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Un bambino (autistico) visto da vicino - L'ascolto

L'ascolto

Mi fermo perché mi trovo nella situazione dell’ascolto. Passo dalla condizione attiva di guardare, di vedere a quella passiva di ascoltare.
Questa esperienza con Giovanni, ovvero, l’ascolto sul quale non esercito alcuna padronanza, comincia ad agire e a produrre effetti su di me; questa situazione produce quello svuotamento che diviene paradossalmente un’apertura. Non sono io a costruire l’esperienza ma lascio che questa risuoni dentro di me. Parlo di apertura perché l’ascolto di adesso mi permette di vedere in modo diverso da prima. Mi trovo ad accogliere Giovanni accettandolo così com’è, e lasciando che questo altro mio modo di vedere, fatto di ascolto, costruisca dentro di me uno spazio in cui poter trovare nuovi pensieri, nuovi significati. È quindi una mia apertura diversa, rivolta verso l’esterno: dal mio interno verso l’interno dell’altro. Questa mia nuova disposizione fatta di un “ascolto pensante” mi fa sentire e pensare insieme.

Ricerco dentro di me i pensieri che mi aiutino a capire le sue vere esigenze, le sue attitudini, i suoi interessi. Penso che per lo meno potrebbe aggrapparsi ad un qualcosa, ad una cosa, magari ad un oggetto significante, ad un giocattolo, ma non lo fa, perché non è ciò di cui ora ha bisogno. Giovanni ha voglia di rimanere nel suo spazio interiore, imperscrutabile, protetto dal suo piccolo ma tenace corpo. Infatti si toglie le scarpe, si dimena, salta, corre, piange e picchia chiunque si frapponga tra sé e la porta. Non rinuncia a proteggersi, niente e nessuno lo persuade, tranne il pavimento dove finisce di esaurire la sua corsa, il suo tormento, fin quasi ad addormentarsi. Cerco di suggestionarlo, per dargli qualcosa di piacevole e divertente a cui possa interessarsi.
Quasi per caso scopro che l’attenzione del bambino è catturata dalle bolle di sapone, trovo un elemento per distrarlo dalle sue angosce, fatte di tempestose emozioni. Il bambino è catturato dalle bolle, è come incantato, se le lascia fare davanti, le guarda attonito, rimane immobile, rispettando le pause tra l’una e l’altra. Pause in cui inserisce alcuni suoi sguardi per richiamare la mia attenzione a produrne di nuove; intanto si calma, si dimentica della sua recente insofferenza verso tutto e tutti.

Per un attimo si abbandona nell’aria insieme con le bolle. Questo qualcosa è molto importante, per me ma anche per lui, è tra noi, divenendo il primo punto di contatto tra i nostri mondi. Poi scorge lo specchio nella stanza, ci si riflette, ma prima ancora lo tocca come a volersi assicurare che quella immagine è la sua. Introduce davanti allo specchio un gioco, sempre fatto di bolle, ma che, questa volta, propone lui, con la sua bocca bagnata di saliva. Riesce persino a fare delle bolle grandi quanto quelle che gli facevamo noi col sapone, solo che le sue non spiccano il volo. Il bambino si guarda la bocca allo specchio per vederle uscire, e si compiace di ciò, tanto che salta e ride stridendo i denti. Egli diviene così, da spettatore incantato, attore e spettatore di se stesso.
Durante i primi incontri, Giovanni riesce a rimanere con me poco più di un’ora, sembra avere una specie di orologio interiore che gli segnala l’ora di uscire, poiché non appena sono le undici mi porge le sue scarpe e si avvia verso l’uscita. In questa sua disposizione non accetta alcuno spostamento delle sue esigenze da parte nostra; vuole andare via altrimenti si butta a terra e piange disperato.

Mano a mano che passano le settimane il bimbo si interessa ad alcuni giocattoli ed oggetti, come le macchinine e le penne biro. Inizia a scarabocchiare sui fogli che poi stropiccia e getta a terra, oppure scrive sul muro. Insomma, si sta avvicinando alle cose e sembra voler dare loro anche una forma. Inoltre ha un modo tutto suo di relazionarsi con queste cose, ad esempio si diverte a far passare davanti a sé la penna biro a mo’ di aeroplano; guarda scrupolosamente i suoi oggetti preferiti da ogni punto di vista e si diverte nel muoverli. Giovanni spesso sale in piedi sulla sedia, guarda verso il giardino esterno alla stanza, ora tenendosi vicino ora lontano dalla finestra, con lo sguardo allungato in profondità. Quando è vicino al davanzale è solito sollevare la polvere che vi si trova in superficie per vedere l’effetto “a pallini” che si crea controluce. Poi tocca quei pallini battendo le mani con forza; è eccitato e divertito. Ora Giovanni non vuole più uscire in anticipo rispetto agli altri, ha accettato di prolungare i suoi tempi, condivide persino il momento del pranzo rimanendo seduto accanto a me.

Un giorno, durante un’attività psicomotoria, il bimbo è più vivace del solito, corre sulle punte, sfarfalla con le mani, ride ed emette dei suoni come espressione di significati a lui cari, che a me rimandano serenità e leggerezza. Nella sua corsa, talvolta si ferma, tocca gli oggetti, incrocia i nostri sguardi. Giovanni mi dà l’impressione essere meno sulla difensiva e più disposto ad un contatto. Così, senza farmi troppe domande, agisco per come lo sento in quel preciso momento. Mi dimentico dell’immagine che fino ad ora mi aveva dato di sé. Mi dimentico anche delle teorie, delle indicazioni sul contro-tranfert, del fatto che è raro che un bambino come Giovanni possa accettare un contatto corporeo, e mi rendo conto che faccio bene a dimenticare ciò, per soddisfare il bisogno che sento in lui, di vivere certe emozioni. Mi avvicino a lui, lo prendo in braccio e lo porto in giro, sostenendolo a mezz’aria. Giovanni è subito divertito, mi accetta di buon grado, ride, è contento. Appena lo poso a terra, mi volge le spalle come a richiedere di farlo volare ancora. Instauriamo un contatto emotivo che ci sposta su una relazione diversa da prima e migliore. Pian piano inserisco nel nostro gioco altri elementi, un poco per volta, con la speranza di mantenere l’armonia creata. Provo a girarlo sotto sopra con le capriole. Ci divertiamo molto. Io ne rimango entusiasta, ma soprattutto mi riempie di gioia scoprire il bambino come non credevo mai di vedere: finalmente è riuscito a giocare, e lo ha fatto nella maniera più libera, scelta da lui, e soprattutto insieme all’ “Altro”.

Mi torna alla mente una frase di Mariangela Giusti, che mi ha colpito molto:
“Per l’handicappato l’apprendimento incomincia a partire dal deficit, e così la conoscenza del mondo sembra avere inizio da dietro le quinte dell’esistenza, come da un luogo dove gli atti del vivere sono come invisibili alla maggioranza delle persone”.

Ecco, nella relazione con Giovanni mi sembra di aver intravisto qualcosa dietro le quinte del suo mondo, e di aver cercato di carpire proprio quel qualcosa, perché non rimanesse invisibile ai miei occhi, al mio sentire, e anche al suo. Così Giovanni potrà accorgersi un giorno che a volte basta poco per aprirsi all’ “Altro”.

 


Bibliografia:
Gadamer H. G., L’eredità dell’Europa, Garzanti, Milano 1991
Giusti M., Il desiderio di esistere, La Nuova Italia, Firenze 1999
Heidegger M., Essere e tempo, Longanesi, Milano, 1968


copyright © Educare.it - Anno VI, Numero 6, Maggio 2006