- Categoria: Aggressività e bullismo
Brave persone e mostri cattivi
Article Index
Sempre più frequentemente si sente parlare di violenze brutali messe in atto nei confronti di soggetti indifesi ed innocenti. Aggressioni orribili, comportamenti incredibilmente antisociali e sadici messi in atto senza nessuna pietà e senza alcun indugio. “Sono dei malati di mente”: è questa l’espressione che più spesso si sente pronunciare dalla maggior parte delle persone che vengono a conoscenza di questi orribili fatti.
“Io non avrei mai compiuto un atto così sanguinario e orribile”: è questo che ognuno di noi è portato a pensare in simili casi. E’ infatti convinzione comune che i più atroci atti sadici e violenti siano eseguiti da “pazzi”, da “malati psichici”, da “persone violente geneticamente o biologicamente”.
Alla base di questo modo di pensare c’è una credenza abbastanza sviluppata, secondo cui il comportamento violento e sadico, sanguinario e malvagio, sarebbe dovuto a particolari disposizioni della personalità (la cosiddetta teoria della “personalità violenta”), oppure sarebbe causato da particolari problemi neurologici, biologici o genetici: tutte queste credenze vengono riassunte dalla psicologia sociale con il nome di “teorie disposizionali della violenza”. Conseguenza delle teorie disposizionali è la suddivisione dei cittadini in “buoni” e “cattivi”.
Il modo di pensare “disposizionale” (dispositional perspective) è ancora oggi assai frequente: è infatti molto più facile e rassicurante per l’animo umano pensare ad una distinzione netta tra “brave persone” e “persone violente”, piuttosto che dover ammettere la possibilità di una barriera permeabile tra il bene (good) ed il male (evil), e quindi l’assenza di una netta distinzione tra il “NOI - brave persone” (Us-Good) ed il “LORO - persone violente e sadiche” (Them-Evil). Anche Lei, gentile lettore che sta leggendo queste righe, quasi sicuramente penserà di non poter mai diventare l’autore di un atto malvagio e perverso, poiché “tali violenze sono concepibili solamente nella mente di un mostro”. Non è così.
Gli studi di psicologia sociale compiuti a partire dagli anni Settanta hanno infatti dimostrato che non esiste una differenza netta tra “brave persone” (Good People) e “cattive persone” (Bad People). Anche le cosiddette brave persone, rispettose generalmente delle norme sociali ed etiche, possono tramutarsi in determinate circostanze, in dei criminali violenti e sadici. Tutti noi, perciò, potremmo essere in futuro i responsabili di atti tremendamente sanguinari e orribili. Gli psicologi statunitensi Philip Zimbardo, Stanley Milgram, Albert Bandura ed Ervin Staub, all’interno di un filone di studi definito “psicologia del male” (the psychology of evil), sono infatti riusciti a dimostrare, grazie anche a numerosi esperimenti scientifici, come qualsiasi “bravo cittadino” possa rendersi protagonista di comportamenti estremamente violenti e duri, in relazione alla particolare situazione in cui egli si trova.
La situazione genera mostri
La dispositional perspective viene decisamente criticata e rifiutata dalla “psicologia del male”; responsabile del comportamento sadico e violento diviene infatti la particolare situazione in cui si trova la persona: da qui, il nome di teoria situazionista (situational perspective). Sulla base dei risultati ottenuti da tali studi, è emerso che nella vita di tutti i giorni esistono delle particolari situazioni (input variables) che sono in grado di mettere in atto quei determinati processi psicologici responsabili del crollo delle inibizioni a comportarsi in maniera violenta e selvaggia.
Il meccanismo psicologico maggiormente responsabile della “trasformazione da Dottor Jeckill a Mister Hide” (così come lo definisce lo stesso professor Zimbardo) è costituito dal fenomeno della “deindividuazione”: l’essere umano cioè, in determinate circostanze, perde momentaneamente la coscienza del proprio Sé, e quindi tende a non pensare alle conseguenze negative dei suoi atti. E’ proprio in quel momento che diviene pronto a compiere i gesti più atroci e violenti. Molto spesso inoltre, si presenta il fenomeno psichico denominato “living for the moment”, o “Mardi Gras effect”; in questo caso l’individuo deindividualizzato si dimentica completamente di avere un passato ed un futuro, e perciò diviene letteralmente “rapito” dalla situazione in cui si trova: egli “vive per il presente” (expanded present) e quindi non si interroga più se le sue attuali pulsioni aggressive siano da condannare (e quindi da inibire) sulla base sia degli insegnamenti e dei divieti sociali appresi in passato, sia sulla base delle conseguenze negative che tali atti possano avere.
I principali responsabili dell’avvento di simili stati psichici, sono:
1) l’immersione (così come dice lo stesso professor Diener) del singolo individuo all’interno di una massa di persone
2) l’assunzione di alcool o droghe
3) l’anonimato
4) il physical involvement in the act, cioè il completo assorbimento del soggetto nell’azione che sta effettuando
5) arousal, cioè lo stato di attivazione/eccitazione
6) il fenomeno della Responsibility: given up, shared, o diffused, ecc.
