Stop the genocide poster

  • Categoria: Editoriali

Ma la guerra no!

A qualcuno potrà sembrare improprio scrivere sull’incresciosa situazione internazionale in una rivista dedicata all’educazione. Che cosa può avere a che fare la formazione dei nostri bambini, dei ragazzi e degli adolescenti con la follia di Gheddafi e la pruriginosa inclinazione guerrafondaia di alcune potenze mondiali, Italia compresa?

Già in occasione della “guerra preventiva” contro l’Iraq (era l’aprile del 2003) avevamo proposto una riflessione sulla follia della violenza come mezzo per la risoluzione dei conflitti. La violenza genera violenza, divide gli Stati, separa le comunità, alimenta l’odio, attizza il rancore. La storia di questi anni ce lo ha dimostrato eppure senza indugio, persino in assenza di coordinamento, ancora una volta sono stati fatti decollare i cacciabombardieri con il loro carico di morte, ben oltre la risoluzione votata a larghissima maggioranza dal Consiglio delle Nazioni Unite.

Hanno probabilmente un intento mistificatorio coloro che di fronte agli eventi drammatici di queste settimane polarizzano la questione nell’essere pro o contro il Colonnello. Non si tratta affatto di giustificare un dittatore quando si adotta la posizione netta del “no alla guerra”, ma di assumersi quella responsabilità che ci dovrebbe derivare dall’aver ampiamente assistito alle lezioni fallimentari della storia più recente. Solo gli ottusi non imparano dai propri errori: non è questo che ci aspettiamo tutti i giorni dai nostri figli e dai nostri alunni?
Ciò che può edificare è solo il dialogo ad oltranza, in nome di quel valore non negoziabile che chiamiamo pace.
Se esiste un uomo non violento, si chiedeva il Mahatma Gandhi, perché non può esistere una famiglia non violenta? E perché non un villaggio? Una città, un paese, un mondo non violento?
Questo dobbiamo affermare ad alta voce, senza indugi, a partire dalle nostre famiglie, togliendo il piede dalla fascinosa vertigine del baratro su cui ancora una volta la nostra civiltà si è affacciata. E semmai avessimo bisogno di “volenterosi”, essi dovranno essere costruttori di pace e promotori di fraternità, non certo Stati pronti all’aggressione armata in nome della sicurezza internazionale o della democrazia a tutti i costi.

 


copyright © Educare.it - Anno XI, N. 4, Marzo 2011