- Categoria: Conflitto e mediazione
- Scritto da Nicla Lattanzio
Per una pedagogia del conflitto
Article Index
Il conflitto è un aspetto inevitabile dell’esperienza umana: dall’infanzia all’adolescenza, dall’età adulta alla senilità, è un fenomeno che ci accompagna per tutto l’arco dell’esistenza. Esso può scaturire da una molteplicità di fattori: diversità dei sistemi valoriali, divergenza di interessi ed esigenze, dilemmi intrapersonali, equivoci, problemi di comunicazione, difficoltà nell’accettare l’altro. Il conflitto è fisiologico e la sua natura è soggettiva; giocano infatti un ruolo essenziale l’interpretazione e la rappresentazione che le parti danno della situazione e, pertanto, verrà percepito in modo dissimile in base alle diverse personalità coinvolte, al loro personalissimo orientamento emotivo verso la controparte, al contesto, alla struttura degli interessi in gioco, alle esperienze conflittuali passate, alla percezione degli interessi altrui, alla volontà o meno di conservare la relazione con l’antagonista.
A conferma di ciò, Glasl definisce il conflitto come “un’interazione tra attori (gruppi, individui, organizzazioni) in cui almeno un attore percepisce un’incompatibilità con uno o più altri attori nella dimensione del pensiero o delle percezioni, nella dimensione emozionale” (1). I conflitti, dunque, rappresentano un aspetto dell’esistenza di ogni persona in un sistema sociale e contribuiscono a costruire le dinamiche relazionali e di sviluppo individuale di chi li sperimenta. Non esistono solo reazioni di aggressione, fuga, resa, negazione, ma anzi: è possibile gestire il conflitto attraverso l’ascolto attivo delle ragioni dell’altro, dei suoi bisogni e stati d’animo, senza forme di sopruso o prevaricazione. Emerge, quindi, l’immagine di una positività nella divergenza e nella contrapposizione, che implica un riconoscimento dell’alterità: essa fa parte della relazione, dello scambio e non è in alcun modo evitabile; piuttosto andrebbe concepita come condizione indispensabile per la costruzione di una cultura che tende a relazioni nonviolente.
Il primo passo è imparare a distinguere concetti come violenza e guerra da quello del conflitto in quanto esperienze ben diverse. Questo cambiamento di prospettiva deve avvenire attraverso un percorso di educazione che consenta agli individui non solo di non temerlo ma anche di sviluppare le capacità e le competenze per affrontare, gestire e trasformare le situazioni di dissenso. Educare al conflitto nonviolento significa apprendere “un’arte della convivenza più raffinata della semplice tolleranza […] che diventa un addestramento continuo, incessante, una vera e propria alfabetizzazione che ci porti ad acquisire a livello primario, relazionale, la capacità di stare dentro al conflitto e la diversità come un momento di crescita e non più come un fattore di paura o di minaccia. […] Le vere relazioni umane consentono il conflitto, ossia il confronto, lo scambio, la divergenza e l’opposizione”(2).
Il conflitto positivo
E' possibile indagare il significato del conflitto da un punto di vista teorico partendo dal pensiero di Eraclito, nel quale si fa forte l’idea di conflitto come motore delle cose e forza costruttiva. Per il filosofo greco, tutte le cose accadono secondo contrasto e necessità: la sua è una visione che va verso la risoluzione creativa della discordia e dunque il conflitto non deve essere valutato come momento di appiattimento o viceversa di mortificazione e subbuglio. Attraversando il suo pensiero filosofico possiamo percepire quanto il conflitto, già nell’antichità, non avesse un significato necessariamente di morte, intolleranza, avversione ma anche di bene, di nascita, di vita. Secoli più tardi saranno Machiavelli e Spinoza ad affermare che il conflitto è una tendenza inevitabile nella vita degli individui ma comunque positiva perché indice di libertà. Attorno a questi due pensatori, si apre un orizzonte assai originale di conflittualità: lo accolgono come momento necessario di sviluppo, differentemente da Aristotele e Platone, secondo i quali il conflitto è un elemento da eliminare, un problema da risolvere.
