- Categoria: Studi e articoli sulla disabilità
Non si può restare soli (sulla disabilità e la solitudine)
Il testo della canzone di Ligabue “Certe notti”, così come altri del cantautore, è uno di quei testi che si fissano nel pensiero. Vi sono alcune parti che, in virtù di un’alchimia fatta di suoni e parole, hanno il potere di pervadere – come un sottofondo – il pensiero. In questi casi, succede di canticchiarli inconsapevolmente per ore.
Mi è successo di sentire canticchiare vicino a me il brano “Non si può restare soli, certe notti qui”. La voce proveniva da un ragazza su una carrozzella. Il tono era triste, tipo cantilena. Lo sguardo era perso nel vuoto. Ho approfondito. Ho scoperto che la sua infermità è la conseguenza di una malattia che l’ha colpita quando aveva 23 anni. Prima, era una ragazza come tante altre. Ora, è affetta da una malattia degenerativa che progressivamente le sta portando via la vita. È difficile pensare come si possa sentire una persona nella sua situazione. Io, esperto di disabilità, non avevo prima d’ora messo a fuoco il problema della solitudine di chi ha una disabilità.
Credo che vi siano due tipologie di solitudini. La prima, è quella subita, passiva, di chi è lasciato solo perché non ha più nessuno che entra in relazione con lui; la seconda, quella attiva, di chi si sente solo a prescindere da quanti cercano di entrare in relazione con lui. La solitudine che ho percepito in quella ragazza era di quest’ultimo tipo. Attorno a lei, infatti, ho visto tante persone ben disposte a starle vicino. Tuttavia, i suoi occhi, il tono della sua voce, il suo canto triste, parlava di una solitudine interiore, vissuta e percepita a prescindere dalla presenza di altri. Questa, probabilmente, è la solitudine peggiore. In essa si cela e manifesta, al contempo, la crisi della speranza. Chi vi assiste, dall’esterno, coglie dinnanzi a sé l’orlo oltre il quale si consuma un dramma, che non consiste nella malattia ma nella solitaria battaglia di chi sta cercando di ritrovare in quella situazione esistenziale, ragioni sufficienti per continuare a sperare, a vivere la vita da protagonista. Da fuori, si assiste impotenti al reciproco delinearsi del limite di cui ognuno è portatore.
Il termine “limite” ha un ampio campo semantico. Secondo la radice latina limes, significa linea di confine e, per metonimia, sta ad indicare frontiera fortificata (si pensi al Limes romano, imponente fortificazione di confine controllata militarmente). Secondo la radice limen, invece, significa soglia, ingresso. Anche la solitudine, in funzione di questi due modi diversi di intendere il limite, può assumere due diversi valori. Quando è percezione di “limes”, diviene coscienza della propria solitudine esistenziale. Quando è percezione di “limen”, diviene coscienza della possibilità di incontrare, al di là della propria soglia esistenziale, altre solitudini. Qui può nascere una delle esperienze umane più profonde a cui la coscienza di ognuno può partecipare. Si tratta della solidarietà. Non quella dei proclami e delle pubbliche dimostrazioni, ma quella di chi nella profonda coscienza del proprio limite, allunga rispettosamente la propria mano oltre il proprio confine per incontrare quella di chi ci è vicino. Può avvenire, in questi casi, che senza tanti discorsi, insieme, con un sorriso accennato, si condivida un pezzo di canzone … Non si può restare soli, certe notti qui.
copyright © Educare.it - Anno XI, N. 7, Giugno 2011

