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Educare dentro il carcere: analisi di una particolare richiesta educativa
Quando la figura professionale dell’educatore agisce dentro strutture chiuse, vincolate da rigidi sistemi di controllo dei comportamenti umani, determinate da schemi sovra individuali, ove la persona si trova costretta, contro il suo volere, a motivo di azioni eterodirette che hanno il carattere della impositività e della improrogabilità, si determina una crisi di ruolo che rischia di compromettere gli spazi vitali del lavoro educativo, privato di quelli che da sempre sono considerati i suoi elementi caratterizzanti: la libertà del rapporto, della scelta tra offerte educative diverse, la presentazione di proposte diverse, possibili ed esperibili.
Vengono a mancare cioè, nella quotidianità del lavoro educativo dentro il carcere, le dimensioni “fragili ma determinanti” dell’incontro e della scelta, le esperienze del tipo “ti vengo a cercare” o “restiamo a parlare ancora un pò” oppure ancora “ho cose troppo importanti da dirti, devo parlare subito con te “
La negazione della libertà in tutte le sue manifestazioni rappresenta l’elemento di “rottura interiore” che scatena la crisi dell’educatore chiamato a lavorare nel contesto chiuso, giacchè mina dall’interno tutta la costruzione teorico-pratica su cui si basa la sua identità professionale.
Il rapporto è compromesso dai vincoli strutturali, le stesse occasioni di incontro educativo si trovano ad essere sovra determinate, condizionate dal contesto, in una oggettiva situazione di difficoltà e lentezza che blocca, e talora compromette, i contenuti autentici della relazione interpersonale.
Si abbozza quindi una figura di un educatore con poche certezze e pochissime risposte preconfezionate, poche certezze e molte domande, molti stimoli di riflessione e richieste di motivazioni, molte richieste di significato.
Allora l’individuazione delle richieste educative si presenta come la primissima scommessa dell’educatore.
La forte istanza di libertà, il senso di spersonalizzazione e disorientamento, la confusione circa le proprie sorti di vita, la presenza di più attori, alcuni interni alla struttura, altri esterni, che agiscono pressioni ed aspettative, la serie dei comportamenti determinati da istanze culturali diverse, talora in conflitto, aprono uno spaccato assai diversificato circa le esigenze individuali, traducibili in altrettante richieste di intervento dell’educatore finalizzate al sostegno, all’accompagnamento, all’orientamento, alla chiarificazione.
La condizione determinante del lavoro educativo consiste nell’individuare i bisogni della persona, riconoscendo in questi gli elementi per dar risposta alle richieste educative, supportando in tal modo il percorso riabilitativo dell’individuo: il bisogno primario del riconoscimento personale contro tutte le spinte di assuefazione e strumentalizzazione; il bisogno della chiarezza circa le norme determinanti l’agire della struttura chiusa sulla persona; il bisogno di individuare punti di riferimento validi e coerenti con i quali interagire. E a partire da questi gettare le basi per tutti i successivi e necessari riconoscimenti.
Il colloquio con l’educatore parte da una richiesta particolare: una informazione da ottenere, una istanza da presentare, un determinato bisogno; ma il taglio specifico del lavoro educativo è dato dalla capacità dell’educatore di leggere, oltre quelle richieste momentanee ed occasionali, altre richieste nascoste e non riconosciute, relative alla propria condizione esistenziale.
Si innesta la possibilità di riconoscere la vera istanza che presenta l’individuo incarcerato: “a che serve?”
La ricerca cioè del significato da dare all’esperienza detentiva, come essa si inserisce nella storia individuale e come essa si pone di fronte alla coscienza soggettiva, offrendo la possibilità di risposte alternative.
Si aprono quindi all’individuo incarcerato alcuni percorsi: dalla confortante possibilità di mettere tra parentesi la vita, acquietandosi nel silenzio della coscienza, all’altrettanto ambigua possibilità di considerare la vita intramuraria come qualcosa di assolutamente altro rispetto alla vita nel contesto libero, inserendosi, con una gamma differenziata di ruoli, nelle peggiori dinamiche carcerarie.
C’è un’altra alternativa, sicuramente la più difficile e dolorosa, quella che guarda dentro la storia della persona e cerca di mettere insieme il presente dell’oggi carcerario con il passato disintegrato e il futuro che necessita di coerenza, nell’appartenenza alla propria realtà familiare e sociale.
Altre ipotesi esistenziali si aprono, tutte che si pongono lungo un continuum che, partendo dalla assuefazione alle richieste implicite ed esplicite della struttura totale, passando per i vari gradi della spersonalizzazione, arrivano alla cosciente opportunità di utilizzare le diverse risorse che la stessa struttura totale è in grado di offrire per la costruzione progettuale di un nuovo percorso di vita.
La richiesta di significato, quale vera richiesta educativa della persona che vive nel contesto chiuso, va riconosciuta e mediata; è l’istanza ultima di un io che prima o poi deve “fare i conti con se stesso”, assumendo la responsabilità dei propri comportamenti, insieme al peso per ridisegnare il proprio assetto, durante e dopo la detenzione. Lo spazio del lavoro dell’educatore, seppur sembra ridursi ancora in seguito a queste considerazioni, si apre tuttavia, qualora queste considerazioni vengano assunte come concrete dimensioni di dialogo e ricerca interpersonale, ad impegni assai interessanti.
Bibliografia
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Autore: Girolamo Monaco si è laureato in Pedagogia presso l’Istituto Universitario di Magistero di Catania nel 1986.
Dal 1994 è Educatore Coordinatore, dipendente del Ministero della Giustizia, in servizio presso l’Istituto Penale per i Minorenni di Catania. Dal febbraio 2004 ad oggi, su disposizione del Centro per la Giustizia Minorile di Palermo è distaccato presso il Centro di Prima Accoglienza per Minorenni in stato di arresto di Messina, con funzione di Educatore e Vice Direttore. Si occupa di formazione per gli Operatori Sociali. Ha pubblicato: “don Pietro, una storia di vita”, Stampa alternativa, 1994, Roma.
copyright © Educare.it - Anno VI, Numero 3, Febbraio 2006