Il “ruolo positivo del conflitto, del contrasto e della lotta è un fattore primario nella costruzione di legami sociali” (3) anche per Simmel, il quale identifica due tendenze parallele e distinte degli esseri umani: una cooperativa e una individualistica definendo così l’esistenza sociale dell’individuo come sostanzialmente ambivalente e fondata su due bisogni fondamentali uno di appartenenza, di identificazione, che lo spinge verso gli altri e l’altro di distinzione. Nel conflitto si presenta questa tensione dualistica poiché gli atti conflittuali sono comunque interazioni ovvero riconoscimento reciproco tra le parti. Le cause dello scontro, per Simmel, sono rintracciabili non nel conflitto in sé ma nella cupidigia umana, nell’odio verso l’altro, nelle avidità antagoniste; il conflitto in questo senso svolge un ruolo “mediatico” della comunicazione, deve essere considerato un momento importante sia per il mutamento, sia per lo sviluppo degli individui poiché il confronto aiuta a prendere coscienza si sé. Tutto quanto detto fino ad ora ha un filo conduttore: l’opportunità del conflitto di produrre un cambiamento nella vita di ogni individuo. Anche per Kurt Lewin, la conflittualità è un elemento positivo, vitale e arricchente anche se “il termine è percepito come minacciante e poco gradevole: fa pensare ad un combattimento, a un confronto spiacevole, a una guerra, con immagini più o meno violente. Eppure ogni volta che compiamo una scelta abbiamo superato un conflitto fra due o più opzioni. Per Lewin il conflitto significa esplicitazione della diversità, del confronto, espressione della propria energia, utilizzo del proprio potenziale” (4). Il conflitto è un vero e proprio ‘motore’ di creatività, uno spazio dove è possibile trasformare le difficoltà in circostanze produttive e dove i soggetti sono capaci di vivere lo scontro rendendolo produttivo, perché nonostante tutto le situazioni di crisi sono una grande occasione di apprendimento.
La metodologia maieutica
Un’area di lavoro molto interessante nell’ambito dell’educazione ai conflitti è portata avanti, in questi ultimi anni, dal Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti di Piacenza, diretto da Daniele Novara. Il suo approccio è definito maieutico e si è strutturato in una metodologia che consente al conflitto di trasformarsi in apprendimento, sviluppando risorse che una persona probabilmente già possiede. Va sottolineato che non esistono ricette o risposte esatte valide genericamente, soprattutto se a darle è qualcuno diverso da chi è dentro al conflitto. La maieutica ricerca non la soluzione tecnica ma un esito possibile e sostenibile del conflitto da parte della persona che ne è portatrice; richiede l’assunzione di un compito concreto e specifico alla situazione e verificabile nel tempo. Le risorse e le potenzialità per un esito possibile è quindi dentro al soggetto coinvolto alla situazione data; la maieutica cerca di liberare le energie nascoste. In questo percorso, a giocare un ruolo decisamente importante è il dialogo che nasce ed accompagna la relazione; il corpo e la comunicazione dei gesti diventano pretesti da cui può nascere, inatteso ed imprevedibile, un nuovo apprendimento. Comunicare nell’ostilità può risultare come un reale momento di promozione della diversità in quanto favorisce la moltiplicazione dei punti di vista. L’obiettivo del dialogo consiste proprio nel dare vita e nel favorire condizioni per coordinare l’emergere di emozioni e desideri differenti confermando e sostenendo i singoli individui, permettendo loro di partecipare attivamente alla gestione della conflittualità.