Importanti contributi alla psicologia del male sono stati dati anche da Milgram, attraverso il suo studio sullo stato psicologico “eteronomico”: per avere un’idea dell’importanza e del clamore che generarono i risultati degli esperimenti di questo studioso, basti pensare che egli venne definito come “the man who shocked the world”! Altri apporti decisivi sono stati conferiti da Albert Bandura, grazie ai suoi studi relativi al concetto di Self-regulation, moral disengagement e dehumanization. Il professor Ervin Staub, soprattutto nel suo libro “Le origini del Male” (The roots of Evil), ha utilizzato i concetti e gli strumenti teorici evidenziati da Milgram, Zimbardo e Bandura, per evidenziare come qualsiasi “brava” persona, ai tempi della Germania Nazista, si sarebbe potuta comportare come una SS sadica, crudele e violenta.
Questi studiosi hanno demolito la credenza comune secondo cui le “brave persone” compiono “buone azioni”, mentre le “cattive persone” compiono “cattive azioni”. L’importante insegnamento ricevuto da simili studi è che l’uomo protagonista di atti orribili e violenti non è spinto a comportarsi in tal modo esclusivamente da particolari malattie psichiche, da “geni violenti” o da particolari conformazioni e lesioni neurologiche, secondo quanto ipotizzato dai vari teorici disposizionalisti della violenza (Hess, Bucy, Delgado, MacLean, Jacobs, Rose, Gross, Barman, ecc), bensì è spinto dalle particolari situazioni in cui egli si trova. Ci sono delle situazioni capaci di trasformare completamente il modo di pensare e di agire di una persona. La coscienza e la razionalità, in questi casi, lasciano il posto all’irrazionalità, agli istinti e alle pulsioni più violente.
Utilizzando le parole di Nietzsche, poi riprese dallo psicanalista Jung, si potrebbe concludere che il lato “apollineo” della persona (cioè il calcolo, l’ordine, il pensiero razionale) viene completamente demolito e abbandonato, per lasciare il posto esclusivo al lato “dionisiaco” (cioè l’istinto, il caos, il pensiero irrazionale). Il fatto di trovarsi “immerso” in una massa, il fatto di essere irriconoscibile agli occhi degli altri, il fatto di nascondere o camuffare la propria individualità (magari indossando un’uniforme), il fatto di avere assunto droghe o alcool, il fatto di trovarsi in uno stato psicologico eteronomico, può favorire lo sviluppo all’interno del singolo uomo di uno stato psicologico di deindividuazione, e quindi può causare la veloce e impensabile trasformazione di un bravo e scrupoloso cittadino in un soggetto pericoloso e violento.
In altre parole: siamo tutti dei potenziali “mostri”.
Riferimenti bibliografici:
Deindividuazione:
-Festinger L., Pepitone A. & Newcomb T., 1952, Some consequences of de-individuation in a group, Journal of Abnormal and Social Psychology, 47.
-Postmes T. & Spears R., 1998, Deindividuation and Antinormative Behavior: A Meta-Analysis, Psychological Bulletin, Vol.123, No.3.
-Zimbardo P., 1970, The human choice: Individuation, reason, and order versus deindividuation, impulse and chaos. In W.J. Arnold W.J. & D. Levine (Eds.), Nebraska Symposium on Motivation, Vol.17, University of Nebraska Press, Lincoln, NE.
The Stanford Prison Experiment:
-www.prisonexp.org
Deumanizzazione:
-Bandura A., Underwood B. & Fromson M., Disinhibition of Aggression through Diffusion of Responsibility and Dehumanization of Victims, Journal of Research in Personality, Vol.9.
-Kelman H.C., 1973, Violence without Moral Restraint: Reflections on the Dehumanization of Victims and Victimizers, Journal of Social Issues, Vol.29, No.4.
Moral Disengagement:
- Bandura A., 1990, Mechanisms of moral disengagement. In Reich W. (Ed.), Origins of terrorism: Psychologies, ideologies, theologies, states of mind, Cambridge University Press, New York, www.des.emory.edu/mfp/BanTerrorism.pdf.
Obbedienza ad una autorità legittima:
-Milgram S., 2003, Obbedienza all’autorità, Einaudi, Torino [ed.orig. 1974]
Nazismo e psicologia del male:
-Bauman Z., 1989, Modernity and the Holocaust, Polity Press, Cambridge.
-Browning C.R., 2004, Uomini comuni: polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia, Einaudi, Torino [ed.orig.: 1992].
-Staub E., 1989, The roots of evil: The origins of genocide and other group violence, Cambridge University Press, New York.
Autore: David Evangelisti, laureato con 110 e lode in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Pisa, indirizzo politico-sociale. Appassionato e studioso di tutto ciò che riguarda la Psicologia Sociale, ed in particolar modo la Psicologia del male (The Psychology of Evil).
e-mail:
copyright © Educare.it - Anno VII, Numero 2, Gennaio 2007

