di tipo commerciale; in questi casi il mediatore fa da spola tra le parti e può decidere quali informazioni tenere riservate.
Tuttavia, come principio generale, al caucusing si può ricorrere durante le sedute di mediazione familiare come strategia di ripiego, quando una delle parti attraversa un momento di crisi e di difficoltà, più che come modello a sé stante di mediazione.

Al di là di ogni differenza, tuttavia, la pratica della mediazione va protetta dal pericolo che può nascere quando si aderisce in modo rigido ad un modello o all’altro: il processo deve essere tenuto sotto controllo, guidato da un conduttore in grado di mediare tra la possibilità di adottare ora un principio, ora un altro, a seconda delle esigenze del momento. Il mediatore può assumere, infatti, un atteggiamento ora facilitativo, ora valutativo; nel primo caso si stimolano le parti al dialogo e alla scoperta delle soluzioni più appropriate che nessuno meglio delle parti stesse conosce; nell’altro caso, il mediatore è decisamente più partecipativo e offre la sua opinione sulle scelte, può raccomandare un indirizzo per raggiungere l’accordo, prevedendo l’esito in tribunale. Tuttavia, il mediatore può adottare approcci misti e dare al processo una nuova fluidità, armonia e funzionalità al raggiungimento dell’obiettivo.

 


Riferimenti bibliografici

  • Castelli S. (1996), La mediazione familiare. Milano, R. Cortina.
  • Guillaume M. - Hofnung (1995), La médiation. Paris, PUF. Pag. 76 ss.
  • Foddai M.A. (2003), Mediazione: oltre l’antico e il moderno
  • Fisher R., Ury W. (1991), Getting to yes. New York, Pengouin Books (2nd. Ed.)
  • Morineau J. (2000), Lo spirito della mediazione. Franco Angeli, pag. 61; pag. 40.

Autore: Laura Tiberi, laureata a Trieste in psicologia, con curriculum neuropsicologico. Attualmente iscritta alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia e Psicosomatica dell'ospedale Cristo Re di Roma. Ha conseguito un Master in Mediazione Familiare e lavora in ambito privato come psicologa e mediatrice familiare.


copyright © Educare.it - Anno XI, N. 11, ottobre 2011