Le vie dell’ascolto e della mediazione
Torrego Seijo afferma che “alla base della maggior parte dei conflitti è possibile che ci sia una cattiva comunicazione. Quando una persona interpreta male ciò che un’altra ha voluto dire e reagisce difendendosi di fronte a ciò che considera un’offesa, la tensione del conflitto aumenta e ci si allontana dal trovare la soluzione” (5). Ciò, però, deve andare di pari passo con l’ascolto attivo, in quanto modalità capace di connettere empaticamente due persone e di consentire l’immedesimazione al punto da comprenderne le posizioni personali. Ascoltare attivamente in una situazione conflittuale permette di evidenziare i sentimenti che sono dietro lo scontro, di riflettere sui propri e su quelli dell’altro: “ma perché l’ascolto sia veramente attivo e non una forma di ipocrisia […] deve configurarsi come realmente empatico. Soltanto l’empatia conferisce un valore ‘terapeutico’ alla comunicazione e permette di comprendere l’altro” (6). Avviare un processo di comunicazione e di ascolto fa sì che si eviti l’emissione di giudizi stigmatizzanti perché “il giudizio è il contrario dell’ascolto. Giudicare in senso stigmatizzante implica umiliare” (7), sostiene Novara; solo sospendendo pregiudizi, in presenza di ferite affettive, si può creare “uno spazio dove i sentimenti dolorosi possono uscire allo scoperto senza danneggiare o insultare nessuno, mantenendo la dignità di entrambe le persone” (8). Per una gestione salutare del conflitto, occorre che tutte le parti coinvolte affrontino la diagnosi insieme “trattando le questione annesse e connesse come un problema comune” (9). Nonostante ciò, spesso la gestione dei conflitti fatta direttamente dalle persone implicate diventa talmente faticosa da risultare inefficace: “il problema è che la competenza, il sapere e la fantasia delle parti in conflitto non possono trovare espressione fintantoché esse sono in guerra tra loro. La soluzione può cambiare se terzi imparziali, in funzioni di mediatori, interrompono il processo di inasprimento e mostrano ai contendenti la strada per poter arrivare a soluzioni costruttive” (10). La mediazione fa in modo che tutti gli attori interni al conflitto, riescano ad esporre il proprio punto di vista e le proprie personalissime informazioni senza astio, ottenendo un quadro preciso della situazione.
Una gestione costruttiva, sia che passi attraverso il dialogo, l’ascolto attivo e/o la mediazione, rappresenta il punto chiave del conflitto per trasformarlo in occasione di crescita e cambiamento; nel conflitto le persone imparano a conoscere gli aspetti positivi e negativi del proprio comportamento e le conseguenze sugli altri e questo richiede un cambio di mentalità: occorre superare i vecchi principi su cui si è fondato finora il concetto di conflitto dando spazio all'intelligenza emotiva, ossia a quella capacità di entrare in relazione empatica con gli altri: solo attraverso il superamento della concezione del conflitto come vincita e perdita, possiamo riconoscerne la sua potenziale forza innovatrice nonviolenta: “la conflittualità salva le differenze, permette di pensare […] la costruzione di un futuro diverso e migliore rispetto a quello odierno; la conflittualità è vita” (11) quando non opprime, ma dialoga e ascolta e sa costruire.
Note:
1) Buccoliero E., Maggi M.( 2005), Bullismo, bullismi, Franco Angeli, Milano, p.35
2) Novara D. (2001), L’alfabetizzazione al conflitto come educazione alla pace, in Scaparro F. (a cura di), Il coraggio di mediare, Guerini e Associati, Milano, p.182.
3) Cotesta V., Bontempi M., Nocenzi M. (a cura di) (2010), Simmel e la cultura moderna, Morlacchi editore, Perugia.
4) Contessa G. (1998), Attualità di Kurt Lewin, CittàStudiEdizioni, Torino.
5) Torrego Seijo J.C. (2003), Vinco Vinci. Manuale per la mediazione dei conflitti nei gruppi educativi, La Meridiana, Molfetta.
6) Cambi F. (a cura di) (2000), Nel conflitto delle emozioni. Prospettive pedagogiche, Armando, Roma.
7) Novara D. (2001), L’alfabetizzazione al conflitto come educazione alla pace, op. cit.
8) Pagni M., (2008), La comunicazione autentica, Apogeo, Milano.
9) Ibid., p.200.
10) Besemer C. (1999), Gestione dei conflitti e mediazione, EGA, Torino, p.33.
11) Cozzo A.(2004), Conflittualità nonviolenta. Filosofia e pratica di lotta comunicativa, Mimesis, Milano.
Autore: Nicla Lattanzio, laureata in Scienze dell'educazione e specializzata in Pedagogia e gestione dei servizi di territorio. E' esperta nella conoscenza degli aspetti inerenti lo sviluppo sociale, cognitivo e affettivo del bambino, sul modello organizzativo - relazionale dei servizi educativi per la prima infanzia, sulle tematiche relative all'educazione e alla trasmissione culturale.
Socia Sostenitrice Ens, ha pubblicato il libro “L’Inserimento al nido del bambino sordo e ipoacusico”, Altromondo editore, 2009 ed alcuni articoli su analoghi tematiche.
copyright © Educare.it - Anno XII, N. 2, gennaio 2012

